Possono esistere regimi democratici ma illiberali ed, altrettanto, sistemi autoritari che adottino politiche liberali, come ha insegnato Alexis de Toqueville, dimostrando la superiorità della Democrazia Liberale, unica in grado di declinare al contempo democrazia e libertà.

Il dibattito attuale intorno alla riforma elettorale in Italia mostra di ignorare l’insegnamento toquevilliano, perché, piuttosto che pensare ad un sistema, tra i tanti che ne esistono, in grado di interpretare le pulsioni degli italiani e rispettarne le tradizioni ideali e culturali, sembra perseguire l’obiettivo di inventare un super porcellissimus, con l’accordo di Renzi e Berlusconi. Infatti, il sistema spagnolo, con collegi molto piccoli e liste bloccate corte, prevede sempre la vittoria dei grandi partiti ed avrebbe nient’altro che questo significato. Tutte le forze minori sarebbero spazzate via. Lo stesso M5S, pur con un consenso intorno al 20%, verrebbe ultra ridimensionato, se non espulso anch’esso dal Parlamento. In Spagna una legge elettorale così scarsamente democratica trovò la sua giustificazione nel rischio dell’egemonia, anche dopo la fine della dittatura, di una tradizione franchista, che avrebbe potuto prevalere ancora se gli oppositori del regime si fossero presentati divisi. Quindi quel tipo di sistema elettorale è servito ad imporre, a destra, un annacquamento del ruolo dei nostalgici del generalissimo in un contenitore più grande come il Partito popolare ed, a sinistra, la riunione di tutti i movimenti di opposizione al regime intorno alla centralità socialista, ridimensionando il ruolo del Partito Comunista. Ovviamente la forzata semplificazione del sistema elettorale, portò alla scomparsa del movimento liberale di Adolfo Suarez, il cui Governo viene ancor oggi ricordato come il migliore della storia iberica dopo la fine del regime.

L’Italia ha vissuto un lungo periodo di democrazia e sostanziale stabilità nel quarantacinquennio successivo all’approvazione della Costituzione con tre sole formule di Governo (Centrismo, Centro-sinistra, pentapartito, salvo la parentesi deleteria della Solidarietà Nazionale). In effetti il succedersi di differenti governi dipendeva esclusivamente dalla continua necessità di aggiustare gli equilibri interni di un partito troppo grande e composito, come la Democrazia Cristiana. Tuttavia la stabilità delle alleanze consentì innanzi tutto il ritorno alla democrazia ed alla libertà, dopo un ventennio in cui erano state cancellate, nonché una straordinaria ripresa economica, (che venne definita miracolo) nonostante la macerie del conflitto mondiale, oltre a permettere di compiere la scelta atlantica e quella europeista. Vennero anche superati i contrasti drammatici della guerra civile, neutralizzando il tentativo, che persistette per molti anni, (assurto persino ad episodi drammatici di terrorismo) di alterare gli equilibri democratici, ribaltando le alleanze che discendevano dai patti di Yalta e dal trattato di pace di Parigi. Successivamente vennero fatte alcune grandi leggi di ispirazione sociale e civile, (dal nuovo Diritto di Famiglia, al Divorzio, all’aborto, allo Statuto dei lavoratori, alla Riforma sanitaria, a quella fiscale) talvolta con aspetti discutibili, ma rivelatrici di una volontà di modernizzazione del Palese.

L’avidità della classe politica finì col rendere stabile il sistema di finanziamento illecito dei partiti, nato inizialmente per bilanciare quello irregolare che il PCI riceveva dall’Unione sovietica, quando coinvolse anche lo stesso Partito Comunista e determinò il crollo del sistema. In quell’occasione furono buttati l’acqua sporca con il bambino, a causa di eccessi giudiziari, amplificati dal qualunquismo dei media e favoriti dall’impotenza di una classe politica reclinata su se stessa, che si comportò come se tutta insieme fosse seduta sul banco degli imputati. La vittoria di un referendum che impose, correttamente, la preferenza unica, fu interpretata come una volontà di cancellare il sistema proporzionale, che interpretava le tendenze culturali dell’elettorato, per passare al maggioritario. Fu di fatto cancellata l’immunità parlamentare, vista come un anacronistico privilegio e non come una guarentigia, che derivava dalla tradizione degli antichi Parlamenti per mettere il potere legislativo, che deriva dal popolo, al riparo dal capriccio del sovrano e dall’abuso dell’Ordine giudiziario. Vennero quindi spazzati via tutti i partiti politici identitari, tranne uno, che aveva perso per altre ragioni il proprio connotato ideologico e si era limitato a cambiare soltanto il nome, stringendo un rapporto di stretta alleanza con il “partito delle procure”, il quale ultimo si affrettò a metterlo sotto tutela. I media s’incaricarono di spiegare che il sistema maggioritario era migliore, perché avrebbe garantito la stabilità. Invece, nel ventennio appena trascorso, con due leggi elettorali maggioritarie, la seconda di gran lunga peggiore della prima, non abbiamo avuto stabilità. Anzi le maggioranze si sono rivelate più fragili per la debolezza di partiti senza storia e patrimonio valoriale.

