Un contributo del Consigliere nazionale Mario Carboni (Cagliari) al dibattito sulla situazione politica.

 

Questo Paese ci piace sempre meno; questa Italia non è certamente quella per la cui realizzazione si sono impegnati tantissimi italiani, liberali e no; non è quella nella quale avremmo sognato di vivere. Questo è ormai un Paese nel quale tutto è vietato salvo quello che è permesso, mentre a noi piacerebbe vivere in un Paese dove tutto è permesso, salvo quello espressamente vietato.

La drammatica situazione che stiamo vivendo è sotto gli occhi di tutti. Una inaccettabile situazione politica, caratterizzata da una sempre maggiore presenza dello Stato, ormai paragonabile a quella dei sistemi del socialismo reale; una inarrestabile crisi economica e sociale, difficile da superare anche per l’incapacità delle forze politiche di proporre soluzioni moderne, innovative, in linea con le tradizioni culturali e storiche del Paese.

La mancanza di una cultura liberale è evidente, così come è palese la volontà degli esponenti dei maggiori partiti di predisporre riforme e far approvare leggi utili per permettere l’occupazione di tutti gli spazi politici, per cercare di perpetuare il loro potere, per sgombrare il campo dagli “inutili” oppositori, per rimuovere qualunque forma di controllo al loro operato. Anche l’azione del Governo Monti, la cui nascita è stata accolta con la speranza di vedere finalmente cambiare questo stato di cose, anche per la consolidata cultura liberale del nuovo capo del governo, e come l’inizio di un possibile riscatto politico e culturale, in grado di far uscire il Paese dalla palude nella quale è stato condotto dai politici della “Seconda repubblica”, non sembra in grado di dare i risultati sperati.

Siamo ancora costretti a sopportare lo strano concetto di democrazia che prevede il pensiero ed il partito unici, l’eliminazione politica di coloro che la pensano diversamente, la  “governabilità” che altro non è che il potere senza alcun limite e controllo, una forma di dispotismo “poco illuminato” che, anche secondo i “grandi politici” che attualmente sostengono, a malincuore, l’attuale governo, è la “vera democrazia”.

Grazie alle leggi elettorali funzionali ai loro disegni ed interessi, i capi dei due partiti maggiori, che vengono spacciati come poli, ma anche i leader di quelli minori sono stati in  grado di  decidere la composizione delle assemblee elettive, la formazione delle liste, la nascita degli esecutivi, a tutti i livelli, così da poter controllare, capillarmente, tutto l’apparato amministrativo e burocratico pubblico. Ed i cittadini sono sempre più sudditi, meno liberi, privati anche dell’elementare diritto di scegliere da chi farsi rappresentare nelle assemblee elettive, che diventano, elezione dopo elezione, assolutamente inutili. Oltre che centri di potere caratterizzati da privilegi, dalla dilapidazione dei fondi pubblici, da sperperi e ruberie di ogni genere.

Una inesorabile involuzione antidemocratica che non lascia ben sperare, che potrebbe degenerare ulteriormente, sino a mettere a rischio il nostro sistema istituzionale. Una situazione che i liberali non possono sopportare ulteriormente.

I due poli, saldamente controllati dai padroni di turno, stanno esplodendo, perché sono troppe le divisioni, le contraddizioni, gli interessi contrastanti che emergono al loro interno.

In questo panorama, sconsolante, manca del tutto una forza liberale, una proposta politica  coerentemente liberale e basta, in grado di contrastare il progressivo impoverimento istituzionale, di essere un reale punto di riferimento per gli uomini liberi, profondamente democratici, che male sopportano i vincoli, le imposizioni, la demagogia, l’incompetenza, l’egoismo che caratterizzano le scelte di questa indisponente ed incapace classe politica.

Il ruolo del Partito Liberale Italiano è proprio quello di rimettere in moto il processo di crescita culturale, civile, sociale ed economica del nostro Paese. L’Italia deve ridiventare uno Stato unitario, autorevole, moderno, democratico, in grado di svolgere il ruolo che le compete sullo scenario internazionale.

