I partiti della Seconda Repubblica hanno deciso di vendere cara la pelle, consapevoli del rischio di essere travolti da una reazione popolare senza precedenti contro di essi, che si esprime in una propensione all’astensione superiore al 50% ed un consenso, valutato in oltre il 15%, a favore del movimento di protesta radicale di Grillo. Quindi continuano una melina infinita sulla riforma elettorale, ignorando l’interesse generale, che imporrebbe di approvare una legge equilibrata, in grado di disciplinare la delicatissima materia per un lungo tempo e assicurare una selezione qualificata dei rappresentanti del popolo e la governabilità del Paese. In effetti si preoccupano soltanto di garantire la propria sopravvivenza.

Il PD, presumendo di essere in vantaggio, ma con un margine modesto, vorrebbe un premio di maggioranza elevatissimo, che UDC e PDL non vogliono concedere, per assicurarsi un ruolo più forte nel prossimo Parlamento. Nonostante i reiterati ed energici interventi del Capo dello Stato, in realtà, tutti preferirebbero mantenere il porcellum, per far sopravvivere il sistema di contrapposizione destra-sinistra con la cooptazione degli eletti, che ha caratterizzato l’ultimo ventennio ed evitare il cambiamento richiesto a gran voce dagli elettori, i quali vogliono riappropriarsi della sovranità.

Per  rinviare le elezioni dei Consigli regionali di Lombardia, Lazio e Molise ed evitare, come è già avvenuto in Sicilia, un forte ridimensionamento del consenso dei partiti presenti attualmente nelle Camere e particolarmente del PDL, sarebbe stato concordato unelection day per il 10 marzo, nel quale si terrebbero contemporaneamente anche le consultazioni politiche.

Il Presidente della Repubblica, cui compete la decisione di sciogliere il Parlamento e convocare i comizi elettorali, per aderire a tale richiesta, ha posto la condizione di una preventiva approvazione della riforma elettorale. Sono così ricominciate le gradi manovre per arrivare ad un compromesso che privilegi gli interessi dei soggetti politici presenti nel Palazzo, ponendo un argine all’ondata di dissenso popolare, attraverso astrusi  meccanismi affidati alla fervida fantasia di Roberto Calderoli, già autore del porcellum.

Le primarie di PD e PDL non porteranno niente di buono ad entrambi i partiti. Chiunque dovesse risultare vincitore a sinistra, subito dopo avverranno contraccolpi imprevedibili, compresa una probabile frattura. La destra dovrà fare i conti, oltre che con un elettorato deluso e turbato dagli scandali, con la freddezza, se non la contrarietà, del proprio fondatore, che potrebbe determinare il fallimento delle primarie stesse per una partecipazione non significativa all’evento.

Intanto nella società si avviano alcune forme di reazione costruttiva, anche se con difficoltà, perché la complicità dei media schierati con i poteri costituiti, rappresenta un silenziatore formidabile, che rende difficilissimo il ricambio. Il PLI preoccupa molto perché propone un brand che piace per la serietà dei suoi comportamenti controcorrente e la affidabilità dei suoi progetti politici; pertanto viene totalmente ignorato dalla stampa e dalle TV, compresa, anzi in primo luogo, quella pubblica. Nonostante questo, il Partito negli ultimi mesi ha avuto una crescita esponenziale ed ha selezionato una nuova classe dirigente, costituita in gran parte da donne e giovani di elevate capacità.

I reduci della Seconda Repubblica pensano di neutralizzare il sicuro successo delle liste liberali e di altre formazioni nuove, inserendo nella nuova legge elettorale o nelle modifiche della attuale, sbarramenti, di fatto, quasi irraggiungibili per soggetti che non abbiano una presenza già consolidata. Basterebbe riflettere che la soglia del 5%  di cui si parla, rappresenta circa due milioni e mezzo di voti, per rendersi conto della assurdità della proposta. Estromettere dalla rappresentanza popolare, senza neppure un modesto diritto di tribuna, masse così grandi di elettori, oltre a costituire la aperta violazione di un diritto costituzionale,  potrebbe avere conseguenze disastrose, perché significherebbe scaricare tutte le tensioni sociali sulla piazza, anziché permettere alle rispettive rappresentanze di proporle nelle aule parlamentari.

