Mentre assistiamo al trionfo dell’ignoranza, della barbarie, del populismo, del qualunquismo e riaffiorano preoccupanti parole d’ordine di stampo fascista, avvertiamo come un imperativo categorico quello di riunire le disperse forze liberali, resuscitarne la cultura, richiamare i valori del patriottismo, dell’orgoglio nazionale, del trionfo dell’etica, del fondamento religioso del pensiero liberale.
C’è ancora un’Italia coraggiosa, che non intende lasciarsi omologare alla protesta distruttiva e che non è collusa con una politica marcia ed impotente. Questa è l’Italia che deve scendere in campo. Essa è diversa da quella che pretende di salire, o, dall’altra, che ha come unico obiettivo di distruggere tutto, ma è ancor più distante da quella che si è resa responsabile del disastro attuale, con la propria spregiudicatezza, il cinismo affaristico, la cieca difesa di privilegi corporativi, la corruzione, l’alleanza con una burocrazia parassitaria, la complicità con i sodali, collocati nelle aziende pubbliche e, talvolta, persino con le mafie.

Tutto questo va spazzato via, ma per restituire il sorriso, il diritto di sognare, la speranza di potersi confrontare sul terreno dell’utopia, non su quello volgare degli interessi personali, delle prevaricazioni dei poteri forti, dei privilegi delle caste, che hanno occupato militarmente ampi spazi di potere e se ne sono impadroniti.

Non auspichiamo l’annientamento dei partiti, anzi cerchiamo di postulare la necessità della loro resurrezione, come luoghi di discussione, confronto, formazione, elaborazione, purché siano regolati in una cornice legislativa, che ne disciplini la vita interna e imponga corrette procedure democratiche, uguali per tutti, con lo scopo di selezionare una vera classe dirigente non raccolta per strada, ma adeguata al proprio difficile compito. Partiti che non siano parassiti alimentati col denaro pubblico, ma che si autofinanzino in modo regolamentato, senza apporti pubblici, e con elargizioni fiscalmente detraibili. Soggetti identitari, giacimenti di idee e valori, non congreghe dove si coltivino ambizioni ed oscuri interessi. Case di vetro, trasparenti e libere, chiese laiche dove si custodisca la fede sacrale nella libertà di ciascuno, anche delle minoranze, e si difenda la democrazia, come libera espressione collettiva.

Luoghi dove si impari l’etica della supremazia della legge e del diritto, che rappresentino, insieme, garanzia ed esaltazione della libertà di ciascuno, sublimata in quella di tutti. Una legalità concepita, quindi, non come distorsivo strumento persecutorio, ma come trionfo dello Stato di diritto.

I cittadini che non sentono forte il dovere di rispettare le leggi, dimostrano di non amare la propria stessa libertà, la quale viene, invece, esaltata dal volontario contenimento del libero arbitrio individuale, che, quando collide con l’interesse collettivo, si rivolge contro la libertà stessa, in quanto questa o è di tutti o è prevaricazione, legge del più forte, privilegio di chi predomina, sopruso nei confronti del più debole.

Da un simile approccio altamente morale del ruolo stesso della politica, discende, per le forze rappresentate nelle sedi istituzionali, il dovere di governare il Paese, di compiere le scelte necessarie e mettersi in gioco, ovviamente rischiando di perdere parte del consenso acquisito facilmente sul piano della semplice protesta. Nessuno può, nei momenti difficili, rimanere a guardare o rifiutarsi di assumere le proprie responsabilità. Vale per tutti, ciascuno nel proprio ambito di impegno civile, sociale, culturale, lavorativo. Naturalmente è un imperativo assoluto per chi è stato eletto a rappresentare il Popolo.

Non esiste una sovranità che si possa esercitare sottraendosi alle responsabilità. Autorità e responsabilità sono due facce della stessa medaglia. Chi siede in Parlamento non può abbandonarsi all’ignavia, al rifiuto protervo, non può dire soltanto di no, non può rinunciare al dovere di dare un contributo attivo alla rinascita della Nazione, principalmente quando essa è, come oggi, ferita, esposta ad attacchi finanziari, speculativi, politici. Nei tempi moderni tali aggressioni equivalgono a quello che in passato erano le guerre. I rappresentanti del popolo hanno il dovere di compiere con pienezza il prestigioso, ma delicato e difficile servizio, cui sono stati chiamati. I nuovi parlamentari, anziché lasciarsi prendere dallo sgomento, quando si renderanno consapevoli dei propri limiti, dovranno moltiplicare i loro sforzi, passare le notti a studiare le procedure e le regole, per capire in cosa consista il potere legislativo, che rappresenta in assoluto la più alta e delicata funzione costituzionale. Esso, su tutti gli altri è il primo, perché è l’unico che promana direttamente dal popolo ed esercita il controllo sul Governo.

Una democrazia è viva se il suo Parlamento dimostra concretamente di esserlo e ciascun deputato, come detta la Costituzione, risponde soltanto alla propria coscienza ed al proprio intelletto, senza vincolo di mandato. Ogni singolo membro delle due Camere conta certamente di più se si sente totalmente libero ed indipendente nell’espletamento del proprio delicato compito di legislatore, piuttosto che quando, per coercizione, dovesse lasciarsi espropriare una parte della propria libertà di giudizio. Persino la rinuncia ad una quota dell’indennità, potrebbe essere un atto nobile, se volontario ed espressione spontanea di solidarietà verso chi soffre, altrimenti è nient’altro che vuota demagogia. Conta la purezza dell’animo, l’onestà, intesa come comandamento interiore, piuttosto che l’obbedienza a pratiche declamatorie e populiste, imposte dalla propria parte, o, peggio da un padrone politico.

