Il nostro europeismo viene da lontano, perché trae origine dal manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. I Trattati di Roma furono la conclusione di un percorso politico, diplomatico e giuridico, avviato dal Ministro degli Esteri dell’epoca, il liberale Gaetano Martino, nell’incontro di Messina, nel quale vennero tracciati i contenuti essenziali.

Dopo la prima fase, densa di tensione ideale e di risultati positivi per i Paesi fondatori, ebbe il sopravvento una concezione burocratica, frutto dell’egemonia franco tedesca, che trasformò la iniziale lunga marcia verso un’Europa federalista, in un diverso progetto, meramente confederale,  ispirato dalla Francia gollista e palesemente involutivo.

La riunificazione della Germania, fortemente sostenuta dall’UE, portò ad un troppo frettoloso allargamento, per offrire sbocchi di mercato alla imponente macchina produttiva tedesca, che aveva bisogno di recuperare energie economiche, dopo il grande sforzo compiuto per assicurate ai Land dell’Est un analogo livello di benessere, rispetto a quelli della Repubblica di Bonn.

Il grande errore francese di non difendere l’opzione federale, per non rinunciare alla tradizionale inclinazione verso la  grandeur, ne ha, di fatto,   subordinato il ruolo a quello di sostanziale sostenitore degli interessi germanici. Invece, se si fosse messa alla testa della componente mediterranea, per sviluppare, insieme al mercato, voluto anche dalla Gran Bretagna, il percorso verso l’Unione politica, il processo comunitario avrebbe avuto un migliore e più coerente sviluppo.

La scelta prematura di adottare la moneta unica, senza aver prima creato la necessaria intelaiatura politica, ha determinato le attuali difficoltà e creato i presupposti per la nascita di forti spinte anti europeiste. A costo di essere definito euroscettico, al Parlamento Europeo, espressi le mie perplessità per una corsa verso la moneta unica, che avrebbe prima avuto bisogno di passi significativi verso l’Unione politica, attraverso una politica estera e di difesa comuni, insieme a regole unificate in materia di sicurezza e di alcuni settori della giustizia, in particolare quello delle frodi e delle controversie inerenti il Diritto Comunitario. A fronte dei vincoli di bilancio posti dai Trattati, sarebbe stato anche indispensabile avviare un rapido processo di convergenza tributaria, invertendo la tendenza a favorire la concorrenza fiscale tra Stati, che è stata fonte di distorsioni penalizzanti per alcuni Paesi membri, e principalmente per il nostro Paese.

L’ Italia avrebbe dovuto negoziare il passaggio alla moneta unica, contrattando meglio il tasso di cambio e pretendendo che alla BCE fossero assegnati poteri autonomi molto più ampi, sia quale Istituto di emissione, che per la delicata funzione di controllo nel settore bancario, come in seguito è apparso necessario ed  evidente. Grazie alla determinazione di Mario Draghi, infatti, nel pieno rispetto delle norme istituite per regolare e favorire il mercato unico, si è pervenuti ad una significativa riduzione dei tassi e si stanno compiendo passi decisivi per procedere verso la necessaria Unione bancaria. Il Governatore, sia pure tra grandi difficoltà e con l’aperta ostilità della Bundesbank, sta ritagliando all’Autorità monetaria un ruolo più forte ed autonomo, cercando di rimediare al grave errore di non averlo previsto sin dall’inizio. Infatti la condizione necessaria per la sussistenza e la prosperità di un mercato unico è la garanzia della altrettanto piena Unione dei mercati finanziari.

Di fronte ai rischi di un referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, il percorso avviato da Draghi potrebbe rappresentare un solido argomento per i liberali inglesi, unica forza effettivamente favorevole alla permanenza nell’UE, perché proprio il mercato unico è stato l’obiettivo strategico, indicato da sempre da parte del Regno unito, quale ragione per la propria partecipazione all’UE.

Il dibattito, certamente infuocato, che genereranno la prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, con diffuse e  forti pulsioni euroscettiche, potrebbe rappresentare un punto di svolta positivo, se la Francia, anch’essa ferita dai morsi della crisi economica, dovesse decidere di abbandonare la linea di austerità voluta dalla Germania, che ha giovato soltanto a quest’ultima. Essa, insieme all’Italia ed alle altre nazioni mediterranee, potrebbe promuovere una nuova politica di espansione, allentando, a fronte di nuovi investimenti, gli oppressivi vincoli di bilancio e proponendo, invece, la necessaria convergenza dei sistemi fiscali, almeno all’interno dell’area Euro. Su tale strada il Regno Unito potrebbe essere invogliato ad un riallineamento con l’Europa, perché vi potrebbe intravedere interessanti opportunità per le proprie imprese e, principalmente, per gli affari della city londinese.

I liberali hanno, forse per la prima volta nell’ultimo ventennio, la possibilità di inserirsi in tale dibattito, partecipando con impegno alla iniziativa dell’ALDE di riunire in un’unica lista  le disperse forze di coloro che si richiamano ai valori del liberalismo. Il processo, in passato mai riuscito, oltre a trovare oggi un importante sostegno nel proposito del partito dei liberali europei, ha maggiori possibilità, grazie all’iniziativa, avviata dal PLI con Fare per fermare il declino ed altri gruppi politici, per una federazione di ispirazione liberale e democratica nel nostro Paese.

Dall’Italia, che ha sempre dimostrato grande passione per il sogno degli Stati Uniti d’Europa, potrebbe partire la scintilla per avviare il superamento dell’attuale Unione dei burocrati e dei ragionieri e riprendere il cammino verso quella politica, sognata dai suoi padri fondatori.

Tratto da Rivoluzione Liberale