Intorno all’oggetto misterioso del Movimento di Grillo si stanno elaborando molte teorie, per lo più influenzate dal nuovo strumento di comunicazione, da esso adottato, il web. In parte per la novità, ma anche per la flessibilità delle sue possibili applicazioni, non a tutti nota, alcuni lo definiscono come il massimo della democrazia e della partecipazione, altri come uno strumento antidemocratico, facilmente manovrabile, che da l’illusione di partecipare, mentre, per come è intrinsecamente concepito e gestito, condanna ad esprimere una rappresentanza priva di qualità, destinata ad essere   eterodiretta.

In verità conosco poco dei meccanismi comunicativi del M5S, anche perché non coltivo alcuna curiosità per le forme informatiche innovative, che vadano al di là di quanto risulti strettamente utile al mio lavoro. Non navigando nei Siti, meno che meno, sono interessato al funzionamento del movimento grillino.

Mi incuriosisce invece il fenomeno determinatosi con la nomina di circa centocinquanta parlamentari, difficilmente militarizzabili, come vorrebbe il capo, ma allo stesso tempo palesemente sprovveduti, perché presi dalla strada e privi di qualsiasi formazione culturale ed esperienza politica. Appena entrati nelle sedi istituzionali, essi hanno avvertito un notevole disagio e si sono mossi come pesci che, rinchiusi in un acquario, hanno perso l’orientamento.

La prima osservazione che inevitabilmente emerge, consiste nel sottolineare la pericolosità ed, a volte persino l’errore, di una forsennata corsa al nuovismo, unita ad una campagna di demonizzazione verso coloro che, in Parlamento, hanno fatto alcuni anni di esperienza. E’ scattata una sorta di gara per affidare compiti delicatissimi, come quello di fare le leggi e di controllare il Governo, a degli sprovveduti. Tutti i cittadini costituzionalmente hanno il diritto di accedere alle più alte cariche elettive dello Stato, ma guai se chi ha il compito di sceglierli, non si preoccupi di valutarne in primo luogo l’adeguatezza al compito, in base alle prerogative di ciascuno. L’esperienza ci insegna che i dilettanti allo sbaraglio sono destinati a fare  soltanto dei disastri o a consegnarsi al capo di turno, che distribuirà loro ogni giorno l’ordine di servizio con le cose da fare, con prospettive inquietanti.

I partiti ideologici di un tempo erano grandi palestre di formazione politica e di conoscenza dei meccanismi istituzionali, che hanno prodotto, in tutti i settori, classi dirigenti di primissima qualità. Hanno quindi potuto realizzare, nel corso di un ventennio, il miracolo economico italiano.

I movimenti leggeri di oggi, servono come sfogatoio nelle fasi pre elettorali per comporre la interminabile lista delle lamentele, formulare qualche proposta programmatica, (per lo più irrealizzabile e sovente incentrata su questioni di importanza minore) per poi affidarsi completamente all’indirizzo del leader. Le pessime figure dei capigruppo Cinque Stelle, presi alla sprovvista dai giornalisti e costretti, magari contro voglia, ad esprimersi secondo il proprio buon senso, subito dopo puntualmente e duramente smentiti, suggeriscono prudenza agli altri, che infatti si sottraggono giustamente alle telecamere delle iene, per evitare domande imbarazzanti. Una simile situazione porterà a qualche clamorosa dissociazione dal movimento, per il desiderio di fuga in avanti di alcuni che, a tutti i costi, vorranno far valere, epidermicamente, più che la propria opinione, il proprio sentimento, come hanno già fatto i dodici senatori, che hanno votato per Grasso alla presidenza del Senato, disattendendo la decisione assunta dal Gruppo in una travagliata riunione. I primi segnali  sono trapelati dopo la pur segretissima riunione di Bracciano in cui pare che le divisioni siano state molte e profonde.

In ordine alla questione della democrazia interna, ha chiarito lo stesso Grillo che le posizioni del M5S erano note da tempo e chi ha  equivocato può considerarsi fuori. Persino si è spinto a precisare che gli elettori che si dovessero aspettare comportamenti diversi, hanno sbagliato a votare in quel modo. Il giudizio a proposito di un ruolo alternativo verso tutti i partii esistenti, era serio ed il leader non intende cambiare posizione, stabilendo delle impossibili alleanze: peggio per chi ha votato senza averlo capito o avendolo sottovalutato.

Si potrà discutere sul piano politologico come evolverà un simile movimento e dove andrà a finire, ovvero se il sistema di circolazione delle idee e di assunzione delle decisioni adottato risulterà democratico o meno. Tutte domande legittime. Ma, ribadisce il fondatore, questo è  il Movimento, così si è presentato agli elettori.