Un Parlamento rinnovato, con un’età media molto più giovane e con molti esponenti alla prima legislatura, prima ancora che l’autoriduzione parziale dell’indennità, condivisibile in un momento come l’attuale, ma che ha solo un valore simbolico, dovrebbe chiedere l’incremento delle giornate di impegno delle Camere. Queste, potrebbero lavorare sei giorni, o comunque non meno di cinque, per consentire, poi, durante il fine settimana, come avveniva in un tempo, quando la partecipazione democratica era molto più sentita, di riferire agli elettori sul territorio dei problemi affrontati, per renderli partecipi dell’attività parlamentare, spiegando il perché di ciascuna scelta. Non è negativo, anzi costituisce il sale della buona politica, restituire ai partiti il ruolo importantissimo di luoghi di discussione e di confronto ravvicinato tra rappresentanti e rappresentati, di elaborazione di progetti per il futuro, di valutazione di risultati. Bisognerebbe quindi auspicare la ricostituzione di soggetti politici veri, animati da una grande voglia di confronto interno e non semplici comitati elettorali o promotori di collegamenti virtuali sul web, che non prevedono anche l’incontro fisico degli aderenti e soprattutto il voto democratico e palese su ogni decisione.

Quando, ancora con i calzoni corti, fummo conquistati dalla passione per la politica, questo era per noi il quotidiano nutrimento culturale e ideale. Poi, nel tempo, divenne tutto grigio: i partiti, anzi le segreterie dei capi partito, divennero oscuri ambulacri dove si programmavano carriere e si studiavano strumenti per impadronirsi, spesso in modo trasversale, di pezzi delle istituzioni o delle aziende di Stato, al fine di asservirle agli interessi di soggetti politici evanescenti, vocati soltanto alla gestione del potere ed alla difesa di interessi di parte, trascurando completamente il bene comune. Ne seguì, oltre al dissesto finanziario ed economico, quello, più grave, di carattere morale, del Paese. Chi si propone di rivoluzionare il sistema, non può limitarsi alla denuncia della cattiva politica ed a richiedere la espunzione del marcio, dei parassiti, degli incompetenti, del superfluo, che distrugge le risorse pubbliche. Deve agire concretamente per l’effettivo cambiamento.

La necessità prioritaria è che la politica ritorni regina, innanzi tutto rilegittimandosi, cacciando i mercanti dal Tempio e imponendo la assoluta trasparenza dei propri atti, in modo da riconquistare nuova autorevolezza, culturale ed etica in primo luogo.

La rigorosa formazione nel solco dei principi del pensiero liberale è come un viatico per tutto questo. Il Costituzionalismo Liberale e la Democrazia Liberale sono le pietre miliari su cui, nei secoli, si è costruito il cammino delle più moderne civiltà del Globo.

Proprio i liberali, che chiedono poco Stato e minore interferenza pubblica nel mercato, nella ricerca, nelle scelte e nelle vocazioni individuali, nei diritti inalienabili di ciascuno, pretendono, viceversa, che le leggi, poche, quelle strettamente necessarie, siano chiare, per evitare che vengano aggirate. Nello Stato liberale la norma deve rappresentare un imperativo categorico e ineludibile nell’interesse generale, prevedendo pene severissime ed immediate per coloro che vi si sottraggano.

La coscienza religiosa, come la ricerca scientifica, l’appartenenza ad associazioni, gruppi sociali, partiti, enti di orientamento culturale od organizzazioni per lo svago e lo sport, devono essere assolutamente liberi e nessuno deve poter interferire o condizionarne l’attività, anche attraverso l’abuso, come avviene spesso, del potere amministrativo e dello strumento distorsivo dei finanziamenti pubblici, su cui si sono fondate tante clientele elettorali.
In questi giorni si è scritto e ripetuto che l’esito incerto di una consultazione elettorale, che non ha espresso una maggioranza netta, costituisce un fattore di debolezza e quindi di sfiducia verso il Paese. E’ sicuramente vero.
Spesso le grandi difficoltà ci hanno insegnato a reagire. Probabilmente, il segnale forte ed insieme disperato venuto dagli elettori, potrebbe indurre ad un cambio di passo. Tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, potrebbero accettare di sostenere un Governo di scopo, sotto la regia del Capo dello Stato e concordare le dieci o dodici cose necessarie (compresa la riforma elettorale e la disciplina giuridica dei partiti) per rendere, tutte insieme, un doveroso servizio al Paese. Dopo dodici mesi, si potrebbe tornare alle urne, con un clima migliore, auspicando che intanto le forze politiche abbiano avuto il tempo di guardare in se stesse e riformarsi, cominciando dalla galassia liberale, che non può mancare anche il prossimo appuntamento.

l’ingorgo istituzionale, che determina un intreccio pericoloso tra formazione del Governo ed elezione del nuovo Capo dello Stato, non contribuisce positivamente a facilitare un percorso improntato alla chiarezza. Per tale ragione ribadiamo la nostra opinione che, anche contro la sua volontà, ma nel supremo interesse nazionale, bisognerebbe rieleggere Giorgio Napolitano con larga maggioranza e permettere che, con la saggezza ed esperienza dimostrate, possa accompagnare la necessaria fase di riforme condivise e risanamento economico, per poi, tra un anno, ridare la parola al popolo sovrano.

Tratto da Rivoluzione Liberale