In questi giorni tuttavia abbiamo registrato una importante novità. Italia Futura ha deciso di trasformarsi in movimento politico, dandone l’annuncio nel corso di una grande riunione a Roma. L’iniziativa, sia per la notorietà del Presidente Montezemolo, che per il numero e la qualità dei partecipanti, ha avuto un forte impatto mediatico. E’ importante, inoltre, sottolineare che il nuovo soggetto ha dichiarato un’apertura al dialogo con le tante iniziative della società civile, che sorgono ogni giorno e con i movimenti organizzati di ispirazione liberale e riformatrice, sia di matrice laica che cattolica, con ciò superando una anacronistica distinzione.

Il PLI, senza rinunciare alla propria identità, difesa con orgoglio per il valore storico, culturale, ideale e morale che essa rappresenta, guarda con grande interesse a tale novità, che potrebbe muovere le acque stagnanti e paludose della politica italiana, creando un luogo di formidabile attrazione al Centro. Un grande contenitore di matrice liberaldemocratica, al quale aspiriamo da tempo, potrebbe restituire la fiducia e la speranza ai tanti, troppi, che altrimenti si rifugerebbero nel non voto. Finalmente si potrebbe realizzare il miracolo di emarginare i soliti opportunisti, che hanno sempre dilapidato le risorse pubbliche, in complicità col sottobosco di una politica inetta, corrotta e spesso collusa. Probabilmente tutto questo, allo stesso tempo, a sinistra, favorirebbe finalmente la auspicata frattura tra statalisti e riformisti e, a destra, il superamento del cesarismo plebiscitario e la nascita di un partito conservatore rispettabile.

Una grande alleanza tra i ceti più dinamici, le migliori espressioni della cultura, della scienza e dell’imprenditoria, insieme con i i giovani disoccupati, i ceti più disagiati, le minoranze di ogni tipo, potrebbe restituire agli italiani la voglia di futuro e sollecitare un rilancio dello spirito nazionale per realizzare la auspicata “rivoluzione liberale”, necessaria per entrare nella modernità.

Tratto da Rivoluzione Liberale

1 commento

  1. Carissimo Stefano,
    Una, come al tuo solito, lucida e dettagliata panoramica dello stato dell’arte “politica” ad oggi. Tra virgolette il politica, proprio perché per riportarla alla politica con la P maiuscola e senza virgolette, mancano alcuni tasselli che però si stanno definendo e ricreando appunto al centro dello schieramento.
    Il DNA identifica, per quanto uno lo voglia mistificare non lo può modificare , e’ quello da prima e sarà quello per dopo; e’ una questione di radici culturali , etiche e , direi pure , educative , quindi le convergenze su questioni come quelle emerse nella Convention di “Verso la terza Repubblica” di sabato scorso, e’ chiaro che trovano nel popolo Liberale , con i dovuti correttivi, consensi abbastanza diffusi.
    Proprio per la necessità di quei “dovuti correttivi” che l’ autentica area Liberale, partecipando attivamente , darebbe un contributo notevole all’ agenda programmatica di questa neo movimento in corso di formazione rafforzandone l’area laica a dispetto, nel senso più nobile del termine, della più preponderante area cattolica.

    È implicito ed ozioso forse evidenziare l’ importanza che , per l’elettorato deluso e astenuto , potrebbe rappresentare una siffatta formazione politica . Perche’ questo tipo di elettorato non è quello che vota a sinistra, ne quello che segue i grillismi , da qualsivoglia parte provengano, ma è un elettorato che “cerca casa” , una casa fatta dalla Politica sana e valoriale.
    Lo spazio, quindi è concreto, per far si che l’arco costituzionale possa riempirsi nuovamente al centro e ritrovare in questo vuoto una fucina di sviluppo, trasformazione , traduzione ed immissione nella res publica di riforme essenziali per la ripresa di questo Paese.
    Maurizio Irti

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