La partecipazione del PLI alle elezioni politiche si è resa obbligatoria per la necessità di contrapporsi alle tante, troppe, imitazioni, che nulla hanno nel loro contenuto culturale e programmatico della rigorosa tradizione del pensiero politico liberale del Partito di Cavour e Giolitti, di Croce ed Einaudi, di Martino e Malagodi. L’obiettivo è quello di  rappresentare una speranza per quegli elettori, che pensano di astenersi dal partecipare all’appuntamento elettorale o di esprimere un voto di sterile, radicale protesta, per reazione nei confronti di una classe politica proterva, che, come unico obiettivo, ha coltivato quello della conquista del potere.

Assistiamo alla riproposizione del confronto tra le due coalizioni maggiori, che si sono rese responsabili del disastroso bilancio di un ventennio, che ci ha lasciato un  Paese impoverito e  con una pressione fiscale insostenibile, al solo scopo di perseverare nello statalismo e di mantenere una spesa pubblica per la maggior parte inutile e clientelare. Destra e sinistra inoltre hanno avuto un tratto di stampo corporativo in comune, che è stato quello di proteggere una burocrazia ostile a qualunque nuova iniziativa economica e, spesso, corrotta ed in complicità con la peggiore politica.

L’alternativa a tale scelta scellerata, è costituita soltanto da una ricetta rigorosamente liberale, che si ponga come obiettivo la dismissione di tutte le proprietà pubbliche, ed in particolare delle aziende a carattere economico, cominciando da RAI, ENI, Finmeccanica, Enel, Terna, Cassa Depositi e Prestiti, per finire con tutte quelle territoriali. Si otterrebbe il risultato di ridurre significativamente il Debito Pubblico, insieme alla spesa per interessi e, al medesimo tempo, di recuperare le risorse necessarie a diminuire la pressione fiscale per aziende e cittadini. Tale svolta, inoltre potrebbe creare le condizioni per una vera concorrenza nel mercato e per la necessaria moralizzazione  della vita pubblica, stroncando il perverso legame tra Partecipazioni statali e politica.

Il livello di immoralità diffusa in Italia è tale da aver suscitato una clamorosa ed esemplare reazione dello stesso Pontefice, che ha voluto, con la propria abdicazione, dare una grande lezione a cominciare dall’apparato stesso della Chiesa, che non ha esitato a definire animato da un conflitto interno violentissimo, nonché attraversato dalla corruzione e dall’ipocrisia. Se la Chiesa, che dovrebbe essere la guida morale di una nazione a larga predominanza cattolica, viene di fatto ritenuta dal suo capo, pure con poteri di sovrano assoluto, ingovernabile, non può meravigliare che le istituzioni pubbliche siano altrettanto inquinate, dedite allo sperpero del denaro dei cittadini e prive di cultura di Governo.

Alcune nuove formazioni politiche fatte in casa, con simboli sconosciuti e disancorati da qualsiasi radice di tipo valoriale ed identitario, si propongono come mere imitazioni dei partiti-azienda della cosiddetta seconda Repubblica, persino con spessore inferiore. Come si può pensare, per esempio, di dare affidamento ad una formazione politica che, pur richiamandosi ad un programma genericamente liberale, è scivolata nel grave incidente di designare un leader, che ha persino falsificato i propri titoli accademici e ritenere che essa possa essere in grado, a differenza di altri in passato, di realizzare quella riforma liberale, più volte auspicata, promessa e mai attuata? Nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo, si tratta dei soliti sedicenti liberali, alla ricerca di ritagliarsi uno spazio, per poi disattendere i progetti presentati ed offrirsi come stampelle a claudicanti maggioranze. Un minimo di dignità ne imporrebbe il ritiro dalla competizione per fermare un ulteriore declino morale del Paese che, invece, ha bisogno di recuperare una nuova eticità.

Il PLI è in campo per evitare che gli elettori siano condannati all’astensione, oppure a votare il PD con la elle o quello senza, uguali e contrari; il primo che ripropone l’esperienza disastrosa di un’alleanza tra destra populista, padronale e leghista, il secondo che, ancora una volta, mette insieme una coalizione di sinistra variegata e contraddittoria, che potrebbe forse vincere, ma non governare. L’alternativa liberale esiste anche, per evitare di fidarsi dell’illusione di un nuovo, per altro modesto, tentativo democristiano, interpretato da Monti, il quale aspira  a porsi come stampella di una sinistra scarsamente credibile. Le liste liberali infine rappresentano una seria opportunità per scongiurare il pericolo insito nelle proposte nichiliste e velleitarie di nuovi soggetti esclusivamente protestatari.

Il PLI invece, rappresenta la garanzia di un Partito storico, ma aperto alla modernità, collegato con le forze più avanzate del liberalismo europeo, che intende determinare  una effettiva rottura col continuismo. Soltanto una effettiva rivoluzione liberale potrebbe inaugurare, nella libertà,  una stagione riformatrice di ripresa economica ed occupazionale,  improntata all’equità fiscale, alla necessaria solidarietà verso i più deboli, ma anche capace di avviare le necessarie riforme costituzionali, che possano portare verso la Terza Repubblica un’Italia protagonista in Europa e nel Mondo.

Tratto da Rivoluzione Liberale