Cambiare la Costituzione, abolire le Regioni, applicare il metodo della meritocrazia e della competizione in tutti i settori della pubblica amministrazione. E ancora: rivoluzionare la scuola italiana, dalla materna alle secondarie ripristinando il principio secondo cui la scuola non è prima di tutto un “posto di lavoro”, ma prima di tutto il luogo in cui si preparano le generazioni future. E ancora: trasformare il chiacchiericcio sul valore reale dei beni culturali italiani in vista di un loro uso intelligente per produrre ricchezza, in una serie di progetti specifici condotti secondo il principio che le rovine del passato devono essere richiamate in vita con gli strumenti della tecnologia, dell’architettura, degli strumenti mediatici.

Tutto ciò di cui oggi discutono i politici che non vengono da una formazione liberale (cioè tutti) riguarda le singole ricette per affrontare e superare la crisi, agendo come i medici di Pinocchio i quali affermavano al capezzale del burattino che se il malato non era ancora morto probabilmente voleva dire che era ancora vivo. Questo è un trucco, o meglio un effetto speciale volto a imporre, sotto la pressione di un’opinione pubblica infuriata e frustrata dalla crisi, soluzioni che con la crisi hanno poco a che fare. Tra la folla dei medici si segnala anche Boldrin di Fare per Fermare il Declino, il quale partecipando a Virus lo scorso 10 gennaio, sosteneva di non sapere ancora se presentare o no la coalizione che vorrebbe guidare alle elezioni europee (“Vedremo”) e alla domanda di Nicola Porro: “E’ vero come dicono che lei è un liberale al cento per cento?” rispondeva: “Gli altri lo dicono”. Vorremmo tranquillizzare Boldrin: nessuno pensa che sia un liberale, ma semmai uno dei tanti frenetici modernizzatori sicuri di aver in tasca la ricetta contingente per tempi contingenti.

Riscrittura della Costituzione, inclusa la prima parte; abolizione delle Regioni (seicento miliardi sperperati in aumenti di stipendio, assunzioni e spese faraoniche, pari a un terzo del debito pubblico) e imposizione di criteri sempre meritocratici, sono a mio parere i tre capisaldi cui possono essere appese tutte le altre riforme, sia di natura contingente per superare la crisi, sia per preparare un modello dell’Italia che sarà da qui a vent’anni.

Questo del progetto dell’Italia fra venti anni, ma anche dieci e anche cinque, è un punto fondamentale per denunciare il carattere effimero benché fragoroso del Renzi-pensiero. Il sindaco fiorentino a quanto pare non ha la più pallida idea di quale Paese vorrebbe costruire. Tutti i leader europei e americani, da Churchill a Khol, da De Gasperi a de Gaulle, da Kennedy a Reagan, avevano in mente un sogno per il loro Paese. Persino Marchionne ne ha uno per l’Italia e non ne fa mistero. Ma Renzi non sa andare oltre un miracoloso “Job Act” che il popolo ha già ribattezzato “Ciabatta” che elimina la legge Biagi, la rottamazione (non la riforma) di una delle due Camere e – più importante di tutto, una velocissima nuova legge elettorale da usare come un taxi per sbarcare a Palazzo Chigi.

Nessuna delle cose che ha proposto il neo segretario del PD – salvo la legge elettorale – può essere fatta in quattro e quattr’otto, salvo la legge elettorale.

Voglio sottolineare che abolire il Senato è una spavalda idiozia contro la quale noi liberali dovremmo levare alta la nostra voce. La nostra democrazia soffre per il fatto che le due Camere fanno esattamente approvano ed emendando le stesse leggi, in fotocopia. E’ questo il meccanismo che andrebbe modificato. Ma buttare il Senato nella pattumiera indica un’attitudine pericolosa che si riassume in due parole, anzi tre: fastidio per la democrazia.

Ciò che va eliminato radicalmente semmai è l’errore commesso nel 1970 quando furono approvate e messe in funzione le Regioni, che succhiano come sanguisughe tutte le risorse dello Stato senza essere capaci – ruberie e malversazioni a parte – in grado di sostituire lo Stato. Si è visto anche in questi giorni che tutte le Regioni, del Nord e del Sud, di destra o di sinistra, si sono dimostrate delle greppie per parassiti che succhiano dalle loro cospicue mammelle tutta la ricchezza del Paese senza restituire in cambio altro che occupazione fittizia, prebende, favori, appalti per gli amici e sperpero.

La pubblica amministrazione e la scuola vanno rivoluzionate nello stesso modo, introducendo senza tentennamenti la legge del merito selettivo. L’insegnamento deve diventare una professione ad alto standard controllabile ed aggiornabile. Gli insegnanti non devono più essere autorizzati a costituire isole private di insegnamento artigianale secondo le loro private visioni politiche e culturali.

In compenso, tutti i laureati disoccupati che premono alle porte dei presidi per mendicare ore di supplenza, possono essere energicamente indirizzati verso la riqualificazione del patrimonio culturale, destinato a diventare la principale fonte di reddito della Repubblica.

Sul patrimonio culturale dei musei e dei siti archeologici e il relativo turismo, va immediatamente varato un piano industriale e di indirizzo affinché cessi la politica miope della pura conservazione dei beni (e Pompei è l’esempio grottesco di che cosa significhi) e nasca una politica innovativa e rivoluzionaria in grado di far uso dei sistemi multimediali, i materiali, la tecnologia, della rete e di tutte le risorse filmiche, per creare e far fruttare le suggestioni, le ricostruzioni, gli eventi. Sembra una cosa facile a dirsi, ma è difficilissima: quando fu restaurata la Cappella Sistina si formò subito uno spocchioso movimento conservatore che pretendeva fossero conservati i fumi depositati sui colori di Michelangelo, con la stessa insistenza ottusa con cui pretendono di lasciare sulla terra le colonne, i templi, le mura.

Una grande rivoluzione materiale e culturale ci attende e quella rivoluzione può venire soltanto da forze e tradizioni liberali moderne, laiche, capaci di progettare il futuro e di creare ricchezza dalla cultura.