Oggi in Sicilia si andrà al voto per eleggere la nuova Assemblea Regionale. Sarà l’ultimo appuntamento elettorale della cosiddetta Seconda Repubblica, che dal relativo risultato verrà definitivamente archiviata. Azzardo una previsione: la maggioranza relativa sarà largamente raggiunta dal partito che ho scelto personalmente, quello del non voto, il cui risultato sarà ulteriormente incrementato, dopo lo scrutinio, dall’enorme quantità di schede bianche e nulle. Al secondo posto, con un suffragio notevolissimo e che supererà tutte la altre singole liste in campo, si collocherà Cinque Stelle di Grillo, che fino a pochi giorni fa temeva, giustamente , di non riuscire a superare il 5% necessario per entrare all’Assemblea. Oso prevedere che invece il suo risultato si aggirerà intorno al 20%, a causa dello spettacolo indecente offerto dagli altri attori in campo.

Non credo che riuscirà a conquistare la Presidenza non avendo alcuna alleanza, ma con la propria forza in Assemblea, metterà una formidabile ipoteca sulla governabilità di una Regione, che non sarà in grado di costruire una maggioranza, nonostante il premio di nove seggi previsto dalla legge a favore del candidato Presidente, che riuscirà a superare, anche di un solo voto i concorrenti. Seguiranno certamente  accordi tra partiti oggi contrapposti, in nome del desiderio degli eletti di conservare il prezioso seggio. Per altro basta aver visto le città tappezzate dai faccioni degli aspiranti, con i relativi stucchevoli ed a volte folcloristici o patetici slogan, per capire che saranno disposti alle peggiori forme di trasformismo, pur di garantirsi la permanenza a Palazzo dei Normanni.

Già nella scorsa legislatura, la coalizione vincente si era spaccata ed il Presidente Lombardo non aveva esitato a cambiare radicalmente, stringendo un’alleanza con il PD, che era risultato sconfitto dal voto popolare. Tutto questo, insieme allo spettacolo indecente della politica in genere, sia al livello nazionale, che delle altre regioni e degli Enti Locali, ha prodotto un degrado tale, che ci potremo aspettare di tutto, tranne Governi e maggioranze in grado di risanare una Regione sconquassata finanziariamente, con un carico di personale burocratico enorme ed inutile ed un esercito di precari, che rischiano di perdere tutto e per questo, ovviamente, sono disposti a tutto.

Ancora una volta il disastro siciliano servirà per capire quello che potrebbe avvenire tra qualche mese nel Lazio ed in Lombardia e, subito dopo, nell’intero Paese, alle elezioni politiche di primavera. L’irresponsabile classe dirigente dell’ultimo ventennio ha creato partiti carismatici, privi di regole democratiche interne, ha nominato i parlamentari, scegliendoli tra i portaborse più fedeli ed ha finito col determinare un vuoto politico incolmabile. La maggior parte dei soggetti politici hanno avuto nomi di fantasia, scelti sulla scorta di indicazioni di marketing, cui non corrisponde alcun ancoraggio culturale e quindi etico, tanto che oltre duecento deputati in questa legislatura hanno cambiato casacca. Quello che si profila per il domani appare ancora paggio. La maggiore formazione del centro destra si avvia ad una implosione e le stesse annunciate primarie, destinate a trasformarsi in guerriglia, produrranno soltanto ulteriori lacerazioni. Nel principale partito della sinistra, lo scontro violentissimo tra Renzi e Bersani, comunque vada a finire, non sarà privo di conseguenze gravi e tutto fa prevedere che, come avvenne per la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, una vittoria, che sembrerebbe a portata di mano, finirà per sfuggire. La Lega coi suoi miserabili scandali, che hanno coinvolto persino il fondatore, ha dimostrato di che pasta era fatta ed, anche se apparentemente ha avviato un processo di bonifica, in realtà si è limitata ad un regolamento di conti interno. Gli elettori del Nord se ne stanno rendendo conto e la abbandoneranno progressivamente. Lo stesso partito di Di Pietro, lambito dagli scandali, annaspa e cede vistosamente terreno a Grillo.

