Di fronte al dilagare del fascismo, il giovanissimo Piero Gobetti, morto da eroe, vittima della violenza di una teppaglia incolta ed arrogante, scriveva sulla sua “Rivoluzione Liberale” che bisognava “restare politici, anche nel tramonto della politica”. Senza pretendere di paragonarci alla straordinaria grandezza del giovane eroe torinese, possiamo con orgoglio affermare che, in un contesto analogo, abbiamo seguito il suo insegnamento. Non ci siamo rassegnati alla morte della politica, né uniti ai cori qualunquisti e populisti, di segno opposto, dell’ultimo ventennio. Neppure ci siamo lasciati impressionare dall’isolamento al quale ci hanno condannati, dal silenzio tombale che ci ha circondato, persino dalla derisione, come se fossimo i sopravvissuti di un passato morto e sepolto.

Sapevamo, e sappiamo che i valori, la cultura e la tradizione di un pensiero politico antico e che si è affermato in tutti i Paesi più avanzati del mondo, non possono venire cancellati per sempre, nonostante, per un lungo periodo, abbiano finito col prevalere la più becera propaganda, le peggiori forme di incultura corporativista, statalista, cesarista, populista, l’odio sociale, il rifiuto del confronto dialettico costruttivo, il lancio di volgari invettive, l’interferenza insopportabile di media schierati e di una magistratura afflitta da protagonismo militante.

Stiamo attraversando la crisi economica più grave della nostra storia. Tutti stanno soffrendo: da coloro che, più esposti, pagano il prezzo altissimo di essere entrati nella fascia della povertà, ad altri che vivevano in condizioni dignitose ed oggi stentano ad arrivare alla fine del mese. L’onda gelida della depressione ha colpito anche quelli che riuscivano a mettere da parte risparmi per una migliore vecchiaia o per acquistare una casa e che invece si sono visti svanire quanto avevano messo da parte. Quella stessa marea ha travolto le imprese medie e piccole che, in grande quantità chiudono o falliscono, lasciando migliaia di persone senza futuro.

Tale imprevista situazione ha prodotto un’orgia di pauperismo rabbioso che ha riempito le piazze e motivato una sinistra ideologica, che sta rispolverando il vecchio armamentario degli anni settanta, intriso di odio verso la borghesia e le rappresentanze istituzionali. Questa, in conseguenza, si rivela squassata al proprio interno e divisa tra una componente qualunquista, demagogicamente ispirata da Grillo, ed un PD in crisi, spinto verso una scissione quasi certa ed una probabile frantumazione.

La destra, che per un ventennio si è rivelata senza idee, appare unita soltanto dal carisma, che si va appannando, di un uomo solo al comando, che ne ha interpretato in modo singolare e spesso improvvisato ed istrionesco le pulsioni, ma che oggi è logorato e braccato da una magistratura politicizzata, che pensa di eliminarlo attraverso la scorciatoia giudiziaria.

Si profila un’occasione unica per affermare la superiorità di un progetto liberale, che non vuole rassegnarsi al piatto egualitarismo neo classista, orfano del sostegno ideologico del comunismo, ma che, al medesimo tempo, non intende essere preda del populismo o del conservatorismo restauratore, entrambi privi di visione e supporto culturale.

Mentre la società italiana vive una sofferenza acuta, paragonabile a quella dell’immediato dopoguerra, i liberali potrebbero conciliare le speranze dei primi e degli ultimi, offrendo alla società la possibilità di crescere tutta, senza penalizzare i migliori, anzi offrendo loro nuove opportunità e, contemporaneamente, tutelando doverosamente i più deboli. Lo sforzo per un nuovo miracolo economico italiano potrebbe concentrarsi nella coraggiosa decisione di tagliare una spesa pubblica di ottocento miliardi, (in grandissima parte costituita da sprechi, ruberie, privilegi di clientele, inutile burocrazia, assistenza improduttiva) almeno del venti per cento in tre anni. Le risorse recuperate dovrebbero essere impiegate per ridurre la pressione tributaria, agendo sul cuneo fiscale, sull’abbattimento degli oneri sociali e sulla defiscalizzazione per i nuovi investimenti. Si dovrebbe rivedere completamente il sistema di welfare, introducendo per i giovani in cerca di prima occupazione un assegno di sostegno per una durata limitata, uguale alla cassa integrazione per chi ha perso il lavoro e cancellando la assurdità di quella cosiddetta in deroga. Inoltre dovrebbero essere concentrate importanti risorse per sostenere la ricerca scientifica ed incoraggiare l’ascensore sociale con assegni di merito riservati ai giovani meno abbienti, per consentire loro di proseguire gli studi superiori, introducendo invece una moderata tassazione per gli studenti appartenenti a famiglie più agiate e da triplicare per i fuori corso.

Per uscire dalla crisi è necessaria una società competitiva, che premi il merito e favorisca la concorrenza ed in cui il pubblico progressivamente decida di ritrarsi, liberalizzando ed affidando un numero sempre maggiore di servizi ai privati: dalla gestione di musei, monumenti, patrimonio artistico, certificazioni, servizi sociali, carceri, molte attività del servizio sanitario nazionale e tutte quelle funzioni oggi gestite male ed in modo costosissimo dalla pubblica amministrazione.

La difesa del nostro ancoraggio identitario, in questi difficili anni, è stata sostenuta dalla fiducia che, in democrazia, la buona politica, (quella delle idee non degli interessi e del carrierismo) finisce inevitabilmente col prevalere, perché rappresenta la voglia di futuro insita nella natura umana. Tanto più, negli ultimi anni, le condizioni diventavano difficili ed a volte disperate, altrettanto, ci fortificava la consapevolezza che la politica sarebbe risorta, come ultima speranza nelle straordinarie risorse dell’uomo, nel suo coraggio, nell’intimo desiderio di sopravvivere e dominare tutte le difficoltà, anzi nella sua capacità, in esse, di trovare quelle nuove motivazioni, che, nell’epoca dell’opulenza consumistica, erano state dimenticate e quasi sepolte da un volgare edonismo mortificante della natura umana.

Da troppo tempo aspettiamo la fine di una interminabile transizione. Questa volta sembra effettivamente che si avvicini. I liberali in questi anni sono stati latitanti, alcuni persino opportunisti, che si sono arruolati nelle file dei partiti di plastica sorti all’alba del terzo millennio, mentre i pochi, che ci hanno seguito, spesso, hanno ceduto alla stanchezza ed allo scoramento. Abbiamo tuttavia continuato a fare sventolare la nostra gloriosa bandiera. Oggi è il momento di raccogliere attorno ad essa, con una postura rivoluzionaria, come diceva Malagodi, tutti coloro che vogliono compiere la più semplice ed insieme, più complicata rivoluzione: quella di tornare alla normalità democratica, dopo un orgia di nuovismo distruttivo e di antipolitica, sfociata in una forma rabbiosa di odio per le istituzioni, proditoriamente accreditate come il rifugio della casta. E’ finalmente arrivato il momento di ispirarci all’esempio di Piero Gobetti per determinare quel sussulto di orgoglio, necessario a far risorgere la politica.

Tratto da Rivoluzione Liberale