La Direzione Nazionale del PLI ha valutato positivamente la sentenza della Corte Costituzionale con la quale, con una limpida decisione, ha chiuso una pagina molto oscura e grave di conflitto di attribuzioni tra Poteri dello Stato.

La Procura della Repubblica di Palermo non solo ha esondato dal suo ruolo allorché ha coinvolto il Capo dello Stato sicuramente al di sopra di ogni sospetto, ma, in persona del Procuratore aggiunto Ingroia, momentaneamente impegnato in Guatemala, ha recato offesa anche alla stessa Corte con una frase non degna di un magistrato “se fossi stato in Italia me ne sarei andato”.

Riteniamo che la gravità di queste parole imponga al Ministro Severino e al CSM di avviare un procedimento disciplinare e sanzionare in modo esemplare un comportamento inaccettabile.

2 Commenti

  1. La mia opinione in materia l’ho già espressa sin dal 15 settembre scorso in un articolo scritto alla vigilia della preliminare decisione sull’ammissibiltià del conflitto e pubblicato su Rivoluzione Liberale, che qui di seguito riporto.
    Il comunicato stampa della Corte, pur nella sua genericità e forse con qualche imprecisione, mi fa pensare che la Consulta abbia ritenuto che, adottanto una lettura della normativa in termini costituzionalmente orientati, era possibile procedere alla distruzione delle intercettazioni, ricorrendo analogicamente alla procedura di cui all’art. 271.3 c.p.p., prevista per le intercettazioni eseguite fuori dai casi consentiti dalla legge, o su utenze di alcune categorie di persone (confessori, avvocati, medici, etc) per fatti relativi all’esercizio del rispettivo mandato.
    E presumo che la Corte abbia ritenuto che ciò che è prescritto per certe categorie di professionisti non può non applicarsi, a fortiori, al Presidente della Repubblica.

    Ovviamente, quando potremo leggere la motivazione della sentenza potremo anche commentarla con migliore cognizione di causa, ed i commenti, in sede scientifica e non, certamente non mancheranno.

    “QUIRINALE E PROCURA: UN CONFLITTO OPPORTUNO! di Enzo Palumbo.