La crisi finanziaria, che sta mettendo in discussione la solidità delle economie mondiali, dimostra che gli Stati, da soli, non hanno futuro. Quasi sessanta anni fa l’Italia è stata una delle più attente e lungimiranti fautrici dell’Europa Unita. E’ tempo di riprendere quei discorsi.

L’Europa sarà unita e liberale, o non sarà. Un mercato comune, una moneta comune, scelte comuni in alcuni settori, seppur importanti, non bastano più, anche perché le decisioni politiche troppo spesso sono vanificate dalla presenza di una occhiuta, indisponente, “stupida” ed opprimente burocrazia comunitaria.

Gli uomini liberi, i cittadini liberi, hanno diritti individuali che devono essere difesi, rispettati, tutelati. Tutti hanno diritto di vivere secondo le loro aspirazioni, i loro desideri, devono poter crescere e migliorare la loro condizione culturale, economica, sociale. Devono, in tutti i casi, poter vivere in libertà e sicurezza, seguendo le loro inclinazioni, cercando di realizzare i loro desideri, le loro aspirazioni.

Lo Stato deve garantire, a tutti i cittadini, quei diritti primari, che sono alla base delle moderne società libere e democratiche. Tutti devono poter vivere tranquilli ed in pace nel loro Paese, devono avere una istruzione adeguata, una ricerca moderna, una assistenza sanitaria tempestiva ed efficace, devono aver la sicurezza del futuro, quando non saranno in condizioni di lavorare, una giustizia rapida, una vita sicura, i loro beni ed i loro diritti devono essere garantiti e tutelati, devono disporre di un sistema di trasporti rapido, economico ed efficiente, devono poter vivere in un ambiente rispettato e tutelato, così da  poterlo consegnare alle nuove generazioni in condizioni migliori di come è adesso.

Il rispetto, la difesa di questi diritti  deve essere la base sulla quale costruire la Nuova Europa, la piattaforma sulla quale riprendere a realizzare l’Italia democratica e moderna, che sono gli obiettivi di tutti gli italiani liberi.

L’Europa deve essere Unita. Una Federazione o una Unione politica della quale devono fare parte gli Stati che lo desiderano realmente. Gli Stati Uniti d’Europa sono, ormai, una necessità imposta dalla storia e dalla realtà. L’Italia, e gli altri Stati che vorranno avviarne il processo costitutivo, dovranno trasferire parte dei loro poteri alla nuova Europa, tenendo conto dei diritti individuali primari, che devono essere assolutamente garantiti a tutti i cittadini europei.

Non solo il controllo della moneta e dei mercati, ma una politica estera e scelte  comuni anche per la difesa, l’economica, l’ambientale, l’istruzione e la ricerca, la sanità, la sicurezza sociale, il lavoro, i trasporti decise  da un Parlamento europeo, di non più di 400 membri, eletto a suffragio universale, che abbia tutti i poteri delle assemblee legislative. Le scelte politiche comunitarie saranno attuate da un Governo europeo, espressione dello stesso Parlamento, che ne controllerà l’operato e gli voterà la fiducia. Negli altri diversi settori l’Unione favorirà il coordinamento delle politiche dei singoli Stati, che avranno la loro autonomia ma saranno chiamati ad armonizzare le diverse politiche di comparto, per non creare eccessive differenze e vistosi contrasti tra i cittadini delle diverse realtà europee.

La nascita dell’Europa unità imporrà dei cambiamenti anche nel quadro istituzionale nazionale, ma l’Italia dovrà continuare ad essere una democrazia parlamentare, con un Presidente garante dell’unità nazionale ed eletto dal Parlamento, con un Governo che abbia la fiducia delle Assemblee parlamentari, con Camera e Senato (ridotti rispettivamente a 300 deputati e 150 senatori) eletti a suffragio universale – la Camera su base nazionale, il Senato su base regionale – col sistema proporzionale ed il voto di preferenza. I compiti delle due Camere potranno essere anche differenti, ma sulle grandi scelte i due rami del Parlamento dovranno poter dire la loro.