C’è un grave deficit di democrazia interna? Si, certamente. Chi ha studiato più attentamente il fenomeno, lo ha denunciato per tempo. Un voto di contestazione ad una classe dirigente, dato in occasione di un Referendum, come è successo in passato, produce conseguenze limitate a quel particolare argomento. Quando invece si verifica, alle elezioni generali, determina una rappresentanza parlamentare (in questo caso del 25%) in favore di un soggetto nuovo. In tal caso si deve aver chiaro il pericolo rappresentato dalla inadeguatezza della classe politica espressa, principalmente di fronte agli effetti di una Legge elettorale come l’attuale.  Inoltre è evidente il  rischio che, all’interno, si consolidi una gestione di tipo autoritario, in cui al Leader carismatico possa esser consentito di smentire seccamente e ripetutamente il Capo Gruppo al Senato, finendo col mortificare chi ha un rilevante ruolo istituzionale.

Tuttavia il problema più delicato consiste nella sostanziale compressione degli ambiti di agibilità democratica delle assemblee parlamentari, dove un quarto della rappresentanza è, di fatto, congelata in un ruolo antisistema, senza possibilità di interferire sulla necessaria fluidità degli equilibri d’Aula.

A questo punto diventa cruciale interrogarsi intorno alla democraticità delle strutture di governo interno del movimento. Attraverso la finzione della presunta partecipazione diffusa al dibattito col mezzo della Rete, le decisioni sono facilmente manovrabili e ristrette in poche mani, con il rischio grave di costruire un soggetto cesarista, che, in futuro, potrebbe coltivare velleità autoritarie.

Nessun dittatore si è mai imposto con la violenza, ma facendo leva sul  grande consenso popolare. Basti ricordare gli esempi di Mussolini, Hitler, Franco, Peron e tutte le altre esperienze autoritarie al Mondo, forse con la sola eccezione di quella sovietica, che si affidò alla repressione, alle armi ed allo spionaggio. Non vorrei essere frainteso, come se avessi voluto attribuire un pericoloso carattere sovversivo al Movimento di Grillo. Ho semplicemente  ricordato che ve ne potrebbero essere le caratteristiche e che, qualora qualcuno volesse sfruttarle, si potrebbe determinare un pericolo per la democrazia. Il medesimo problema, forse anche in termini più marcati, si è posto, in questi ultimi anni, per una pluralità di soggetti carismatici, senza statuti e regole interne di democrazia, ove tutto era nelle mani del fondatore e, per sua delega, in quelle di satrapi locali, da esso prescelti. Fortunatamente, alla distanza, tutto è finito in pochade o in clamorosi insuccessi: così sarà quasi certamente per il movimento di Grillo.

Bisogna sapere tuttavia che il brodo di coltura in cui  sorgono i fenomeni autoritari, è questo. Quindi è opportuno vigilare, perché non sempre i capi sono soggetti da baraccone, prima o poi, ne potrebbe venir fuori uno con vero carisma e vocazioni dispotiche. Per tale ragione è necessario che, prima ancora delle altre riforme costituzionali di cui si parla, alcune anche opinabili, la prima questione da affrontare è quella  dell’attuazione dell’Art. 49 della Costituzione, per dotare i partiti, tutti, di uno statuto giuridico democratico, vincolante e di rilevanza pubblica.

Tutto il resto viene in secondo luogo, compresa la scelta di una legge  elettorale, piuttosto che un’altra, purché si tratti di sistemi adottati in altre Democrazie europee avanzate, che vengano copiati integralmente,  evitando  di inserire qualche modifica all’italiana, che ne stravolgerebbe il significato.

Questa esperienza dimostra che bisogna evitare la cristallizzazione delle classi dirigenti e combattere il professionismo politico, ma non a discapito della qualità. Governare, come legiferare, sono compiti difficili e delicatissimi, che impongono professionalità adeguate. Il ricambio è necessario, ma deve avvenire in modo fisiologico e sforzandosi di puntare ad una selezione verso l’alto. Affidare le Istituzioni a persone inadeguate può soltanto peggiorare, in un momento di crisi, potrebbe essere disastroso.

Dopo la guerra furono richiamati uomini di grande esperienza, come De Gasperi, Croce, Nitti, Einaudi, Sforza, De Nicola, Orlando, Togliatti, Pertini, Nenni, Saragat, Parri. Oggi, se esistessero, bisognerebbe cercare simili personaggi, con alta professionalità e solido bagaglio culturale, non giovani, magari volenterosi, ma scelti attraverso il sostegno di amici e parenti nel web e privi del necessario spessore e di ogni esperienza. Se la scelta del M5S è stata di questo tipo, appare evidente come il progetto era quello di affidare al pastore, collocato fuori dal recinto, la guida del gregge.

Tratto da Rivoluzione Liberale