La violenza è il corollario della dilagante disperazione giovanile. Ci riempie di vergogna di fronte al mondo intero l’assalto contro i tifosi del Tottenham nella romana Campo de’ Fiori, che ha lasciato per terra sangue e distruzione, con l’aggravante di un antisemitismo, che ritorna sempre nei momenti più bui, come una sorta di riflesso condizionato della furia distruttiva,

Altrettanto dobbiamo dire degli episodi di degenerazione della protesta giovanile in tutto il Paese, con veri e propri episodi di guerriglia urbana organizzata. Ci sembra di veder riaffiorare quel medesimo clima della fine degli anni sessanta, tollerato con un eccesso di indulgenza e ispirato da gruppi ben precisi, che finì col degenerare nel terrorismo del decennio seguente: le stesse parole d’ordine, lo stesso odio diffuso, la stessa rabbia, gli stessi luoghi comuni.

Appare comprensibile e legittima la protesta delle giovani generazioni di fronte al furto del loro futuro ed alla consapevolezza di una vita che si presenta priva di speranza per un disastro di cui non sono colpevoli, ma di cui dovranno pagare le conseguenze più pesanti.  Comprendiamo le loro preoccupazioni per le prospettive incerte sul lavoro, il degrado ambientale, il peggioramento della qualità di vita, la mancanza di grandi ideali da seguire, per non parlare della buia prospettiva, alla fine del percorso, di temere persino di non poter ottenere una pensione, a causa del disastro della previdenza.

I periodi di crisi, come l’attuale, quasi sempre, aiutano a riflettere, a radunare le forze, a coltivare l’utopia. In genere i giovani in questi momenti si rivelano capaci di esprimere il meglio di sé stessi. Purtroppo, nell’Italia di oggi, si trovano di fronte al muro di gomma della insensibilità diffusa di una generazione precedente (quella dei quaranta/cinquantenni) a propria volta frustrata dal proprio stesso insuccesso. Coloro i quali avevano creduto ad una possibilità di cambiamento, dando fiducia ai proclami della nascente cosiddetta Seconda Repubblica, dopo lo sgretolamento della Prima ed il tramonto delle ideologie che l’avevano caratterizzata, sono stati assaliti da una profonda delusione, che è stata trasmessa ai figli. In un simile clima di sfiducia, il buon senso sembra smarrito, per cedere il posto ai detrattori di professione, ai catastrofisti, ai grilli parlanti, anzi urlanti. Questi ultimi, attraverso l’apparente vitalità della loro protesta, finiscono con l’aggregare molti disperati, per spingerli a reagire all’ipocrisia, alla dilagante corruzione, alla incapacità di una classe politica egoista e ladrona e, magari involontariamente, li spingono ad unirsi alla schiera dei nichilisti.

Si è aperto un nuovo conflitto, prima soltanto di ordine corporativo, oggi anche generazionale, tra la categoria di coloro che difendono le protezioni acquisite (Cassa integrazione in deroga, conservazione dei posti di lavoro divenuti inutili ed improduttivi, finanziamenti facili ad una impresentabile classe politica, stipendi d’oro per le sfere alte della burocrazia, pensioni baby) ed i più giovani senza alcuna garanzia e senza speranze, che rimangono fino a quarant’anni ed oltre a carico dei genitori e dei nonni. I primi vivono male, alla giornata, ed i secondi, pur sottoponendosi ad ogni tipo di privazione, sono costretti a registrare la delusione di non poter fare di più per i propri discendenti.

In un simile contesto hanno facile gioco i soliti provocatori, i gruppuscoli estremisti, i cattivi maestri, attraverso i centri sociali e i giornali d’area. Questi fogli pseudo rivoluzionari, spesso, sono sostenuti con denaro pubblico e, periodicamente, rischiano il fallimento, ma vengono puntualmente salvati con provvidenze straordinarie o l’aiuto di uno o più cavalieri bianchi, che ne ottengono la connivente clemenza e, insieme, stabiliscono una oscura melassa di interessi e complicità.

Si tratta di un film già visto negli anni di piombo, sui quali l’intera verità non è mai stata scritta. Xenofobia, antisemitismo, comunismo, fascismo, sono il brodo di coltura nel quale, ieri come oggi, cova una cupa violenza contro le istituzioni democratiche, i ceti produttivi, la legge, la stessa libertà. Questa è l’opera distruttiva che svolgono in tutto il mondo moderno gli estremismi, in particolare quelli di sinistra, fondati quasi sempre sull’odio e l’invidia sociale.

Nel nostro Paese la sinistra in genere, anche se è più motivata, organizzata ed in grado di esercitare una egemonia sui media, è nettamente minoranza, sia pure rispetto ad una destra senza connotazione precisa, spesso incolta e piena di arrivisti. Al suo interno, quindi, frange arrabbiate, spesso eterodirette, finanziate ed addestrate, sono come un cancro che contagia settori giovanili particolarmente vulnerabili.

Come nel passato, più ancora oggi, senza compromessi, leggi speciali, trasversalismi pericolosi, lo Stato deve intervenire con durezza e determinazione, isolando i soliti piagnucolosi accusatori della presunta brutalità delle forze dell’ordine. Questi lavoratori, non soltanto mal pagati, ma che rischiano la propria incolumità fisica, subiscono sovente l’aggressione di figli di papà, più violenti degli altri perché garantiti, o di rabbiosi nemici della democrazia, cascami di estremismi sovente di segno opposto, residuati del secolo scorso, anarcoidi, ostili alla civiltà occidentale, all’America, ad Israele ed alla democrazia.

La risposta quindi non può essere affidata alle sole forze di polizia, che rappresentano la prima linea più esposta, e per questo meritevole del nostro sostegno solidale. Deve venire anche dalla società civile, dal Governo, dal Parlamento unanimemente e soprattutto dalla magistratura. Non è accettabile che estremisti violenti, i quali vengono fermati perché il giorno prima hanno aggredito i poliziotti, che facevano soltanto il loro dovere, il giorno dopo, o quello dopo ancora, siano messi in libertà da un giudice, che si impietosisce facilmente, magari perché influenzato dalle proprie simpatie di sinistra o di stampo fascistoide. Lo Stato deve rispondere all’unisono e senza cedimenti o incrinature.

Per troppo tempo abbiamo sentito parlare di necessaria riconciliazione per chiudere definitivamente la triste stagione del terrorismo degli anni settanta. La conseguenza di questo buonismo peloso è che tutti i protagonisti di quella stagione ormai sono liberi e spesso coccolati con incarichi pubblici o remunerati con denaro della comunità e portati in giro a fare conferenze e racconti della loro vita da gaglioffi nelle maggiori reti televisive. I cattivi maestri vengono presentati come idoli e punti di riferimento, anziché marcire in galera, come dovrebbero, per i crimini di cui si sono macchiati, colpendo così una seconda volta le famiglie delle vittime.

Anche a costo dell’isolamento, ci poniamo, da liberali, contro tutto questo, senza se e senza ma, e ribadiamo il nostro ruolo di intransigenti difensori della sicurezza e della certezza della pena, come garanzie di difesa dello Stato di diritto.

Tratto da Rivoluzione Liberale