Lo Stato non può che essere unitario, come la Costituzione prevede, anche se le autonomie locali possono essere uno strumento moderno di gestione dei diversi territori. Ma lo Stato centrale, cedendo alla Istituzione Europea parte dei suoi poteri, deve disporre degli strumenti necessari per favorire l’armonico sviluppo del paese, per superare le anacronistiche differenze esistenti tra le diverse regioni, deve poter garantire il soddisfacimento dei bisogni e delle esigenze che caratterizzano le differenti realtà culturali, sociali ed economiche della complessa società nazionale. Il debito pubblico, ormai a livelli stellari, impone anche una riduzione dei costi della politica, una semplificazione del sistema istituzionale e dell’apparato amministrativo pubblico, che gravano sempre più pesantemente sulle spalle dei cittadini. Occorrono nuove regole per la predisposizione del bilancio dello Stato (le tasse dirette ed indirette, nel loro complesso, non possono superare il 35/40 per cento del PIL), è necessaria una semplificazione del complesso sistema amministrativo-burocratico che controlla il Paese. Tra lo Stato centrale ed i comuni, l’istituzione di base insopprimibile, ci sono troppi enti intermedi, troppi sprechi, troppe inefficienze, troppi abusi..

Le regioni hanno conquistato eccessivo potere; costano troppo; allungano gli iter burocratici e spesso impediscono la realizzazione degli interventi e delle opere, necessari,  decisi dallo Stato; accrescono le differenze tra cittadino e cittadino; sono dannosi e costosi centri di spesa incontrollabili, di malgoverno e di corruzione a tutti i livelli; sono piccole repubbliche padronali, anche perché gli esecutivi hanno esautorato quasi completamente i consigli regionali, per sottrarsi al loro controllo. Devono essere abolite o i loro poteri drasticamente ridotti.

Le province sono troppe, sono diventate, in alcuni casi, delle entità intercomunali, devono essere ridotte di numero o accorpate (ogni provincia dovrebbe avere almeno 500 mila abitanti ed un territorio di almeno 5.000 kmq); devono svolgere il loro compito amministrativo rispettando le norme europee e nazionali, coordinando gli interventi a favore dei comuni, favorendo la costituzione di associazioni  o unioni tra gli stessi enti locali, per fornire ai cittadini servizi più efficienti e meno costosi.

Tutti gli altri enti intermedi devono sparire; possono esistere solo organismi costituiti su base volontaria, che non gravino sulle casse dello Stato e diano risposte concrete alle esigenze, alle richieste di nuovi e diversi servizi da parte dei cittadini, i quali, dovranno contribuire al loro funzionamento. Tutto il resto dovrà essere di competenza dei privati, che vi provvederanno come meglio vorranno, ma in concorrenza tra loro.

Il sistema burocratico, le aziende pubbliche o semi-pubbliche, tutti i più disparati organismi che drenano e sprecano risorse pubbliche devono essere radicalmente modificati, tenendo sempre ben presente il concetto che la burocrazia e gli enti sono al servizio dei cittadini e non poteri assoluti ed incontrollabili, che trasformano i cittadini in sudditi indifesi.

Per realizzare questo progetto è necessario un Partito liberale italiano più determinato ed incisivo di quanto non sia stato in questi lunghissimi anni. Un PLI che abbia l’orgoglio della propria identità, il senso della propria storia, la determinata coerenza ed il necessario  coraggio per le difficili scelte imposte dal ruolo, non facile, che il Partito sarà chiamato a svolgere: riaffermare i principi liberali, difendere con forza il suo programma politico per ricostruire l’Italia, costruire l’Europa, per tutelare oltre ogni limite i diritti dei cittadini.

Un compito difficilissimo, un programma ambizioso che si potrà portare avanti solamente con le forze politiche che lo condividano, che ne accettino le linee fondamentali. Nell’attuale panorama è difficile trovare gruppi politici con i quali avviare un simile confronto. I due poli, costruiti più per la ricerca di potere personale che su basi ideologiche comuni, si stanno dissolvendo e le altre forze in campo hanno una troppo tiepida visione liberale del presente e del futuro alla base dei loro programmi.

