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“Renzi sarà il terzo Presidente del Consiglio non eletto dal popolo”. Questa frase, che dal punto di vista costituzionale, non è altro che una sciocchezza, negli ultimi giorni è stata ripetuta un numero infinito di volte, fino ad essere diventata come un mantra ossessivo. La Costituzione italiana non prevede che il Capo del Governo venga eletto, ma che riceva l’incarico di formare il nuovo Governo da parte del Presidente della Repubblica, in seguito alle consultazioni con i vertici dello Stato e con i rappresentanti delle forze politiche.  Egli, dopo la definizione di un programma con i partiti della compagine governativa, propone al Capo dello Stato, che potrebbe suggerire dei cambiamenti, la lista dei Ministri ed, insieme  a questi ultimi, presta il giuramento al Quirinale. Successivamente dovrà sottoporsi alla fiducia dei due rami del Parlamento. Nessun capo dell’Esecutivo è stato mai eletto direttamente dal popolo, perché il nostro sistema parlamentare non lo prevede. Infatti l’Italia, a differenza di altre democrazie, (dove la tradizione è diversa o la Costituzione materiale ha finito con l’imporsi) è rimasta saldamente ancorata al rispetto della Costituzione formale. Durante la Seconda Repubblica, si è soltanto affermata una prassi, priva di alcun rilievo giuridico formale, secondo cui, quando si presentano alle elezioni, i partiti e le coalizioni in generale, insieme al programma elettorale, indicano sovente, ma non sempre, nel proprio simbolo elettorale, anche il nome della persona da essi proposta come Premier. Tutto questo non costituisce alcun vincolo né per i partiti, né tanto meno per il Capo dello Stato, poiché tale designazione non ha alcun rilievo costituzionale, salva l’ipotesi di un successo strepitoso, che, a seguito di una vittoria certissima, automaticamente comporterebbe una implicita investitura popolare, circostanza ben difficile quando vigono sistemi elettorali proporzionali, come quelli che finora hanno prevalso nel nostro Paese. Infatti alle ultime elezioni, il leader del partito più votato, il PD,  non avendo conseguito la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento, dopo un mandato esplorativo senza esito favorevole, ha rinunciato, per dar luogo alla costituzione del Governo di larghe intese, presieduto da Enrico Letta. Tutto questo è pienamente legittimo e smentisce il mantra, ormai entrato nella vulgata, imposta dai partiti maggiori e supinamente accettata dai media ad essi asserviti, che perseguono l’obiettivo, nonostante il forte scontento popolare, di consolidare il ruolo dei soggetti predominanti, concordi nel rafforzare a loro favore tale privilegio. In ogni caso in un Paese così pluralista come l’Italia, sarebbe ben difficile far prevalere nettamente un singolo partito. Ogni tentativo di piegare la legge elettorale al risultato di assegnare alla “maggiore minoranza” la maggioranza dei seggi in Parlamento, comporterebbe un travisamento della reale volontà degli elettori, attraverso meccanismi che niente hanno a che vedere con la democrazia rappresentativa. Il danno peggiore tuttavia consisterebbe nella espulsione dal sistema parlamentare di quelle forze minori che non abbiano superato lo sbarramento, con la conseguenza che  non soltanto non entrerebbero nelle assemblee legislative, ma sparirebbero dai media e pertanto non potrebbero avere a disposizione gli strumenti per presentarsi di nuovo per una seconda chance. Il sistema politico così sarebbe bloccato intorno alle due forze maggiori, escluderebbe un ricambio radicale della classe politica e l’ingresso di idee nuove nelle aule parlamentari. Soltanto ove venisse trasformato il nostro impianto costituzionale, scegliendo un sistema  presidenziale o  semipresidenziale, come sentiamo ripetere giornalmente dai figuranti che sprecano fiumi d’inchiostro o ne parlano a sproposito in TV, la scelta del Premier sarebbe devoluta al corpo elettorale . Tutto questo inutile dibattito in realtà finisce col distrarre rispetto al vero problema, rappresentato da una politica senza valori e priva di qualsiasi residuo di eticità, dove conta soltanto l’occupazione del potere. Il giovane segretario del PD aveva reiteratamente ripetuto che non puntava alla poltrona di Letta e si era impegnato a sostenerlo. Dopo una successiva fase in cui sembrava voler abbandonare il Governo al suo destino, (come se non si trattasse di un Esecutivo di cui il Presidente ed i nove decimi dei ministri erano del suo partito) con mossa rapida e spregiudicata, ha fatto ritirare la fiducia del PD, per farsi indicare come nuovo Capo del Governo. Non essendo riuscito a far cuocere a fuoco lento Letta, che, dopo un leggero miglioramento dei dati sulla produzione industriale, avrebbe potuto recuperare in termini d’immagine, ha deciso con cinismo di farlo fuori bruscamente. Non ha esitato, quindi, a proporre se stesso per guidare un Esecutivo con la stessa maggioranza e bruciare le tappe. Flipper, (come è stato soprannominato) in effetti, si sente forte di uno speciale rapporto con Berlusconi, il quale, in cambio di un ridimensionamento del ruolo di NCD e di una successiva emarginazione del movimento che recentemente lo ha abbandonato, sarebbe in grado di garantire il sostegno necessario per tenere in piedi l’Esecutivo, almeno per il periodo necessario ad approvare le riforme costituzionali. L’era del Renzi-berlusconismo è quindi iniziata. L’unico punto di attrito tra i due nuovi compari, potrebbe essere determinata dalle dimissioni di Napolitano, ove Renzi volesse sostenere l’elezione al Quirinale di Prodi, acerrimo nemico di Berlusconi. Ma l’esperto  leader di Forza Italia conta sulla spregiudicatezza del giovane Gianburrasca, che scaricherà il professore, comunque ingombrante, al momento opportuno. Con la finzione delle riforme costituzionali, quindi, il Governo Renzi potrebbe durare anche un paio d’anni e costruire la necessaria rete di protezione per gli interessi di un Berlusconi, che non ha più ambizioni politiche personali, ma deve difendersi dagli attacchi giudiziari e garantire, per sé e la sua famiglia, la difesa del grande patrimonio accumulato e le concessioni per le reti televisive. Nessuno come il giovane segretario del PD, potrebbe meglio offrire tale garanzia. Se ad un certo momento la sinistra del suo partito dovesse decidere di produrre una scissione, farebbe il gioco del giovane fiorentino, che, liquidata la concorrenza di Alfano, in barba al proclamato bipolarismo, sarebbe anche pronto ad un’alleanza esplicita con il Cavaliere e porsi come il rassicurante nuovo leader del mondo moderato, vero erede del berlusconismo. Tratto da Rivoluzione Liberale