Un ventennio di antipolitica ha dato luogo ad  un formidabile attacco alle Istituzioni, che si propone in forma di  rivolta contro la politica, mentre nasconde in effetti una pericolosa ondata di antiparlamentarismo. Esso ha un precedente storico nella feroce stagione, che derivava dai disagi successivi alla prima guerra mondiale, con ingiusti attacchi alla classe liberale da parte del socialismo massimalista rivoluzionario, che, poi, trovò complice ed alleata, la destra nazionalista, clericale e conservatrice, sintetizzando due estremismi di segno opposto, nel fascismo.

A partire dal 1992/94 una retorica intrisa di cesarismo e facile populismo ha accreditato un concetto pericolosissimo di democrazia, intesa come delega popolare in bianco, fondata sul principio, come in un casinò, che chi vince le elezioni ha il diritto di legiferare e governare come crede e senza alcun limite o controllo alla propria azione. Tale concezione ha come conseguenza, in nome di una presunta governabilità, la delegittimazione della Democrazia rappresentativa, come la conosciamo, con i suoi contrappesi, la divisione dei poteri ed il controllo popolare.

La sinistra italiana ha contrastato per anni tale orientamento, che è stato la sostanza del berlusconismo, fondato sul ruolo carismatico di un uomo solo al comando, sostenuto da un partito di plauditores, sodali e famigli. Nel tempo  invece essa ha coltivato, nel proprio seno, una corrente, animata da un proposito eguale e contrario, in forza del principio della demonizzazione dell’avversario, trasformato in nemico da abbattere, non in virtù di una diversa visione politica, ma di una presunta diversità etica, che impone il perseguimento di un obiettivo di purificazione.

Questa linea di pensiero ha generato un moralismo antistituzionale, fondato su elementi non razionali, che hanno determinato una sorta di contrapposizione tra piazza e palazzo, tra popolo e casta, tra web, inteso come meccanismo di democrazia diretta (magari eterodiretta) e istituzioni democratiche rappresentative e di garanzia.

Una simile regressione rappresenta la cancellazione di quasi due secoli e mezzo di evoluzione del pensiero democratico, che ha concepito, come temperamento al rischio della dittatura della maggioranza, la moderna concezione della Democrazia liberale e del Costituzionalismo liberale, che postula la separazione dei poteri.  Antonio Polito sul Corriere della Sera ha acutamente riconosciuto in tale tendenza una forma di giacobinismo di ritorno, in nome della riscoperta del primato della “volontà generale” di Rousseau, senza tenere conto della evoluzione del pensiero liberale da Alexis de Toqueville in poi.

La sinistra intellettuale, come all’esordio del fascismo e del nazismo, appare folgorata dal mito dello Stato etico  egheliano e tende a  mettersi alla testa di un movimento volto a salvare le Istituzioni repubblicane dal virus di una politica corrotta per definizione, della quale si può, anzi si deve, fare a meno, in nome del primato dell’opinione pubblica. In una sorta di delirio elitario, non importa se ad arrogarsi il diritto di definirsi tale, siano soltanto alcune centinaia di estremisti, che manifestano rumorosamente in piazza o poche migliaia di assidui frequentatori del web.

Corollario di tale aberrante concezione assemblearista, di stampo sessantottino, sostenuta da un presunto consenso popolare, reale o virtuale,  di gruppi ben individuabili e manovrati, è l’attacco feroce al principio costituzionale di divieto di mandato imperativo ai parlamentari. Infatti Grillo vorrebbe abolirlo, trasformando le Camere, da luoghi dove si esercita la rappresentanza popolare con libertà assoluta di coscienza del singolo, in caserme dove  gli eletti si comportino come pedine di un capo, magari neppure presente in Parlamento, da esso nominati “commissari del popolo”, come nella Comune di Parigi o nelle Repubbliche sovietiche.

Analogamente il voto segreto viene definito immorale, anziché istituto posto a difesa della libertà individuale, rispetto al rischio di una dittatura partitocratica, peraltro verosimile in presenza di una legge elettorale, che nomina di fatto i deputati, anziché farli scegliere agli elettori.

Quegli stessi intellettuali che in passato hanno  condiviso la scelta dei grandi elettori di bocciare le candidature democristiane alla suprema carica dello Stato, come è avvenuto più volte, qualificandole come segnali di ribellione alla gerarchie partitiche, e, più di recente, hanno benedetto il soccorso nel segreto dell’urna dei senatori grillini per l’elezione del Presidente del Senato, oggi hanno cambiato idea. Anzi attaccano i rappresentanti del PD per aver punito proditoriamente Prodi e non aver seguito la indicazione di pochi esponenti della rete in favore di Rodotà, nel nome di un presunto cambiamento. Che il Presiedente della  Repubblica sia stato eletto con il voto di circa tre quarti degli aventi diritto non importa, perché si tratta di una decisione degli screditati partiti e non del popolo sovrano della rete.

In realtà il percorso di indebolimento dell’istituto parlamentare ha avuto avvio nel 1993 con l’abolizione di fatto dell’immunità parlamentare, vecchia guarentigia degli antichi parlamenti contro il potere regio, che lo esercitava attraverso il braccio armato della magistratura. Oggi, quest’ultima, in base al principio liberale della separazione dei poteri, è indipendente, ma si cerca di condizionarla attraverso la pressione del giornalismo militante e delle avanguardie del pensiero unico, nonché il sostegno della piazza reale o virtuale. In nome di un presunta legalità, l’Ordine giudiziario avrebbe il compito salvifico di espellere dal Parlamento, per sentenza, uno dei leader principali del Paese, il cui consenso popolare nessuna campagna mediatica, per quanto insistente e robusta, ha potuto cancellare.

Ogni forma di libertà di pensiero o di manifestazione del dissenso, per i liberali, sono da difendere come preziosi elementi della democrazia, purché rimangano rigorosamente all’interno del perimetro rigido delle regole e dei principi fondanti della Costituzione Repubblicana. Una cosa è manifestare, ben altra tentare di intimorire le Istituzioni legittime col rumore di fondo della piazza, amplificato dalla rete e dai media schierati.

Anche la revisione costituzionale può essere, come deve essere, argomento del dibattito politico e della partecipazione popolare più ampia possibile ad un processo di necessario adeguamento ai tempi nuovi, ma sulla base del confronto tra diverse visioni e non sulla spinta di presunte diversità etiche o dell’unilaterale attribuzione di un ruolo sacrale a sedicenti elitês intellettuali.

Pur venendo da una antica tradizione parlamentarista, non siamo contrari a discutere di presidenzialismo o di semipresidenzialismo, come di qualsiasi riforma della legge elettorale, ma purché si tratti di un processo riformatore condiviso e ritenuto più adatto alla necessaria riconciliazione del Paese. Siamo nettamente contrari invece  ad ogni scorciatoia volta ad umiliare il Parlamento ed aggirare i principi della democrazia rappresentativa, attraverso una chiamata popolare diretta, plebiscitaria, di stampo sud americano.  Non importa se a manovrarla sia un riccotycoon o una minoranza di intellettuali organici, alleati con un guru del web. Ne risulterebbe ferito innanzi tutto l’orgoglio nazionale di un Paese, che ha conquistato nel tempo, anche a costo di amare esperienze e gravi prove, una solida esperienza democratica ed elaborato un qualificato e pluralista pensiero politico.

Tratto da Rivoluzione Liberale