Convinti, come siamo, che debba sempre trionfare il primato della ragione e che ogni individuo dovrebbe evitare di lasciarsi influenzare dai luoghi comuni, abbiamo sempre rifiutato di aderire alle mode o alle parole d’ordine.

Siamo stati infatti gli unici controcorrente a contestare quanti, per oltre un ventennio, indicavano nel federalismo la soluzione magica per modernizzare l’architettura statale e responsabilizzare la classe politica. La sinistra, con una maggioranza di pochissimi voti, ha approvato una riforma del titolo quinto della Costituzione, che ha dato risultati disastrosi. La destra, a propria volta, ne aveva votato un’altra peggiore, imposta dalla Lega, che fortunatamente è stata cancellata da un referendum popolare. Il disastro finanziario delle Regioni e degli Enti Locali ha dimostrato che avevamo ragione nel manifestare i nostri dubbi, anche se, come è accaduto spesso, la nostra è rimasta una voce isolata. Il Governo Monti, per rimediare ai guasti evidenti, ha presentato un disegno di legge correttivo per riportare alcune materie nell’alveo statale e soprattutto rafforzare i controlli ed i poteri sostitutivi, ma probabilmente la lobby trasversale della spesa pubblica finirà col prevalere, come sempre.

La nuova parola d’ordine, oggi, è “rottamazione”. Tale termine brutale non si addice alle Istituzioni, che semmai si possono riformare, mentre non può riguardare le persone, per il rispetto dovuto ad ogni singolo individuo.

Siamo già un Paese che ha rinunciato all’orgoglio delle proprie tradizioni e ad un rigoroso sistema di formazione della classe dirigente. In Francia c’è l’ENA, in Italia c’erano i Partiti e le relative scuole di cultura politica, oggi non c’è nulla. Qualcuno pretenderebbe anche che le poche personalità di esperienza, le quali conoscono i problemi e sono in grado di affrontarli, vengano espulse dal Parlamento, in nome di un rinnovamento, basato soltanto sul dato generazionale. Invece, a nostro avviso, si dovrebbe auspicare che le migliori energie del Paese si mettano in gioco per migliorare la qualità complessiva del ceto politico, degradato da un ventennio in cui sono stati promossi portaborse e veline. Non si tratta quindi di contare il numero di legislature o di anni passati in Parlamento per rinnovare la rappresentanza istituzionale. Semmai, salvaguardando l’esperienza di alcuni, purtroppo pochi, bisogna allontanare gli ultimi arrivati, scelti per cooptazione in base al tasso di fedeltà, anziché per le relative qualità. Altrimenti si rischia, in un momento così difficile, di abbassare ulteriormente la qualità dei rappresentanti e di ridurne il grado di indipendenza, per altro già molto limitato.

Dopo un ventennio di assalto alla diligenza da parte di improvvisatori, funamboli, imbroglioni, camerieri, nani e ballerine, bisogna far capire che è in gioco il futuro della nostra nazione, lanciando un grande patto fra generazioni, che veda alleati quegli anziani, i quali ancora hanno il ricordo delle grandi culture politiche di un tempo, dominanti in tutto il mondo occidentale e quei giovani, con preparazione di eccellenza, i quali si sono tenuti ben lontani da una politica che giustamente considerano miserabile ed adatta ai mestieranti od ai falliti. Quelli stessi, appunto, che vengono cercati all’estero dalle più importanti compagnie mondiali per il loro talento e la versatilità che li distingue, come italiani.

Tra astensionismo e ribellismo grillino, i soggetti politici che hanno dominatola Seconda Repubblicastanno consumando il loro inglorioso epilogo.

A sinistra, il confronto tra il continuismo burocratico di Bersani, il postcomunismo letterario di Vendola ed il neocraxismo di Renzi, produrrà una inevitabile spaccatura. A destra il terremoto del dopo Berlusconi probabilmente avrà un momento di chiarezza il 29 ottobre quando si conosceranno i risultati delle elezioni regionali in Sicilia. Infatti da esse dipenderà la sorte del giovane segretario Alfano che, in caso di sconfitta, salterà come un petardo, o altrimenti potrebbe trovare la forza per pensionare definitivamente il Cavaliere e cercare, grazie alla comune formazione democristiana, una facile intesa con la costituenda nuova DC di Casini. Consideriamo un elemento di chiarezza che quest’ultimo, con alcuni movimenti cattolici, qualche ministro del Governo tecnico e un po’ di reduci della Seconda Repubblica, stia legittimamente provando ad allargarela propria UDC. Nonci riguarda, perché il nostro compito è quello di riunire il variegato e disperso mondo liberale, che è altra cosa, ma potrà rappresentare la gamba laica del Centro e principalmente la grande novità, necessaria per rianimare la nostra sofferente democrazia.

Come ha indicato il documento approvato dal nostro recente Congresso Nazionale, questo è l’obiettivo al quale ci stiamo dedicando, compiendo tutti i passi necessari. Il tempo è molto ristretto, ma possiamo farcela. Dopo, dovremo ricercare un candidato Premier credibile, che non potrà essere Mario Monti, perché in tal modo perderebbe il profilo super partes che lo ha caratterizzato fino ad oggi. Egli deve rimanere una riserva della Repubblica per destinarlo ad importanti incarichi internazionali o alla Presidenza della Repubblica, dal momento che riconosciamo in lui l’unica figura di alto profilo in grado di continuare il difficile lavoro egregiamente svolto da Giorgio Napolitano. In tempi in cui è di moda la rottamazione, quest’ultimo ha dimostrato come all’Italia servano la autorevolezza, il rigore istituzionale ed il senso morale di un uomo certamente anziano e che viene da molto lontano. Attraverso i fatti ed il consenso popolare, ha convinto che le semplificazioni auspicate dai nuovi leader improvvisati, sono inutili e pericolose.

Tratto da Rivoluzione Liberale