Il Partito liberale deve, quindi, crearsi un proprio spazio autonomo nel panorama politico nazionale ed internazionale, aprendosi alla collaborazione con tutti i liberali che non vogliono abdicare alle loro convinzioni, ma non vogliono sentirsi ingabbiati nelle regole spesso “rigide” dei partiti politici. Il PLI, per raggiungere questo scopo, deve darsi una struttura agile, aperta, funzionale, il più possibile semplice ed innovativa, per essere presente, in maniera razionale ed incisiva, sulla scena politica nazionale. I partiti, infatti, sono stati messi in ombra dalla infausta stagione di mani pulite, ma il loro necessario ruolo non è stato ricoperto da alcun altro soggetto politico. I partiti, quindi, dandosi le necessarie regole, sarebbe auspicabile una legge di attuazione di quanto previsto dalla Costituzione, hanno un grande compito da svolgere, hanno un ruolo importantissimo nello sviluppo democratico della società italiana e non devono permettere a nessuno di escluderli dalla scena politica, di relegarli al semplice ruolo di servi sciocchi, da utilizzare a seconda delle necessità tattiche o strategiche di chi ha il potere.

I partiti, come i sindacati, ma anche come le altre differenti organizzazioni professionali e culturali, sono essenziali nel momento della formazione del consenso; sono un insostituibile laboratorio di idee, il luogo deputato alla elaborazione ed al confronto dei programmi, ma anche alla selezione della stessa classe politica; non possono essere ridotti, quindi, a cassa di risonanza delle decisioni, della volontà dei leader di turno. I partiti, necessariamente, riacquisteranno il loro ruolo non appena questa sciagurata situazione, caratterizzata dalla mancanza di regole, dal personalismo, dall’egoismo, dal localismo che dimentica gli interessi generali e persegue, solamente, i desideri e le richieste particolari, si sarà conclusa.

In questa difficile situazione il PLI deve innalzare le sue insegne, rivendicare ai partiti il ruolo che storicamente hanno avuto, riavvicinare la politica alla gente, a quella società responsabile e civile della quale tutti noi siamo espressione, perché non è detto che chi si interessa di politica non sia espressione autentica di quella “Italia” che studia, lavora, produce, che si impegna quotidianamente per migliorare la propria situazione, ma anche per contribuire a modificare le condizioni sociali ed economiche di coloro che vivono nella stessa realtà cittadina, ma anche provinciale o nazionale o comunitaria.

Il Partito Liberale ha avuto un grande ruolo nella storia italiana e, nel drammatico secondo dopoguerra, ha rappresentato un insostituibile faro per coloro che cercavano la libertà, che sognavano una società libera dal bisogno e dai condizionamenti. Il PLI non è mai stato un partito di massa, anche perché il liberalismo è sacrificio e non tutti sono disposti a pagare prezzi troppo alti, anche in termini di privazioni personali. Ma il PLI deve riacquistare quel ruolo, ridiventare la coscienza civile e critica della nazione, anche se questo costerà fatica e rinunce. E’ necessario, quindi, chiedere l’adesione a pieno titolo, e non come osservatori, all’Internazionale Liberale ed è assolutamente opportuno avviare un approfondito confronto con tutti i gruppi, le associazioni, i movimenti politici che si ispirano all’ideologia liberale, per presentarsi uniti, con un programma moderno ed innovativo, anche facendo un piccolo passo indietro come partito-simbolo, sotto l’egida dell’ELDR, alle prossime consultazioni elettorali.

Il primo dei molti appuntamenti ai quali il Partito dovrà presentarsi con un proprio programma, con la propria personalità, con il coraggio e la determinazione necessari per riprendere il cammino interrotto da troppo tempo, che deve portare alla costruzione di un’Italia diversa da questa di oggi, una Italia libera, Patria di uomini liberi, fulcro di un’Europa libera, democratica, giusta.