La storia della sinistra italiana è stata caratterizzata da una stridente contraddizione: da una parte un monolitismo assoluto, che spesso si è trasformato in settarismo acritico intriso di luoghi comuni, dall’altra un’asprezza senza confronti nei contrasti al suo interno, che ha prodotto nel tempo continue scissioni. Una convivenza, quindi, all’insegna di un apparente unanimismo, coerente con il centralismo democratico, che, anche se in buona misura è stato superato, continua a sopravvivere in una rappresentazione esterna, apparentemente unitaria. Tutto questo deriva dalla tradizione culturale marxista, leninista, stalinista, che antepone allo Stato il Partito ed è ancorata ad una concezione dei rapporti politici fondata su una divisione manichea in amici e nemici.

Anche dopo la fine del socialismo reale, i vari cambi di denominazione e l’incontro con componenti che provenivano dal mondo cattolico democratico, non c’è mai stato un reale tentativo di sintesi ed omologazione delle diverse culture del PD, perché ha sempre prevalso il sentimento di appartenenza ad una classe che aveva il compito storico di sconfiggere quella avversaria. Popper ha spiegato l’errore di tale concezione nella moderna società aperta, ove l’ascensore sociale rende sempre fluide le appartenenze di classe ed i cittadini aspirano, anziché allo scontro, alla elevazione verso condizioni borghesi.

Tutt’affatto diversa è stata la tradizione del mondo conservatore italiano, dominato dalla preponderante presenza cattolica, che ha sempre indotto all’interclassismo, all’inclusione, al contenimento dei contrasti. Così per un cinquantennio il partito dei cattolici, ancorché diviso in correnti, che si combattevano con determinazione, consumava scontri felpati, era sempre proteso alla mediazione, non soltanto al proprio interno, ma anche nei confronti degli avversari. Questa inclinazione ha consentito di collaborare per molti anni con i socialisti, considerati più ostili dei comunisti, con i quali ultimi, invece, vi erano maggiori affinità di pensiero ed, infatti, nei loro confronti, per decenni fu perseguito un tentativo di compromesso, definito persino storico.

Dopo un ventennio di cancellazione delle culture originarie, sostituite da un pensiero liquido, fondato sul nuovismo e sul leaderismo, sono rimasti tuttavia i pregiudizi di una sinistra, la quale, oltre ad una supremazia intellettuale, imposta con l’occupazione quasi militare di tutti gli spazi della cultura o dell’arte ufficiali, aveva persino tentato di accreditare una propria intrinseca diversità morale.

Spazzato via in modo repentino ed inatteso il pensiero comunista, in seguito al palese fallimento ove era stato sperimentato, la sinistra italiana si è chiusa nel proprio settarismo, rinvigorito dall’antiberlusconismo, fino a tentare di ridurre le differenze politiche al rango di pregiudiziali etiche, che hanno portato a definire gli avversari impresentabili ed a coltivare l’ipotesi di abbatterli attraverso la via giustizialista.

Una competizione, priva di elementi ideologici o di supporti culturali, ma basata sugli anatemi moralistici da una parte ed una perdurante ispirazione anticomunista dall’altra, hanno impoverito il dibattito politico e prodotto Governi, di segno apparentemente contrapposto, ma ugualmente incapaci e ed impotenti per poter affrontare le sfide complesse della modernità. Un ventennio di politica incolta e caricaturale, non poteva che produrre, quindi, una antipolitica tanto aggressiva, quanto priva di qualsiasi contenuto ed ispirata da un guitto, narcisista e populista, con venature cesariste, che per fortuna, ha persino paura di darsi un profilo da dittatore, consapevole di non averne l’autorevolezza necessaria.

Di fronte ad una crisi economica senza precedenti, le elezioni si sono rivelate un rito formale inutile, perché il cittadino non ha saputo, forse voluto, scegliere tra proposte inconsistenti, tutte affidate al carisma dei rispettivi capi partito. E’ stato eletto (più precisamente nominato) un Parlamento ingovernabile, che per due mesi si è prodotto in un miserevole spettacolo di inseguimenti di alleanze impossibili e di sterili scambi di anatemi tre le uniche forze che ragionevolmente avrebbero potuto e dovuto affrontare almeno una breve fase di emergenza.