    Nel momento in cui la Corte Costituzionale si appresta a valutare l’ammissibilità del conflitto di attribuzione promosso dal Presidente della Repubblica nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, credo sia il caso di fare il punto della situazione con qualche riflessione aggiuntiva rispetto alla mia sintetica dichiarazione di qualche giorno fa.
    Circa il giudizio di ammissibilità, impropriamente anticipato dai boatos di questi giorni, credo che in fondo nessuno abbia mai nutrito dubbi; si tratta in questo momento di valutare soltanto se il conflitto sia realmente esistente, e se esso verta tra “poteri” dello Stato.
    Nella specie, il conflitto sulle modalità di distruzione di quelle bobine indubbiamente c’è, mentre nessuno può negare che quello del Quirinale sia un “potere”, ovviamente monocratico in quanto concentrato in una sola persona, e che quello dei magistrati inquirenti sia anch’esso un altro “potere”, questa volta “diffuso” in ragione della numerosità dei relativi uffici, ciascuno dei quali titolare dell’esercizio dell’azione penale.
    E’ appena il caso di notare che ben diverso è il “potere politico”, per intenderci quello delle Camere o del Governo, che è per definizione “collettivo”, e che, ogni volta che intende sollevare un conflitto nei confronti degli altri poteri, deve passare attraverso una deliberazione collegiale.
    Resta aperto il merito della questione, che sarà fatto oggetto di successiva valutazione, che mi auguro segua in tempi brevissimi proprio per sottrarre alle polemiche, fattesi roventi in queste settimane, una questione che sta impropriamente monopolizzando il dibattito politico quando invece ben poteva restare “confinata” sulle pagine delle riviste scientifiche e nelle discussioni tra i cultori del diritto.
    Cercherò di farne in questa sede una valutazione di ordine giornalistico, tanto per seguire l’andazzo in corso, e tuttavia con qualche profilo di “scientificità” che, in una materia così tecnica, è inevitabile.
    E’ ovvio che ogni discussione in proposito va fatta alla luce della Costituzione; e questa, all’art. 90, chiaramente stabilisce che “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento e per attentato alla Costituzione”.
    Anche in attuazione di tale norma costituzionale, l’art. 7, comma 3, della L. 19-1989 ha stabilito che ” Nei confronti del Presidente della Repubblica non possono essere adottati i provvedimenti indicati nel comma 2 (p. e. intercettazioni, etc., n. d. a.) se non dopo che la Corte costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica”.
    Chi si è posto il problema della diversità di trattamento del Capo dello Stato rispetto alle c. d. altre “alte cariche” (presidenti delle Camere, della Corte Costituzionale, del Consiglio), non ha considerato che nessuno di questi Uffici, nonostante gli impropri tentativi sin qui fatti, gode della medesima copertura costituzionale, che non sarebbe comunque giustificata proprio perché il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87 Cost.), mentre quelle altre cariche rappresentano, sia nel sistema costituzionale, sia nell’immaginario collettivo, solo una parte della Nazione, per intenderci quella che in quel momento ha vinto le elezioni.
    Quanto al merito della questione, mentre non è mai esistito (almeno a partire dalla legge 19-1989) alcun dubbio circa la non intercettabilità “diretta” delle utenze telefoniche (e non solo) del Quirinale (salvo i casi tipici espressamente previsti), c’è ancora oggi chi prova a sostenere che la copertura costituzionale non riguarda le intercettazioni c. d. “indirette, vale a dire quelle che, disposte originariamente nei confronti di utenze terze, diano occasionalmente luogo alla registrazione di conversazioni del Capo dello Stato, col quale le utenze (legittimamente) intercettate siano entrate in contatto.
    A me pare che ciò che vale per le intercettazioni “dirette”, dovrebbe valere anche per quelle “indirette” sulle utenze del Quirinale; se queste ultime fossero consentite, e ne fosse anche possibile l’ascolto, anche solo per dichiararne l’irrilevanza, ciò comporterebbe comunque una qualche valutazione, che il sistema non consente se non nei casi di alto tradimento e di attentato alla Costituzione, e secondo le rigorose procedure espressamente previste dalla legge per tali limitate ipotesi.
    E se si dovesse seguire, anche per queste intercettazioni, la normale procedura di legge (art.li 266 e segg. c. p. p), anche solo ai fini della successiva distruzione, tutto il materiale raccolto finirebbe per circolare tra giudici e difensori, così divenendo automaticamente pubblico e quindi vanificando la copertura di riservatezza stabilita dalla Costituzione e dalla Legge per il Capo dello Stato.
    Questa, che mi sembra una conclusione assolutamente logica ed in linea col sistema delle fonti, non risulta tuttavia esplicitamente recepita dalla normativa, che soffre di un apparente vuoto, che ha propiziato in proposito la diversità di opinioni tra Quirinale e Procura, e che la Consulta sarà chiamata a colmare proprio a seguito del conflitto.
    Il quale, è bene ribadirlo, per un verso, è un termine giuridico asettico in quanto non sottende alcuna valutazione negativa nei confronti della Procura di Palermo, e, per altro verso, non ha nulla a che fare con le indagini in corso, che in ragione di esso non hanno sin qui subìto e non subiranno alcuna interferenza.
    Per la verità, a me sembra che già oggi una lettura della normativa “costituzionalmente orientata” avrebbe potuto fare propendere per l’ immediata sospensione dell’ascolto e/o per l’immediata distruzione delle intercettazioni.
    Proprio questa è stata l’impostazione seguita nella risposta data dal Ministro della Giustizia Flick il 7 marzo 1997 (che rappresenta l’unico precedente in termini) in risposta all’interpellanza proposta dall’ex presidente Cossiga con riferimento all’intercettazione di una conversazione “indiretta” tra il Presidente Scalfaro e l’a. d. della Banca Popolare di Novara.
    Nell’occasione Flick evidenziò che non poteva essere rimessa al sindacato successivo dell’autorità giudiziaria la distinzione tra atti riconducibili all’esercizio delle funzioni ed atti estranei a tale esercizio; altrimenti, si finirebbe per affidare alla Magistratura una valutazione sugli atti riferibili al profilo funzionale dell’attività del Capo dello Stato, nonostante il nostro ordinamento ne preveda la totale irresponsabilità.
    Lo stesso Flick ammise però che quella da lui formulata era una “ricostruzione frutto di una interpretazione sistematica” della normativa in materia.
    Era quindi da attendersi in materia una specifica iniziativa che traducesse in legge quell’interpretazione sistematica, e tuttavia negli ultimi quindici anni il Parlamento, cui toccava di provvedere, ma in tutt’altre faccende affaccendato, si è ben guardato dall’intervenire, fosse anche con una norma di interpretazione autentica che avrebbe evitato tutte le ingiuste ed infondate polemiche di queste ultime settimane.
    Da qui l’estrema opportunità dell’iniziativa del Quirinale, che finalmente consentirà alla Consulta di risolvere il conflitto, se del caso sollevando d’ufficio, dinanzi a sé stessa, un’apposita questione di legittimità costituzionale, e così scrivendo, in questa delicata materia, una parola definitiva che eviti, in futuro, il ripetersi di consimili questioni.

