La presentazione delle relazioni finali dei due Comitati di saggi non è stata accolta con la medesima ostilità della notizia della costituzione. Tuttavia, anche se non ha suscitato entusiasmo, come era per altro prevedibile, certamente ha avuto una migliore accoglienza. Inizialmente, infatti, la decisione di Napolitano era stata vista come un espediente per prendere tempo attraverso un percorso innovativo, che, secondo alcuni, esondava dai poteri costituzionalmente affidati al Presidente. Sulle conclusioni dei saggi  invece, quasi unanimemente, è stato riconosciuto che si tratta di un lavoro utile.

A nostro avviso, il Capo dello Stato è ricorso ad una soluzione indubbiamente fantasiosa per offrire un contributo, l’unico possibile, all’avvio di un percorso per la soluzione della Crisi di Governo. Concordiamo, tuttavia, con coloro i quali ritengono che, con questa decisione, egli ha impresso al ruolo del Colle un profilo da Repubblica semipresidenziale. Questa, come altre scelte adottate da Napolitano, può qualificarsi come una forzatura dei limiti posti dalla Costituzione formale. Riteniamo allo stesso tempo che tale supplenza si sia rivelata in qualche misura provvidenziale per il Paese, per la sua immagine, per garantire il funzionamento delle istituzioni, di fronte ad un clamoroso fallimento della politica, che fa seriamente dubitare in un possibile recupero del pur necessario rapporto di fiducia con l’elettorato.

Sarebbe rientrato tra i compiti del Presidente del Consiglio incaricato, insieme alle forze politiche, di elaborare un programma condiviso, quale base per costituire un Governo di coalizione, soprattutto in mancanza di una maggioranza precostituita. Tuttavia sono prevalse altre priorità. Bersani, nella preoccupazione di trovarsi comunque, in tempi brevi, di fronte ad un nuovo appuntamento con le urne, ha dato priorità alla tutela degli interessi del proprio partito, piuttosto che ad offrire soluzioni alle urgenze del Paese. Nell’intento di recuperare parte di quell’elettorato di sinistra, che ha votato M5S, ha preferito inseguire un impossibile accordo con Grillo, dal quale è stato umiliato con reiterati rifiuti. In particolare, nel corso di un incontro, trasmesso via streaming, con i due rappresentanti parlamentari del movimento, si è fatto schiaffeggiare senza riguardo, al cospetto di milioni di telespettatori.

Temendo invece un’ulteriore perdita di consensi sul versante di quella sinistra, afflitta dal complesso dell’antiberlusconismo e che sogna di poter colpire a morte il Cavaliere attraverso la via giudiziaria, non ha mai fatto alcuna apertura ad un Governo di larghe intese. Anzi è apparso sempre più prigioniero della componente radicale del suo partito, ancorata  alle metodologie ed ai progetti del vecchio partito comunista e non vuole arrendersi. Piuttosto questa coltiva l’ipotesi di una unificazione con SEL e con altri gruppi extraparlamentari, di ispirazione giustizialista e stastalista, collegati con CGIL e FIOMM, per contrastare la corrente riformista. Si è così fatto scavalcare da un abile Renzi, che è tornato in campo con un atteggiamento che lo ripropone al centro della scena, quale espressione di una sinistra moderata, più moderna. Per tale ragione, quest’ultimo è considerato dallo zoccolo duro vetero comunista del PD, il peggiore dei nemici e probabilmente in effetti lo è.

Il presidente Napolitano, avendo compreso perfettamente la situazione, con il risultato del lavoro delle due commissioni, ha voluto dimostrare che esiste  un possibile terreno di intesa per affrontare l’emergenza ed avviare la Riforme istituzionali. Quindi i saggi hanno fatto quanto avrebbe dovuto competere ai partiti, se effettivamente e seriamente avessero voluto cercare un accordo. Questo ha facilitato il compito del PDL, che pur avendo dimostrato la propria disponibilità ad una grande coalizione, anche con un traguardo temporale limitato, non avrebbe potuto proporne il programma, perché sarebbe stato facile, da parte di chi non voleva l’accordo, alzare sempre più l’asticella delle difficoltà. Sul progetto elaborato direttamente dal Quirinale, sia pure attraverso comitati bipartisan, è più difficile argomentare un dissenso, che apparirebbe certamente strumentale.

A questo punto il Re è nudo. Il PD, dopo aver tergiversato per quasi cinquanta giorni, si trova dinnanzi ad un’alternativa secca. La scelta preferita certamente da Bersani, sarebbe quella di rifiutare il programma dei saggi ed eleggere, con la complicità di settori grillini di estrazione di sinistra, un proprio Capo dello Stato, che, a differenza di Napolitano, autorizzi un Governo di minoranza. Tale opzione servirebbe a tirare avanti il più possibile, preparando la nuova “Barca” per salvarsi dal pericolo della candidatura di Renzi. Altrimenti non gli rimane che piegarsi alla logica responsabile di Napolitano. Quindi, rieleggere al Quirinale quest’ultimo, anche contro voglia, e costituire una larga maggioranza col PDL per un Governo di scopo, che affronti l’emergenza economica, tratti con l’Europa un nuovo patto di stabilità, cerchi l’intesa su una nuova legge elettorale. Raggiunti tali inderogabili obiettivi, il Paese potrebbe andare di nuovo alle urne, tra un anno. Intanto il PD potrebbe dedicarsi ad un serio confronto interno, attraverso nuove primarie ed un Congresso, dal quale potrebbe emergere come candidato Premier Matteo Renzi, che francamente appare  l’unico in grado di disinnescare la mina Grillo e, forse, di conquistare una maggioranza sufficiente nel prossimo Parlamento.

Tratto da Rivoluzione Liberale