Sia pure lentamente la nebbia si va diradando. Mario Monti, con stile sempre prudente e misurato, ha presentato la sua agenda per la prossima legislatura. E’ un programma, che egli stesso definisce liberale, non conservatore, largamente coincidente con le idee, per nulla moderate, anzi “rivoluzionarie”, che propugniamo da sempre.

Se, nei prossimi giorni, attorno alla proposta programmatica del Presidente del Consiglio, dovesse aggregarsi una vasta area di consenso nella parte più responsabile del Paese, si potrebbe dar vita ad uno schieramento riformatore di stampo europeo, in grado di rivelare un profilo credibile e profondamente diverso rispetto al populismo peronista del PDL, al giustizialismo nichilista ingroiandipietrista, al qualunquismo nuovista di Grillo, al conservatorismo vendoliano, subìto da Bersani, nonostante i malumori di gran parte del PD.

Il PLI ha manifestato la propria adesione al memorandum illustrato dal Premier ed ha già avviato la raccolta delle firme per presentare una lista, in grado di riunire tutti i liberali, aperta anche ad esponenti di altre forze politiche, con una formazione non dissimile, che volessero contribuire al rafforzamento della componente liberal-democratica della coalizione.

Dopo la disastrosa e troppo lunga parentesi dei partiti personali e senza ancoraggio ideale, bisogna riprendere il difficile cammino della riaffermazione di una politica alta, fondata, non già sul messaggio emotivo dei leader, ma su solide radici culturali e valoriali. Avviata dal Governo Tecnico la dolorosa fase di risanamento economico, che ha ridato al nostro Paese il meritato prestigio internazionale, va imboccata la strada dello sviluppo e del protagonismo europeo, per contribuire al necessario processo di rilancio del processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Il disegno di Altiero Spinelli, avviato con i trattati di Roma da Martino e De Gasperi, va oggi pienamente realizzato, affidando all’UE, oltre che la responsabilità delle politiche finanziarie e di bilancio, la politica estera, quella di sicurezza ed uno spazio giuridico e giudiziario comune per contrastare le frodi e la criminalità continentale, oltre a procedere alla imposizione di regole comuni per disciplinare i rapporti commerciali e finanziari all’interno dell’Unione.

Un’Italia, capace di abbandonare il vetero statalismo, finora dominante, attraverso le privatizzazioni e liberalizzazioni, oltre a ridurre il proprio debito pubblico, dimostrerà di essere in grado di modernizzarsi. Tale svolta consentirà di abbandonare antiche pratiche clientelari e burocratiche da Stato corporativo e potrebbe dimostrare maggiore apertura verso il nuovo, rispetto ai conservatorismi di segno opposto, di Germania e Francia, consentendo di coinvolgere nel processo una Gran Bretagna, anacronisticamente isolazionista.

Per poter esportare il progetto, bisognerebbe dimostrare che esso funziona sul piano nazionale, aprendo alla concorrenza e combattendo i monopoli, sia pubblici che privati. La svolta in senso liberale imporrebbe inoltre studi di elevato profilo, che possano assicurare una formazione di eccellenza ed un rinnovato impulso alla ricerca, partendo dall’abolizione del valore legale dei titoli di studio, come i liberali sostengono da sempre.

Il nostro Paese ha il privilegio di un patrimonio naturale, artistico e culturale senza eguali al Mondo, che potrebbe consentire opportunità di sviluppo economico straordinarie, ecologicamente compatibili.

Infine bisognerà finalmente, in termini seri e non clientelari, affrontare la questione irrisolta sin dai tempi dell’Unità Nazionale, del divario tra le due maggiori aree del Paese con una profonda riforma dell’apparato pubblico (cominciando dalla abolizione delle Provincie e dalla riduzione del numero delle regioni e dei comuni, con la revisione dei relativi poteri) sconfiggendo, da una parte, l’egoismo nordista, come la retorica meridionalista, priva di senso, in modo da favorire al Sud i nuovi innovativi investimenti. Un diverso approccio a tali problematiche, sarebbe la condizione essenziale per una diversa politica ambientalista e per una radicale riforma del welfare, concepito non più come una forma di assistenzialismo e di privilegio per favorire ben individuabili aree politiche e sindacali, ma come riconoscimento di un diritto costituzionale delle categorie più deboli.

Un secondo miracolo italiano è possibile grazie al genio ed alla capacità di sacrificio del nostro popolo, ma la principale condizione perché si possa realizzare, è la attuazione di una riforma fiscale, che elimini aree di privilegio e margini di evasione, ma che, in modo consistente, finisca col ridurre la complessiva pressione, per consentire a tutti di pagare il dovuto, secondo equità.

Uno Stato più moderno, dove la politica torni ad essere nobile arte di governo e non facile percorso per carriere di famigli, cortigiane e portaborse, sarà in grado di isolare le mafie e di recidere il perverso legame che queste hanno troppo a lungo intessuto con politicanti e burocrati, arrivisti e corrotti.

L’agenda Monti, a nostro avviso, attuata senza tentennamenti, rappresenta la scelta di un virtuoso percorso costituente nel segno della modernità, sicuramente ambizioso, ma, per tale ragione, esaltante.

I liberali possono, vogliono, aggiungeremmo, devono essere della partita.

Tratto da Rivoluzione Liberale