In principio fu il “trattino”! Che, com’è noto, non è un segno di interpunzione, che accompagna il senso di una frase, quanto piuttosto un segno grafico, che può assolvere tanto alla funzione di separare due o più parole quanto a quella di unirle, così cambiandone lo stesso significato.

Si era sul finire degli anni cinquanta, quando il trattino iniziò il suo percorso sullo scenario della politica italiana. Imparammo ad utilizzarlo nel suo duplice significato, allorché si cominciò a parlare della opportunità di avvicinare la parte più consistente del centro di allora (la Democrazia Cristiana, ma anche i suoi alleati repubblicani e socialdemocratici) alla parte meno consistente della sinistra (il Partito Socialista), con l’obiettivo conclamato di allargare la base partecipativa della democrazia italiana, ancora vincolata dalla “conventio ad excludendum” che destinava all’opposizione il Partito Comunista.

Il prezzo di quella svolta, che poi si consumò all’inizio degli anni sessanta e si perfezionò nel ventennio successivo, fu la preclusione nei confronti dei liberali, all’insegna della irreversibilità del centro-sinistra.

Fu allora che il “trattino”, inserito tra quelle due parole, celebrò la sua natura bifronte,  per un verso unendo chi si era sin lì contrapposto, e per altro verso mantenendo una rassicurante distinzione tra le due aree della coalizione politica che si andava formando.

Esauritasi quell’infatuazione, venne finalmente recuperata la consapevolezza che la preclusione verso i liberali era un’insensatezza, che il Paese aveva nel frattempo pagato con un ventennio di riforme precipitose e superficiali che avevano fatto crescere a dismisura la presenza dello Stato nell’economia, senza alcun risultato se non quello di alimentare un elefantiaco apparato statale, sino al famoso paradosso del “panettone di Stato”.

Del “trattino” non ci fu più alcun bisogno, perché venne il tempo del pentapartito, che null’altro era se non un centro-sinistra allargato ai liberali, richiamati al servizio dello Stato, nel tentativo di rimettere in pista qualche riforma che servisse a restituire al libero mercato lo spazio che gli era stato sottratto dalla bulimia statale del ventennio precedente.

Ciò che è avvenuto dopo, è storia recente, e ne stiamo ancora soffrendo i postumi. La fine ingloriosa della prima Repubblica, i referendum maggioritari, la democrazia bipolare, la contrapposizione manichea tra la destra e la sinistra, l’impoverimento dell’area politica di centro, la scomparsa dei liberali come significativo movimento organizzato.

A metà degli anni novanta, sul principio della c.d. seconda Repubblica, il “trattino” si riaffacciò nuovamente sulla scena della politica, e però in termini tanto timidi quanto effimeri:  utilizzato per avvicinare le forze politiche che si andavano polarizzando verso la destra e verso la sinistra dello schieramento politico, sparì quasi subito, non appena i partiti rispettivamente egemoni ritennero di avere consolidato la loro supremazia sugli alleati e di poterli quindi assorbire.

Si aprì l’epoca dei contenitori politici a c.d. “vocazione maggioritaria”, che avevano come ragione sociale quella di ridurre a forzosa unità i filoni politici che, nella cultura italiana ed europea, si erano sempre confrontati nella distinzione dei ruoli.

Venne così  il tempo del centrodestra e del centrosinistra senza “trattino”, entrambi impegnati nel tentativo di fondere le diversità in un modello culturale tipicamente italiano, tuttavia avulso dalla cultura politica che, in tutta Europa, restava invece legata alle tradizionali famiglie ideologiche (liberali, popolari, socialisti, conservatori, populisti).

Ancora una volta, i liberali italiani finirono per essere le prime vittime di questa visione dicotomica, nutrita dalla contrapposta pretesa, degli uni e degli altri, di conseguire inesistenti maggioranze assolute, impresa alla quale anche la DC di De Gasperi aveva avuto il buon senso di rinunziare nell’unica volta in cui vi era realmente riuscita.

Come all’inizio degli anni sessanta erano stati sacrificati sul solo altare del centro-sinistra (col trattino), l’avvento della seconda Repubblica vide i liberali vittime sacrificali sui contrapposti altari del centrodestra e del centrosinistra (senza trattino).

Ma, questa volta, con una sostanziale differenza: l’ostracismo degli anni sessanta, pur progressivamente impoverendoli di consensi, aveva almeno garantito ai liberali coesione interna ed unità operativa; le contrapposte blandizie degli anni novanta ne hanno provocato la diaspora, rendendoli politicamente irrilevanti, con qualche effimera soddisfazione personale presto vanificata.

Ed ha dovuto presto ricredersi chi pensava che i liberali, dividendosi sui due versanti, sarebbero riusciti ad ingravidare di liberalismo la sinistra e la destra, mentre ne è emerso un quadro politico in cui hanno prevalso le aree politiche più refrattarie al metodo liberale di governo del Paese.

