Risposta al Ministro Giovanardi – realtà della situazione italiana sulle droghe leggere

In merito alle dichiarazioni del Ministro Giovanardi rilasciate in data 17 ottobre 2011 ci preme sottolineare quanto segue:

L’Olanda, Paese da sempre tollerante verso le droghe leggere, ha deciso di proibire l’utilizzo della Marijuana con un principio attivo (THC) superiore al 15%. Rimane immutata, per quanto di nostra conoscenza, la legislazione sulla legalità nel detenere e fumare sostanze stupefacenti leggere, tra cui anche Hashish, che abbiano un principio attivo inferiore a quello indicato. 

Quindi invitiamo il Ministro Giovanardi a realizzare ciò che dice nel suo comunicato: “Dopo anni di polemiche degli antiproibizionisti spesso pretestuose contro questa nostra scelta, l’Olanda, paese citatissimo dagli stessi, ha deciso di seguire la linea italiana”

Caro Ministro perché non rende effettiva questa sua affermazione e non rende l’Italia simile all’Olanda adottando le misure che tutt’ora vigono in quel Paese? Poiché Lei crede che l’Olanda si sia allineata all’Italia sarebbe giusto che il suo ministero allineasse l’Italia all’Olanda in uno scambio reciproco di leggi. Attendiamo un suo contributo attivo in questo senso augurandoci che adotti quanto prima i provvedimenti che ci rendano simili al resto dei paesi europei.

La legge Fini-Giovanardi provoca ogni anno migliaia di arresti ingiustificati ai danni di una criminalità inesistente!

Riteniamo che dopo 5 anni di questa inutile ‘persecuzione’, tutti coloro che ricoprono un ruolo mediatico abbiano il dovere di rendere noto come questa legge sia la causa di devastazioni ai danni di migliaia di rispettosi e rispettabili cittadini e come sia anche all’origine di un impiego errato delle Forze dell’Ordine, dell’affollamento delle carceri e dell’ingolfamento dei tribunali! 
Come cittadini siamo consapevoli che sia un diritto del potere legislativo legiferare nell’interesse della nazione, ma siamo altresì convinti che nel momento in cui la legge promulgata si dimostri inefficace e dannosa per il bene della collettività e della pace sociale, sia dovere del potere esecutivo rivedere le normative in virtù dello stato dei fatti.
Sugli eventuali danni provocati dall’uso di cannabis è in corso da decenni una disputa scientifica che vede schierate due opposte fazioni di ricercatori, una a favore e l’altra decisamente contro.
Umilmente riconosciamo di non essere in grado di dimostrare scientificamente alcunché, ma in base alla nostra esperienza personale possiamo affermare che la cannabis non crea danni irreversibili e non dà assuefazione
Vogliamo evidenziare come la parificazione delle sostanze stupefacenti crei di fatto un monopolio gestito da chi, oltre alla cannabis, è assoluto distributore anche di cocaina, eroina, droghe sintetiche e cannabis ‘alterata’ e di come questo monopolio induca i fruitori, nella maggior parte dei casi ragazzi ancora in giovane età, a considerare tutte le sostanze alla stessa stregua e quindi intercambiabili tra loro, con il grande rischio di un uso pericoloso e inconsapevole di sostanze realmente dannose sia per il fisico che per lo sviluppo cerebrale.
La creazione di fatto di un monopolio per la vendita di tutte le sostanze considerate illegali e parificate tra loro, genera di conseguenza un incontrollabile sviluppo della piccola criminalità al servizio di quella organizzata.
Allo stato attuale, la cannabis rappresenta per le organizzazioni criminali un’immensa risorsa economica tanto che molti osservatori, opinionisti e politici, l’hanno denominata “l’oro verde della mafia”.
Le immense piantagioni scoperte nel sud Italia e gli ingenti traffici con produttori maghrebini, albanesi e mediorientali, sono la prova di quanto la cannabis sia preziosa per tutte quelle associazioni criminali che dalla sua vendita illegale traggono cospicui profitti per finanziare attività ben più dannose e pericolose per la condizione economica e sociale della nostra nazione.
E’ oggettivamente constatabile che la quasi totalità degli imputati per coltivazione di cannabis è soggetta ad una criminalizzazione del proprio ‘stile di vita’, e lo dimostra il fatto che nonostante sia spesso evidente la destinazione delle piante ad uso esclusivamente personale, la più diffusa e continua accusa di cui vengono tacciati i consumatori sia proprio la “presunzione di spaccio”, una presunzione di colpevolezza quindi, che mal si addice alle più elementari norme che dovrebbero regolare uno Stato di Diritto.
Augusto Tagliati, 
Membro della Direzione Nazionale del PLI
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