Una brillante carriera scolastica, con un buon voto di laurea, magari anche un master, poi un’ottima carriera, non essere incorsi in incidenti giudiziari e, principalmente disponibilità all’obbedienza cieca al capo carismatico, da cui deriva tutto ed al quale vengono demandate le strategie e le scelte di carattere programmatico. Queste sono le caratteristiche attraverso le quali viene selezionato il personale politico, ormai da quasi un ventennio, quando appunto lo inventò Silvio Berlusconi, aggiungendo, col tempo, anche regole sull’abbigliamento e la prestanza fisica, principalmente quella femminile. Dopo gli eccessi del circo Barnum portato in politica, oggi si cerca di puntare su una certa austerità. I curricula vengono sottoposti, oltre che al capo della coalizione, anche a qualche super burocrate, il quale, ipocritamente, non farà altro che approvare quelli già scelti  dal proprio referente, senza leggere neppure gli altri, esattamente come avviene per talune nomine pubbliche. Di recente è stato clamoroso il caso del CdA della Rai, per il quale, corrispondendo ad un proclama demagogico, sono pervenute una gran quantità di candidature, ma le scelte effettive sono state formulate dai partiti. In sostanza non cambia nulla. L’obiettivo rimane quello di un Parlamento, senza alcuna autonomia politica,  formato da obbedienti cooptati, ai quali viene riconosciuto il ruolo politico come una croce di cavaliere, per poi essere destinati esclusivamente a votare disciplinatamente. Infatti l’unico punto sul quale si è registrato l’unanime consenso dei tre maggiori partiti, che hanno sostenuto il Governo Monti, è stato quello di non modificare la vergognosa legge elettorale vigente.

Sembrava che tutto questo dovesse essere archiviato con il declino del berlusconismo e Invece si è persino accentuato, decretando il completo trionfo di un insopportabile diffuso qualunquismo, senza idee, tutto legato a nomi di persone, indipendentemente dalla circostanza che si tratti di comici, imprenditori, o altri fenomeni mediatici costruiti in laboratorio. I sondaggisti suggeriscono di evitare le parole evocative di tradizioni o culture politiche, ma di puntare sull’appeal del leader e sul messaggio accattivante per raccogliere il consenso di una dilagante antipolitica.

Se De Gasperi, Sturzo, Croce, Gramsci, Berlinguer, Einaudi, vedessero tutto questo, rimarrebbero inorriditi. La politica viene intesa alla stregua di un pubblico concorso per titoli e raccomandazioni, come se non contasse nulla saper cogliere le pulsioni della società e declinarne le aspettative, ovviamente quelle reali e possibili, secondo la impostazione culturale e valoriale di ciascuno.

Bandire le parole liberale, socialista, democratico cristiano, conservatore, riformista, comunista, significa, di fatto, cancellare la politica ed organizzare una sorta di commedia delle finzioni, in cui Centro, Sinistra e Destra (denominazioni che non significano nulla) si insultano, alzano i toni, ma sono sostanzialmente uguali.

Restano ancora in campo le grandi organizzazioni di potere, legate alle cooperative ed alla gestione per lunghissimo tempo delle amministrazioni locali, con i connessi grandissimi interessi, insieme alle organizzazioni cattoliche, divise tra loro, ma molto radicate sul territorio ed in grado di raccogliere un consenso, sempre legato a clientele ed antiche solidarietà.

Tuttavia vi è un chiaro tentativo di demolire anche tali organizzazioni. Il partito di plastica di Monti, su input del medesimo, si sta facendo carico di erodere e poi di disintegrare UDC e FLI, mentre ha rifiutato il dialogo con il PLI. Analogamente, le primarie del PD sono state un tentativo, non riuscito, di abbattere la grande organizzazione capillare dell’ex Partito Comunista. Per tale ragione, Bersani, che, coraggiosamente, anche perché consapevole della forza della propria struttura, ha accettato la sfida, oggi che ha vinto, sta cercando di disarticolare la cosiddetta componente Liberal, che in parte lo ha abbandonato per il partito liquido di Monti ed in parte verrà emarginata, attraverso una composizione delle liste di stretta osservanza, pur evitando di penalizzare eccessivamente Renzi, che, per ragioni anagrafiche, aspira alla successione.

