L’esplosione del PD era un evento prevedibile e previsto.Un grande partito, che non ha voluto e saputo superare il condizionamento, che gli derivava, anche dopo tre o quatto cambiamenti di denominazione, dall’essere sostanzialmente rimasto il partito comunista con l’aggiunta di settori cattolico-democratici, non si é mai potuto aprire ad un ripensamento profondo delle proprie radici storiche, culturali e valoriali. E’ rimasto sostanzialmente una melassa continuista, avvolta intorno a vecchie nomenclature e condizionata da radicati interessi di potere, basati su cooperative, banche, assicurazioni ed un ferreo controllo di tutta l’economia dei propri territori.

Oggi, si è visto costretto a fare i conti con l’ inedita realtà di nuovi eletti e leaders più giovani, che intendono contare. Questa nuova realtà ha prodotto una rottura , difficilmente sanabile e che comunque cambierà profondamente il volto del partito che conoscevamo fino a ieri. Molto probabilmente, nel prossimo futuro, si determineranno conflitti insanabili per avviare un processo di complessivo riassetto e ridefinizione di tutta la sinistra italiana. Da oggi in poi difficilmente sentiremo parlare di centro-sinistra, perché sale fortissima dal territorio la richiesta di un cambiamento radicale della classe dirigente, di un ripensamento della collocazione strategica del PD, di un consolidamento del radicamento sociale a sinistra, fino ad una ipotesi di fusione con SEL e della apertura di un serrato confronto con la componente più vicina del movimento grillino.

La vecchia nomenclatura ha perso la sua autorevolezza e, quindi, ogni margine di manovra. La sconfitta di Bersani è cocente e definitiva. Probabilmente la componente cattolico democratica non ha altra scelta che abbandonare il partito. Più complesso il compito di Renzi, che oggi si è clamorosamente assunto il ruolo di guastatore, ma potrà guadagnare consensi se si dimostrerà capace di farsi incoronare nuovo leader immediatamente, su un campo lastricato dagli errori del suo antagonista Bersani. Se non sarà in grado di agire tempestivamente, dopo il passo falso di aver imposto la scelta perdente della candidatura di Prodi al Quirinale, rischia di veder prevalere la tradizionale grande burocrazia ex PCI e gli enormi interessi di potere territoriale, che riuniscono il nocciolo duro e puro del PD.

I notabili, esperti e capaci di grande influenza sono disponibili a consegnare il Partito al Giovane Renzi senza combattere?Tollereranno l’ascesa generazionale di un gruppo sostanzialmente minoritario, fino a far fuori la componente tradizionale, che nel continuismo più assoluto, ha sempre governato il partito? La partita è ancora tutta da giocare.

Nè i franchi tiratori e nemmeno i centocinquanta scalmanati che hanno organizzato una gazzarra davanti a Montecitorio, con striscioni, slogan, bandiere e tessere del PD bruciate, possono rappresentare nulla in un partito di massa di quelle dimensioni. Assisteremo ad altri psicodrammi, scontri, minacce di scissioni,o, forse, vere scissioni. E’certo che il partito monolitico, dove vigeva il centralismo,democratico, è finito. Se dovesse emergere qualcuno in grado di tenerne insieme i cocci, certo non potrà essere della modesta statura rivelata da Bersani. Ma anche Renzi avrà delle grandi difficoltà, perché rappresenta l’espressione di una corrente debole numericamente e principalmente scollegata con il tradizionale potere di quel partito.

Avverranno più probabilmente numerose scissioni di segno diverso.Infatti, il messaggio più rilevante passato nella piazza, rimbalzato nel web, strillato davanti a Montecitorio e recepito da una larga parte di grandi elettori di tutte le correnti, è che la base vuole che il PD sia un partito di sinistra! Esso quindi deve confrontarsi con gli umori del popolo della sinistra, escludendo qualsiasi dialogo, anche istituzionale, con la destra, considerato un inciucio inquinante, come una sorta di intelligenza col nemico.

In questo contesto è entrato a gamba tesa Grillo, che, candidando Rodotà, (già Presidente del PDS, antenato del PD) dopo l’affronto al PDL della scelta di Prodi e del suo fallimento, punta a costringere, anche i democratici, a votare il Presidente da lui indicato, per avviare il processo rivoluzionario di abbattimento della destra, di quello che essa ha significato e significa, oltre che dei valori e degli interessi di cui è portatrice per arrivare al definitivo regolamento dei conti.

Renzi, che ha sbagliato a contrastare la elezione condivisa di Marini per timore di essere scavalcato sul terreno del nuovismo da Grillo, corre il rischio di perdere il controllo della situazione. Il forsennato richiamo della piazza ad un ritorno alle origini, potrebbe far prevalere la sempre latente nostalgia verso il conservatorismo sociale del vecchio PCI, insieme al giustizialismo selvaggio, sviluppatosi negli anni dell’antiberlusconismo, come unico collante di una sinistra deideologizzata. Un tribunale del popolo deciderebbe ed eseguirebbe burocraticamente la sentenza di far fuori il capo del partito, che rappresenta un terzo del Parlamento, per soddisfare un popolo, che si è nutrito per anni esclusivamente della cultura dell’odio verso il nemico.

Nell’intento di delegittimare definitivamente il potere politico, è stata lanciata una doppia OPA nei confronti del PD, da Grillo, che lo incalza da sinistra e da

Renzi verso un orizzonte riformatore. Quest’ultimo, che tatticamente ha trovato conveniente arruolarsi nella congiura contro Bersani per delegittimarlo, rischia tuttavia di consegnarsi ai suoi veri avversari, che hanno individuato in Barca l’antagonista. Egli, invece, potrebbe capeggiare la componente più moderna e moderata del PD e contrapporsi ad una sinistra nostalgica e radicale, affascinata dalle sirene grilline, che incitano ad una rinnovata lotta di classe, in odio al capitale ed al progresso. Il sindaco di Firenze, se vuole evitare di sbagliare ancora una mossa, dovrebbe promuovere una iniziativa nell’interesse nazionale per la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, anche contro la volontà, più volte confermata dall’interessato, di volersi ritirare dalla impegnativa prima linea, alla quale gli eventi lo hanno costretto.

Tratto da Rivoluzione Liberale