Vorrei ribadire, mentre assaporo il piacere di scrivere per Rivoluzione Liberale nella nuova forma grafica, la questione che più sta a cuore ai liberali. Quella che si usa chiamare “identitaria”. I liberali sono gli unici ad uscire indenni dalle macerie in cui sono morte nella vergogna e nel disonore le altre ideologie di massa del secolo scorso. Per questo noi ci siamo sempre ribellati di fronte alla tartufesca dichiarazione secondo cui “le ideologie sono morte”. La nostra non soltanto è vivissima, ma è anche l’unica che calza a pennello nella storia e serve per costruire il futuro di un Paese fondato (o che dovrebbe essere fondato) sulla libertà.

Purtroppo però l’articolo primo della nostra Costituzione non dichiara che la Repubblica è fondata sulla libertà e il rispetto dovuto a ogni singolo cittadino, invece afferma ipocritamente di essere fondata sul lavoro. Se fosse vero, la Repubblica dovrebbe essere in grado di garantire il lavoro a ogni cittadino, il che non è, e non deve essere, perché non tocca allo Stato fornire posti di lavoro, ma soltanto procurare le condizioni che permettano all’iniziativa privata di crescere creando nuovi posti di lavoro.

Nel resto del mondo politico intorno a noi le parole d’ordine costituiscono una poltiglia immangiabile e radioattiva: forconi e guerra civile a bassa intensità, nuovi leader come Renzi che, senza essere in Parlamento, danno ordini al Parlamento. La situazione generale sta seguitando a deteriorarsi e non cesserà di decadere finché una guida liberale non apparirà all’orizzonte.

Come i lettori e gli iscritti sanno, io non ho molta fiducia nell’operazione consistente nell’alleanza con vari soggetti non liberali per creare un nuovo soggetto liberale. Sarò a fianco del segretario in questo tentativo fino alla fine e non gli faremo mancare il nostro appoggio pieno e unitario. E’ presto per capire quale sarà l’epilogo di questa complessa operazione e aspettiamo di vederne gli sviluppi. Ma intanto – e comunque – va ribadita e rafforzata l’identità liberale del nostro partito, per impedire che diventi preda di collezionisti di simboli e storie per una sorta di paella in cui tutti gli elementi vanno bene.

Vorrei anche dire che la questione “partito” è secondo me superata: vent’anni fa aveva senso abolire questa parola per non apparire compromessi con la vecchia Repubblica. Da allora è passata una generazione e il nome del Partito Liberale Italiano appare sempre più onorato e onorabile. Siamo pochi, credo, soltanto perché c’è una diaspora liberale che non è possibile ricucire soltanto nei convegni e nelle aperture personali. Il PLI deve porsi come primo obiettivo quello di costituire il nucleo gravitazionale magari piccolo ma molto denso, capace di attrarre ed esercitare una leadership.

Come si può ottenere un tale risultato? Con una forte campagna mediatica accompagnata da una forte campagna di tesseramento. La campagna mediatica mostra le idee e la discussione sulle idee e le proposte; mentre la campagna di tesseramento segue raccogliendo i consensi. Per questo le nuove iniziative per un drastico ammodernamento mediatico del PLI e dei suoi strumenti, rilanciati con grande efficacia e competenza da Marcel Vulpis, sono strumenti indispensabili per diffondere le iniziative e i progetti liberali.

Le prossime tappe che io vedo utili e anche indispensabili sono una convocazione del Consiglio Nazionale nella seconda metà di gennaio o pochissimo più in là e la preparazione del Congresso. Nel frattempo sarà più chiaro quali date ci riserva il futuro: tutto sembra indicare che la furia con cui si vuole procedere all’approvazione di una nuova legge elettorale indichi una simmetrica furia per elezioni immediate, forse in concomitanza con le europee.

Poiché i maggiori partiti sono d’accordo nel voler mantenere un sistema maggioritario, ne consegue che il PLI dovrà resto affrontare la questione più spinosa: preservare e blindare la propria identità e decidere, se il maggioritario verrò confermato, in quale campo stabilire le proprie alleanze. Molta carne al fuoco, non c’è dubbio. Ma è lo stesso fuoco che ci incalza e ci spinge a dare risposte rapide, efficaci, che diano visibilità al partito e lo riportino sotto i riflettori dell’opinione pubblica, esausta e spaventata dalle mode forconiste.

Ci attende dunque un duro e lungo lavoro. Il nuovo anno sarà quello dell’emersione dall’area grigia in cui la logica della politica politicante ci ha confinato. Buon 2014 liberale, dunque.

2 Commenti

  1. Dell’articolo surriportato, di ignoto autore, condivido la necessità di:
    a) proporre la variazione dell’art. 1 della Costituzione nel sostituire la parola “libertà” a quella “lavoro”;
    b) porsi come “nucleo gravitazionale piccolo ma molto denso di attuare ed esercitare una leadership”;
    c) preservare e blindare la propria identità.
    Dissento invece dalla scelta di:
    1) porsi in alleanza elettorale (soprattutto con il Movimento “fare per fermare il declino”) con forze non liberali (quasi a recitare il perenne ruolo di “vaso di terracotta costretto a viaggiare tra vasi di ferro” di manzoniana memoria);
    2) ritenere superata la vecchia concezione di Partito scimmiottando la moda anglosassone del “bipartitismo” e disconoscendo la nostra storia partitica.
    Credo di aver a suo tempo, tramite il referente milanese dott. Mario Caputi, formulato alcune proposte che, secondo quanto mi è stato riferito, non sono state prese in minima considerazione, senza alcuna motivazione.
    Spero in un futuro migliore (almeno all’interno del partito !).
    Saluti.
    Fernando Pasquale Ferrucci

  2. Concordo e rilancio :
    abbiamo un potere legislativo che svolge funzioni notarili,
    un potere esecutivo che scrive le leggi e le fa ratificare al potere legislativo
    un ordine giudiziario autonomamente ma materialmente assurto a potere che fa scrivere le leggi al potere esecutivo, le interpreta, le applica e le esegue;
    un Presidente della Repubblica che – con il massimo rispetto – in tutta questa confusione – supplendo ai vuoti creatisi – cerca di mantenere un minimo di ordine costituzionale …
    ma quel che è incredibile è che tutti si ostinano a parlare e a lasciar credere che la nostra costituzione è basata sulla tripartizione dei poteri, sulla centralità del cittadino e sullo stato di diritto
    NON è vero :
    – la nostra costituzione prevede 2 poteri ed un ordine (che non si controllano reciprocamente e non hanno pesi e misure reciproci per evitare che uno dei tre prevalga sugli altri due)
    – il cittadino non può nulla contro lo Stato e i suoi burocrati
    – lo stato di diritto si caratterizza per il fatto che le leggi valgono innanzitutto per chi le fa, le approva, le interpreta e le applica, in breve per tutti
    NESSUNA di queste 3 condizioni può dirsi realizzata in Italia
    infine, non in ordine di importanza, la nostra carta fondamentale non poggia affatto su valori universalmente riconosciuti – come la libertà, la vita o il diritto alla ricerca della felicità – bensì su un bene strumentale – il lavoro – assurto da mezzo di sussistenza a principio guida della Carta stessa
    C’è molto da cambiare … forse troppo

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