Oggi, un qualunquistico assalto contro la casta, pretenderebbe di spazzar via tutte le forze politiche minori, tra le quali vi sono gli unici eredi delle diverse concezioni culturali e identitarrie, rispetto ai partiti leaderistici e padronali. La conquista della segreteria del PD da parte di Matteo Renzi ha rappresentato la fine dell’ultimo partito strutturato con un impianto ideologico, anche se ufficialmente rinnegato perché sconfitto dalla storia, ma che si fondava su un’ampia base saldamente tenuta insieme da consistenti legami col mondo degli interessi cooperativistici, sindacali e di una parte del mondo bancario ed affaristico, ancorati al sistema di potere delle cosiddette regioni rosse.

Il Sindaco di Firenze, attraverso un messaggio accattivante, che per altro ha fatto proseliti anche nel campo moderato, ha dato la speranza alla sinistra italiana, storicamente minoritaria, di potersi sdoganare. Dopo aver spazzato via tutta la vecchia classe dirigente ex comunista e della sinistra democristiana, ha imposto nei ruoli di comando i Renzi boys, che assomigliano in modo impressionante agli azzurri berlusconiani. Oggi gli unici ostacoli alla sua irresistibile ascesa, sono rappresentati da Napolitano, da Letta e dalla composizione dei gruppi parlamentari del PD, ancora a maggioranza bersaniana, anche se largamente in fase di rapida conversione. L’intesa col Cavaliere per una riforma elettorale gradita ad entrambi ed un accelerato approdo ad elezioni anticipate, è quindi nelle cose. Lo strumento è quello di una riforma elettorale concepita per premiare le due forze maggiori, che occupano le aree di sinistra e di destra, perpetuando il metodo scellerato di nomina dei parlamentari, che verrebbero scelti tra i famigli od i fedelissimi, attraverso le mini liste bloccate del sistema spagnolo. E’ implicita persino la disponibilità a coalizzarsi in un ulteriore Governo di larghe intese, se le cose elettoralmente non dovessero andare per il verso giusto, o comunque a realizzare insieme le riforme costituzionali, che devasterebbero definitivamente quel che rimane del nostro Stato di Diritto, attraverso l’abolizione del Senato e la riduzione ed il ridimensionamento del ruolo politico dei parlamentari. Questo significherebbe comprimere ulteriormente gli spazi di libertà democratica nel procedimento legislativo; insomma verrebbe cancellato ogni residuo di Democrazia Liberale, per inaugurare una stagione di involuzione verso un sistema di tipo sudamericano. I due solisti, il tenore Berlusconi ed il Soprano Renzi, si avviano ad una marcia trionfale, sostenuti da un’orchestra composta dai media e dal coro unanime dei Talk Show di RAI, Mediaset, Sky e La 7.

In effetti il nostro sistema costituzionale prevede poteri molto limitati per il Premier, che quindi andrebbero rafforzati, senza cadere nel difetto opposto di consegnare il Paese all’uomo del destino. Sono da auspicare, da una parte, un potere esecutivo con prerogative rafforzate, (delegificando molte materie oggi affidate alla legislazione ordinaria) e, dall’altra, un potere legislativo orgoglioso della propria autonomia, ciascuno dei due geloso della propria specialità. Un Parlamento che, come negli Stati Uniti, sappia garantire all’Esecutivo una solida maggioranza politica, ma col quale, sui grandi temi delle riforme e delle scelte vitali per la Nazione, il Governo debba sempre confrontarsi. Un conto è, giustamente, combattere le opprimenti burocrazie trasversali e gl’interessi corporativi costituiti, per restituire alla politica il primato che le compete ed al Capo del Governo il prestigio e la libertà decisionale necessari, altro scivolare verso la china del regime, che dolorosamente l’Italia ha già sperimentato.

E’ auspicabile, dopo troppe esperienze di Esecutivi deboli, sorretti da malcerte maggioranze, che la guida del Governo venga affidata ad una mano sicura, ma che sia interprete del progetto ideale di un soggetto politico o di una coalizione coesa e si ponga l’obiettivo di realizzarne il programma. Oggi le leadership si formano non sulla base di un simile rigoroso percorso, ma per autoinvestitura, grazie al supporto degli strumenti mediatici ed economici di cui dispongono i relativi capi: quindi si comportano come padroni dei propri partiti e si avvalgono soltanto di caudatari.

Scivolando verso questa pericolosa china, si rischia di assistere al funerale della democrazia italiana, che, per quanto piena di difetti, dopo essersi avviata dal 1994, verso un inarrestabile declino involutivo, con la progettata riforma, andrebbe inesorabilmente verso il suo miserabile epilogo.