Stefano de Luca

Dopo la grande stagione risorgimentale, iniziata con Cavour e conclusa con Giolitti, il movimento liberale in Italia è stato condannato ad un progressivo declino. L’avvento del suffragio universale, ancorché solo maschile, voluto dallo stesso Giovanni Giolitti e dal movimento liberale, determinò l’arrivo in Parlamento di socialisti e popolari, i quali si posero come portatori di interessi settoriali, in quanto privi di quel senso dello Stato, che aveva caratterizzato la precedente classe politica, protagonista del Risorgimento. L’Italia, attraversata dalla grave crisi, derivata dalle conseguenze della prima guerra mondiale, precipitò facilmente nel Fascismo, per la stupidità di un Re pavido e per l’incapacità politica di tali nuovi soggetti senza cultura di governo. Da solo, il partito liberale non riuscì ad opporsi, scegliendo il nobile, ma non produttivo, gesto dell’Aventino,  e, successivamente, nel 1925, dovette subire, come gli altri, lo scioglimento.

Dopo il ventennio di dittatura, che condusse il Paese ad un’ulteriore devastante conflitto ed alla guerra civile, il suffragio universale, esteso anche alle donne, premiò ancora più nettamente i partiti di massa, penalizzando quelli di derivazione liberale, per altro, fra loro divisi. Infatti, nonostante alcune prestigiose personalità, il partito d’azione non riuscì mai ad entrare in Parlamento e, con alterne vicende, PLI, PRI e PR raggiunsero sempre modesti risultati elettorali, pur riuscendo ad ottenere, obiettivamente, per il prestigio di cui godevano, un peso di molto superiore alla effettiva  rappresentanza parlamentare.

Con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica scomparvero i soggetti di derivazione dichiaratamente liberale, ma in molti, anzi troppi, si definirono tali, senza esserlo affatto. Questo fenomeno ha determinato la diffusa convinzione che essere liberali costituisse una sorta di caratteristica accessoria, che poteva far riferimento ad aspetti comportamentali o a inclinazioni nel campo dell’economia o dei diritti civili, ma non all’ancoraggio ad un preciso riferimento storico, politico, filosofico e morale. Di volta in volta, nell’ultimo ventennio, si sono definiti liberali Berlusconi, D’Alema, Di Pietro, persino Prodi o altri personaggi, legati a precisi interessi corporativi e caratterizzati da venature populiste, padronali o plebiscitarie, che nulla avevano a che vedere con la storia del liberalismo e delle sue antiche radici culturali, in Italia, in Europa e nel Mondo.

La deriva si è accentuata con il prevalere di una inclinazione maggioritaria e leaderistica, che ha  privilegiato la logica delle alleanze, rispetto a quella rigorosamente identitaria. La semplificazione del messaggio politico, attraverso i media ed in particolare la TV, ha finito con l’indurre gli elettori ad affidarsi al carisma di un capo ed alla ricerca dell’uomo del destino, liberato dai bizantinismi parlamentari e da quello, che in modo perverso è stato definito, come il ricatto dei partiti minori. Questi ultimi, invece, sia a destra come a sinistra, sono gli unici in generale ad avere un connotato valoriale riconoscibile, rifiutando di identificarsi nel pernicioso mito dell’uomo solo al comando. Sono, di fatto, gli unici a rivelarsi ostili al tentativo di ridurre i margini di democrazia del Paese, attraverso sistemi elettorali fondati sul principio della nomina dei parlamentari, gli sbarramenti eccessivi ed i premi di maggioranza abnormi, come quelli previsti dalla legge approvata di recente dalla Camera in prima lettura. Anche la proposta di eliminazione del Senato, con la prospettiva del superamento del bicameralismo, obbedisce ad una logica di semplificazione dell’impianto costituzionale, che, in effetti, si risolve in una ulteriore espropriazione di quote di sovranità al corpo elettorale.

Il clima irrespirabile di un tripolarismo, fondato su un partito rivoluzionario antisistema e due altri soggetti, che si vanno rivelando sempre più nettamente a caratteristica padronale, dimostra che la democrazia sostanziale e, quindi, la libertà corrono un grave pericolo.

Il Paese assiste impotente ad una spietata lotta per bande tra le principali fazioni politiche, che a volte si scontrano, altre si sostengono a vicenda, costringendo l’Italia a continuare una pericolosa danza sull’orlo del baratro.

Ci vorrebbe ben altro che la finta rivolta grillina, a base di luoghi comuni e di turpiloquio, ma condizionata in modo preoccupante da un forte accentramento totalitario del potere decisionale, che soffoca ogni dissenso interno. Sarebbe invece necessaria una reale rivoluzione liberale, che è ben altra cosa, perché fondata sullo scardinamento del potere di veto delle corporazioni e della burocrazia e mira a restituire la sovranità al popolo, in un contesto che privilegi il merito e la concorrenza, eliminando le rendite parassitarie di un insopportabile retaggio statalista, che produce soltanto sprechi e clientelismo.

Tratto da Rivoluzione Liberale