Lo dimostrano gli esiti disastrosi dei vari governi Berlusconi e Prodi, naufragati nell’abbondanza di contrasti verbali e nell’assenza di riforme reali, sino alle ultime vicende italiane, che ha costretto la saggezza del Capo dello Stato a chiamare al servizio della Repubblica alcuni tecnici, per rimediare alle palesi insufficienze della classe politica, incapace di affrontare l’emergenza economica.

Nel momento in cui, finita questa fase, la politica torna a svolgere il suo ruolo naturale, penso che quel “trattino” dimenticato potrebbe riemergere dall’oblio per assolvere alla sua duplice funzione, unendo chi, pur restando diverso, mostra tuttavia qualche reciproca compatibilità, sulla base di una comune condivisione della società italiana.

Il quadro delle emergenze programmatiche è chiarissimo e risulta emblematicamente nell’agenda per l’Italia nell’Europa, che Mario Monti ha proposto agli italiani e che i Liberali sostengono con convinzione.

Integrazione europea in ambito fiscale, bancario, economico e politico; risanamento finanziario dello Stato e degli enti locali; riqualificazione della spesa pubblica, privilegiando la spesa per investimenti e riducendo quella corrente; spostamento del carico fiscale dalla produzione alle grandi ricchezze; massicce liberalizzazioni nella produzione di beni e servizi; apertura del mercato interno agli investitori internazionali; istruzione diffusa ed investimenti in ricerca ed innovazione; politica energetica ed industriale compatibile con la tutela della qualità della vita; valorizzazione del patrimonio ambientale, storico ed artistico; decentramento della contrattazione collettiva e mobilità nel lavoro; attenzione all’occupazione giovanile e femminile ed all’invecchiamento attivo; neowelfarismo liberale meno generalista e più attento alle disabilità; sostentamento minimo per i più deboli; riconoscimento del merito e contendibilità delle posizioni apicali; riscrittura delle regole che presiedono al sistema politico ed elettorale; lotta intransigente contro l’evasione fiscale, la corruzione e le mafie; ristrutturazione del pianeta giustizia, a partire dal giudizio civile e sino alla fase dell’esecuzione penale; trasparenza dei ruoli pubblici e prevenzione dei conflitti di interesse. Sono questi altrettanti capitoli che riassumono gran parte degli impegni per i quali i Liberali italiani si battono da sempre.

In via generale,.se si vuole che il Paese cresca nella coesione sociale e nella legalità, occorre che tutta l’impalcatura dello Stato sia finalizzata a privilegiare le ragioni di chi lavora, produce e merita, piuttosto che quelle di chi si limita a vivere sulle rendite di posizione che gli vengono dal passato.

In un sistema che ha sin qui penalizzato i redditi dei primi, tassandoli oltre ogni ragionevolezza, e che ha invece graziato le rendite dei secondi, quasi sempre mimetizzate in forme societarie senza redditi corrispondenti, i Liberali non possono esitare nella scelta a favore di chi, producendo reddito, aumenta la ricchezza del Paese e ne consente anche una più diffusa ed equa distribuzione.

E, proprio per scongiurare il rischio che quell’agenda resti un libro dei sogni, occorre che nella prossima Legislatura ci siano anche forti gambe liberali che, per cultura, esperienza e capacità di lavoro, siano attrezzate per superare i tanti  ostacoli che si frapporranno tra intenzioni e risultati.

Sarà questo il momento in cui quel “trattino” dimenticato potrà vivere la sua terza esistenza, segnando in positivo il rapporto tra coloro che vogliono provare a fare dell’Italia una moderna democrazia liberale inserita a pieno titolo nella comune nazione europea.

Penso quindi che il discrimine dei prossimi anni non si collocherà più sul continuum che va da destra a sinistra, ma sul confine che separa l’area dell’immobilismo e della conservazione rispetto a quella dell’innovazione e del progresso.

Da una parte del “trattino” staranno quelli che condividono l’Agenda Monti; dall’altra staranno quelli che l’apprezzano pur con qualche distinzione; e quel segno sarà insieme il simbolo delle loro differenze ontologiche ma anche della loro possibile convergenza, gli uni e gli altri essendo inevitabilmente destinati a contrapporsi a coloro che quel percorso lo osteggiano.

Stare dalla parte del progresso, piuttosto che da quella della conservazione, è proprio ciò che Benedetto Croce, con filosofica lungimiranza, indicò nel dicembre del 1951 ai liberali di allora, in un indimenticabile messaggio al Convegno dell’unificazione liberale di Torino, e che, non per caso, ha costituito il leitmotiv del Congresso Nazionale del PLI dello scorso mese di marzo.

Ai Liberali toccherà di fare la loro parte anche in questo frangente, e penso che, se appena ne avranno l’opportunità, non esiteranno a collocarsi sulla scia dell’insegnamento di Croce.

Tratto da Rivoluzione Liberale