Il grande spazio lasciato libero dal crollo del PDL, costituito da elettori che per la maggior parte pensano al non voto, è conteso tra varie formazioni di opportunisti ed improvvisatori, che stanno tentando di ripetere l’esperienza di Berlusconi nel ’94 in sedicesimo. Tuttavia partiti senza identità, fondati soltanto sulla suggestione del nome Italia (dopo forza Italia, vedremo Bella Italia, Italia di domani, Italia in salsa rubra o in candida crema di latte per apparire più gradita al mondo cattolico) rappresenteranno soltanto tentativi furbeschi di catturare consensi e soddisfare le ambizioni di qualcuno o curare gli interessi di altri, ma certo non saranno in grado di affrontare i colossali problemi irrisolti del Paese. La situazione generale si va deteriorando ulteriormente, anche a causa dell’esaurimento della spinta propositiva del Governo Monti, costretto a procedere in una politica di ulteriore appesantimento della pressione fiscale, perché si è lasciato condizionare dai veti incrociati delle forze politiche che lo sostengono, le quali non intendono permettere che vengano intaccati gli interessi delle corporazioni da cui sperano di prendere i voti.

I partiti sono tali soltanto se fanno riferimento a solidi ancoraggi identitari e se al loro interno garantiscono meccanismi democratici di scelta e selezione del personale politico, altrimenti sono soltanto consorterie volte alla conquista del potere, come è stato negli ultimi anni. Non esistono partiti leggeri, sono soltanto partiti antidemocratici. Per questo da anni chiediamo l’attuazione dell’Art. 49 della Costituzione per approvare, con legge, lo Statuto giuridico dei partiti, obbligandoli alla trasparenza ed alla democrazia interna. L’assenza di regole o la sofisticata complicazione di esse sono due modi identici per renderli inespugnabili. Le discussioni, il confronto, non sono perdita di tempo, come si è ritenuto nei tempi recenti, ma l’essenza della Democrazia, che trova il momento più alto nella sintesi costituita dalla decisione finale, attraverso il voto di tutti per far prevalere, non l’opinione del capo, ma quella della maggioranza.  La democrazia prevede un solo padrone: la volontà dei più a tutti i livelli, dall’interno delle formazioni politiche, sino alle rappresentanze istituzionali. E’ per questo che i soggetti politici non devono avere nomi florovivaistici, di persone fisiche o evocativi di passioni sportive o più nobilmente patriottiche. In tutto il mondo i loro nomi fanno riferimento al patrimonio ideale e culturale da cui discendono, che rappresenta la garanzia per gli elettori che quel soggetto non potrà non essere fedele al programma enunciato, in quanto esso rappresenta il credo profondo che ha riunito gli associati di quella formazione, in feroce contrasto con i gruppi avversari. Per tale ragione ogni tentativo nuovista di annacquare queste differenze per catturare consensi più vasti è stato deleterio.

La politica è anche contrasto di interessi e ciascuno deve sapere chi è disposto a rappresentare i propri. Oggi il conflitto maggiore in Italia è tra coloro che difendono ancora una strada statalista insostenibile, quella che ci ha portato al disastro, e chi chiede meno Stato, eliminazione delle pastoie burocratiche, servizi efficienti ed un sistema di reale e trasparente concorrenza, esaltazione delle qualità e del merito, giustizia sociale per proteggere i più deboli. Questa contrapposizione vede da una parte il socialismo, dall’altra il liberalismo. Tutto il resto è suggestione propagandistica. Inoltre l’Italia è un Paese con una forte presenza della Chiesa. E’ quindi legittimo che i cattolici, in quanto tali, vogliano partecipare alla vita politica, ma devono scegliere, anche dividendosi, se stare nel campo socialista o in quello liberale, naturalmente riservandosi il diritto, nelle questioni che implicano valutazioni morali, di esprimersi coerentemente con la loro dottrina di fede.

