Ho avuto l’opportunità di assistere in diretta alla rivolta della gioventù turca, di trovarmi in mezzo a loro, di coglierne la confusa voglia di libertà, la sorda protesta rancorosa, il desiderio di abbattere l’oppressione religiosa e militare di questo strano Paese, crocevia del Mondo.
La ribellione è nata sull’onda ecologista di difendere un parco ed il suo polmone verde, uno dei pochi rimasti, che sorge nel cuore di Istanbul, dalla speculazione di un regime, che invece vorrebbe trasformarlo in centro commerciale. Rappresenta l’estrema difesa di una città cresciuta a dismisura, cementificata ovunque e senza regole, resa quindi caotica nel traffico e spesso ferita nel proprio ineguagliabile fascino, costituito da una conformazione naturale senza eguali al mondo. Chiunque rimane affascinato dal Corno d’oro sul Mar di Marmara, che, attraverso una strettissima striscia, congiunge il mar Nero con l’Egeo e dove si affacciano le più belle Moschee del mondo, mescolate a chiese cattoliche, a vestigia romane, a mura medioevali, a sontuosi palazzi; tutto immerso nel caos di un saliscendi di strade e mercati pieni di colore.
Presto la protesta, interpretata da una grande quantità di giovani, si è allargata, via via trasformandosi: viene elevata la richiesta di disfarsi dalla oppressione islamica dominante, di liberalizzare i costumi, di allentare la presa dell’esercito e di una ruvida polizia, ma esplode anche l’insofferenza verso la speculazione e l’opulenza. Si spiegano così alcune provocazioni con le lattine di birra o l’ostentazione di effusioni in pubblico, ma anche i gesti vandalici contro le vetrine dei più prestigiosi negozi de quartiere di Beyoglu, le devastazioni, la rivendicazione di un certo pauperismo in contrapposizione alla speculazione ed all’espansione commerciale, incoraggiate dal regime. I giovani di Piazza Taksim chiedono maggiore laicità rispetto all’oppressione religiosa islamica, ma anche una rivoluzione sociale e politica, in un Paese che, da sempre, ha coltivato una democrazia sotto la tutela dei militari.
Si avverte il profumo delle rivoluzioni della primavera araba, me c’è qualcosa di molto diverso. la Turchia, principalmente la parte europea, è altro da un Paese arabo. Luogo di incontro tra Oriente ed Occidente, tra Europa ed Asia, crogiolo di diverse religioni e culture, tutto appare mischiato e reinterpretato in modo originale, tanto da percepire il Paese, a volte, come occidentale, altre come un angolo di civiltà islamica vicino a noi. Questa miscela rivela, anche nel costume del popolo, quel caleidoscopio di tendenze, abitudini e sensibilità, che ammiriamo, sotto il profilo geografico, nella splendida maestà in cui la città di Istanbul si distende nel Bosforo. La straordinaria capacità di far convivere razze, culture, religioni, tradizioni diverse, in ogni tempo, è stata la straordinaria caratteristica di questa città
e del suo successo, anche se sempre sotto un’impercettibile, cupo potere militare e musulmano. Quasi inconsapevolmente i giovani che hanno manifestato e
compiuto eccessi di vandalismo nella grande, elegante, strada Istiklãl Caddesi, hanno espresso la loro voglia di liberarsi da una forma di coercizione
religiosa, per poter vivere in modo più libero e moderno e cominciare a costruirsi una coscienza politica non condizionata da elementi tradizionali.
Non sappiamo come evolverà e se dovrà affrontare una dura repressione, dopo un primo allentamento disposto da Tayyipp Erdogan. Potrebbe risolversi, come
vogliamo augurarci, nella concessione di maggiori spazi di libertà religiosa, di costume e di espressione politica, avviando un ridimensionamento della attuale maggioranza islamica, che esercita una pesante egemonia sulle minoranze, cominciando da quella Curda, ed un ulteriore avvicinamento verso
l’Europa, che, a propria volta, deve decidere rapidamente l’ammissione della Turchia nell’UE. Ma non è escluso che frange terroristiche possano prendere il sopravvento, finendo col legittimare una durissima repressione, che si risolverebbe nel fallimento della rivolta e la farebbe degenerare in episodi di guerra civile. Una simile deviazione, autorizzerebbe, ancora una volta, i militari ad assumere il controllo di una situazione in equilibrio precario.
La civiltà occidentale in questa terra, che è sempre stata la propria porta con l’oriente, forse inconsapevolmente, si sta giocando molto.

Tratto da Rivoluzione Liberale