Se i liberali dimostrassero di aver capito tutto questo pericolosissimo progetto, volto a ridurre ulteriormente i margini di democrazia rimasti, potrebbero riaprire i giochi, coalizzando una forte lista unitaria di tutta l’area laica liberal-democratica e riformatrice, che durante la cosiddetta Seconda Repubblica è rimasta esclusa dalla rappresentanza istituzionale e che oggi rischia di rimanerlo per sempre.

Di fronte allo spettacolo scandaloso offerto da una politica autoreferenziale, insulsa, incapace e corrotta, la reazione, manovrata dai media, ha assunto sempre più, durante l’ultimo ventennio, il volto di un’antipolitica preconcetta e, spesso rabbiosa, che non ha saputo, né voluto, distinguere tra effettivi livelli di responsabilità, fino a diventare una sorta di antistato diffuso. In tale contesto la società civile è stata rappresentata come una sorta di antitesi catartica, indispensabile per bonificare le istituzioni, salvarle dalla definitiva perdita del prestigio e svuotarle del significato democratico di garanzia,che dovrebbero rappresentare.

La prima conseguenza di tale brutale logica semplificatrice è stata quella di fingere di ignorare che il ceto politico non è altro che la proiezione della società, da cui è stato selezionato. Se essa è immatura o moralmente poco sensibile, non potrà che esprimere una rappresentanza analoga, per trovarla più permeabile alla difesa dei propri interessi particolari, anziché sensibile a quelli generali del Paese. La presunta contrapposizione tra Palazzo e società civile, che ci viene ogni giorno rappresentata in dosi elefantiache, oltre ad essere falsa, è fuorviante, perché produce un pericoloso rifiuto della parola stessa “partito”, divenuta sinonimo di corruzione, senza tener conto che la relativa esistenza, è condizione perché una società possa definirsi democratica e non oligarchica.

Tale necessità è stata prevista, con lungimiranza, dall’art. 49 della nostra Costituzione, purtroppo mai attuato, con la conseguenza che negli ultimi anni i soggetti politici sono divenuti personalistici e plebiscitari. Anziché considerare la deriva dei partiti come una malattia da curare in conseguenza del loro degrado, si è venuta elaborando una sorta di apodittica definizione sociologica che essi stessi siano intrinsecamente il male e pertanto vadano eliminati. Si è prima parlato di partiti leggeri, poi di movimenti, infine di rappresentanze civiche, disancorate da precise matrici di pensiero, fingendo di ignorare che il rimedio doveva consistere nel fare esattamente il contrario. Era necessario imporre loro uno statuto giuridico, con regole democratiche interne, molto rigide, in relazione alla delicatissima funzione ad essi attribuita di selezionare i vertici più elevati della rappresentanza pubblica.  Non servono quindi i curricula o la discriminante anagrafica o del numero di legislature, ma solide culture politiche ed irrinunciabili ancoraggi valoriali.

La politica viene rappresentata come una sorta di cancro sociale da estirpare, mentre, per non cadere nel populismo elitario, manovrato da chi ha più risorse e strumenti mediatici a disposizione, il Paese avrebbe bisogno di partiti identitari. I movimenti leaderistici e cesaristi non possono  avere altro fine se non la gestione del potere, rispetto a quelli veri, che si distinguono per un  tratto morale profondo, rappresentato dall’obiettivo ultimo di costruire la società del futuro, secondo una propria visione ideale. Soltanto l’utopia può affrancare gli esseri umani dalla volgarità dei risultati concreti ed immediati di carattere personale. Si tratterebbe quindi di rifondare i partiti, non di affondarli, se non si vuole regredire ulteriormente, come è stato nell’ultimo ventennio. Il costituzionalismo delle democrazie liberali insegna che i partiti progettano il futuro e ne determinano il destino. I personalismi, come ha dimostrato la storia, rappresentano un regresso verso l’assolutismo e la tirannia.

Tratto  da Rivoluzione Liberale

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