Dopo uno spettacolo poco edificante nelle prime votazioni per la elezione del nuovo capo dello Stato, le forze più responsabili hanno dovuto richiedere a Giorgio Napolitano il grande sacrificio di accettare di essere rieletto.

Ovviamente quest’ultimo, preoccupato per le condizioni del Paese, ha condizionato il proprio assenso alla disponibilità dei partiti di formare un Governo di larghe intese, al quale si sono sottratti soltanto il movimento per la destabilizzazione di Grillo e la sinistra radicale, con un distinguo della Lega in crisi profonda per gli scontri e gli scandali che la percorrono.

A questo punto, sollecitata dalla rete, (almeno quella schierata dalla parte sovversiva) con messaggi ultimativi e violenti, è stata sollecitata la piazza per impedire “l’immorale incontro” tra l’integerrima sinistra ed una destra impresentabile. Un effetto, anche se limitato questa campagna lo ha prodotto, dando luogo all’annuncio di una marcia su Roma, per fortuna seguito da un rapido contrordine di retromarcia, al quale nel corso della notte gli ispiratori del comico genovese che giuda il M5S, lo hanno convinto.

Tuttavia Vendola ha subito deciso di cavalcare il richiamo all’unità della sinistra radicale, determinando un fattore di straordinaria suggestione nella componente più nostalgica e radicale del PD, che va registrando degli smottamenti.

Per richiamare al senso di responsabilità nazionale quello che era stato il proprio partito, il Capo dello Stato si è visto costretto ad intervenire con tutta la sua autorità morale, minacciando persino, appena rieletto, di dimettersi. Probabilmente la sua determinazione e la scelta di dare l’incarico ad un uomo influente nel Partito, come Enrico Letta, ma, allo stesso tempo, moderato e di nuova generazione, consentirà, di costituire un Esecutivo per affrontare l’emergenza. Un ex comunista, ma cresciuto in un ambiente culturale liberale, quello della famiglia Amendola, potrebbe compiere non soltanto il miracolo di dare un Governo con una solida maggioranza al Paese, ma avviare una fase di ripensamento della politica prêtaporter dell’ultimo ventennio, innescando il necessario confronto nei partiti, cominciando da un PD, che finalmente, a costo di dividersi in due o tre pezzi, dovrà darsi una identità politica chiara e dimostrare di aver rotto definitivamente i legami, anche metodologici e di potere, col passato comunista.

Finalmente la destra potrebbe avere l’opportunità di liberarsi dalle pulsioni populiste, qualunquiste ed autoritarie, che l’hanno contraddistinta, imboccando la strada conservatrice europea di ispirazione cristiana. In un rinnovato spirito, volto, anziché alla ricerca di nomi salvifici di leader, ma di solide identità culturali riconoscibili, la stagione del populismo protestatario grillino, potrebbe rapidamente declinare e cedere il passo alla resurrezione della vera politica.

In tale clima di ritrovata passione identitaria, anche i liberali potrebbero farsi promotori di una forza riformatrice per laicizzare finalmente il nostro Paese e farlo entrare nella modernità, attraverso una limpida battaglia contro lo statalismo ancora dominate, che si basa sul sostegno delle corporazioni e della burocrazia parassitarie. Un forte movimento liberale che, in un’Italia fin ora contraddistinta da privilegi, diseguaglianze, appiattimento, sia capace di imporre gusto del rischio, piacere della competizione, meritocrazia, concorrenza, equità di un fisco giusto e moderato, potrebbe costringere lo statalismo a ritrarsi, lasciando il posto alla più efficiente iniziativa privata. Al medesimo tempo l’iniziativa politica liberale potrebbe intestarsi la sacrosanta battaglia per la conquista di una reale parità nei diritti civili di ognuno, quale che siano le proprie inclinazioni, vocazioni, certificati di nascita o colore della pelle. Consentirci di sognare un Paese che aspiri prima di ogni cosa al bene prezioso della libertà.

Tratto da Rivoluzione Liberale