Se, dopo aver cancellato questo ventennio di non politica, all’insegna della alternativa berlusconismo-antiberlusconismo, non si recupereranno le antiche e sempre attuali culture valoriali, che governano tutte le Democrazie occidentali, non potremo che finire col consegnare il Paese a Grillo e al più radicale dei movimenti antipolitici da lui creato, che oggi non raccoglie consensi per il nulla che propone, ma per la forza con la quale critica la politica politicante di questi anni, mettendone a nudo gli aspetti più vergognosi e suscitando così una pur giusta ribellione popolare. Tutto questo, come nel 1922, che la memoria corta degli italiani ha facilmente rimosso, potrebbe condurre inevitabilmente alla ricerca dell’uomo del destino ed ancora una volta alla compressione della libertà chi sa per quanto tempo. Noi non vogliamo correre questo rischio! Intendiamo batterci per ampliare semmai gli spazi di libertà di ciascuno e restituire al cittadino porzioni della sovranità che gli è stata espropriata.

Abbiamo messo in campo una completa ed articolata proposta liberale per fare doverosamente la nostra parte. Conseguentemente presenteremo nostre liste alle elezioni politiche. Per raggiungere il miglior risultato possibile, stiamo compiendo ogni sforzo con lo scopo di ampliare l’area di consenso del PLI ai molti liberali dispersi e non organizzati, o che hanno scelto di rifugiarsi in associazioni di nicchia ed iniziative civiche. Siamo allo stesso tempo molto attenti perché non si ripetano fenomeni analoghi a quello del ’94 in cui un soggetto padronale, sorretto da una straordinaria campagna mediatica, si presentò con un programma scritto da penne liberali e suscitò un grande entusiasmo, puntualmente dando luogo, dopo, ad una successiva altrettanto forte delusione, quando quel documento fu buttato nel cestino della carta straccia. Soltanto in grande ritardo gli italiani si resero conto che l’unico obiettivo era stato quello di catturare i voti per poi fare tutt’altra politica, o nessuna politica, ma gli interessi di ben individuati personaggi e corporazioni. Anche oggi molti opportunisti, arrivisti, avventurieri, pirati, sostenuti da mezzi economici e incoraggiamenti mediatici molto sospetti, si muovono per dar vita a nuove formazioni con nomi di fantasia, che contengono la suggestione di mirabolanti promesse, soltanto per conquistare un pugno i seggi in Parlamento, da mettere poi al soldo del migliore offerente. Attenzione, di falso liberale ne abbiamo conosciuto uno e ci basta. Speriamo che non si voglia ripetere il medesimo errore, senza neppure aver di fronte un grande soggetto politico in grado di vincere, ma soltanto listarelle concepite per eleggere alcuni opportunisti.

Per raggiungere il nostro difficile obiettivo, abbiamo bisogno che i veri liberali escano dal guscio e si spendano in prima persona, contribuendo con la loro scelta a dare forza e lustro al Partito storico del liberali italiani, che per l’intero buio ventennio appena trascorso, si è collocato in un ruolo di opposizione radicale, avendo previsto come sarebbe finita e che ora, quindi, ha il diritto di farsi sentire.

Tratto da Rivoluzione Liberale

1 commento

  1. Bravo Segretario! Hai scritto una lucida e spietata diagnosi della disastrosa e pericolosa situazione politica attuale. Mi sono accinto a leggerla con titubanza, perché è molto lunga, ma valeva la pena di leggerla e lo raccomanderò a tutti. Mi piace molto in particolare la chiara spiegazione della contrapposizione tra socialismo e liberalismo.
    Mi permetto di dissentire su un dettaglio: la richiesta di regolare per legge l’organizzazione dei partiti. I partiti sono libere associazioni e come tali possono organizzarsi come meglio credono. L’art. 49 Cost. non entra in merito: esso anzi è pleonastico, perché la libertà di associazione è sancita in generale dall’art. 18 e il “metodo democratico” prescritto, che si riferisce ai loro fini e non alla loro organizzazione (“…per concorrere con metodo democratico a determinare le politica nazionale.”), è l’oggetto fondamentale della Costituzione.

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