  2. Ma come ha potuto la Direzione valutare positivamente una sentenza di cui non si conoscono ancora le motivazioni e neanche il dispositivo? Per ora bisogna basarsi solo sul comunicato della Corte:
    “La Corte costituzionale in accoglimento del ricorso per conflitto proposto dal Presidente della Repubblica ha dichiarato che non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, captate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08 e neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, 3 comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”.
    Questa decisione non è affatto “limpida”.
    Il richiamo dell’art. 271 è incomprensibile, perché esso fa riferimento alle “persone indicate nell’articolo 200 comma 1” e cioè tenute al segreto professionale (sacerdoti, avvocati, medici ecc.) o a intercettazioni eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge. Non potendo supporre che la Corte consideri il P.d.R. come un sacerdote o un medico, si deve supporre che pretenda che la legge proibisca qualunque intercettazione che lo coinvolga anche indirettamente, accettando così la tesi sostenuta dall’avvocatura dello Stato a richiesta della Presidenza della Repubblica. Ma così non è: per convincersene basta leggere le norme addotte dall’Avvocatura dello Stato nel suo ricorso a favore del P.d.R..
    Art. 90 Cost.: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.”
    L. 5 giugno 1989, n. 219: l’Art. 7, come tutto il Capo II, riguarda solo I reati previsti dall’articolo 90 della Costituzione
    E’ chiaro quindi, per chi sappia (e voglia!) leggere la legge, che al di fuori dei reati suddetti il P.d.R. va trattato come tutti gli altri cittadini.
    Del resto, già la stessa Corte costituzionale aveva smentito le ardite tesi di immunità totale del presidente per qualunque reato, funzionale o extrafunzionale, e dell’estensione indefinita degli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” al di fuori di quelli indicati dalla Costituzione. Nella sentenza n. 154 del 2004, estensore Valerio Onida, presidente Gustavo Zagrebelsky, afferma: “Spetta all’Autorità giudiziaria, investita di controversie sulla responsabilità del Presidente della Repubblica in relazione a dichiarazioni da lui rese durante il mandato, accertare se le dichiarazioni medesime costituiscano esercizio delle funzioni o siano strumentali ed accessorie ad una funzione presidenziale. E solo in caso di accertamento positivo ritenerle coperte dall’immunità del Presidente della Repubblica, di cui all’art. 90 della Costituzione”.
    Perciò il PLI, anziché elogiare la sentenza, dovrebbe bollarla come un pericoloso e anacronistico tentativo di rendere la persona del P.d.R. sacra e inviolabile, quasi fosse un monarca assoluto.

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