Una domanda ricorrente, anche sul piano internazionale, riguarda l’incertezza sul  futuro del nostro Paese, non tanto sotto il profilo delle energie produttive necessarie al necessario rilancio economico, quanto sotto quello dell’affidabilità politica, qualunque possa essere il risultato delle prossime elezioni del 2013.

In effetti, il problema esiste e le relative cause vengono da lontano. Sin dal 1919, con l’introduzione del suffragio universale, ancorché soltanto maschile, si determinò una rottura, nel tempo divenuta insanabile, tra la vecchia classe dirigente liberale, che aveva realizzato, forse un po’ artificiosamente, l’unità d’Italia e le nuove masse socialiste (in larga maggioranza massimaliste) e cattoliche, (prevalentemente integraliste) che entrarono in Parlamento con cento deputati ciascuna.

Il mondo liberale era stato espressione di quella borghesia colta ed operosa, che si era formata con le letture dei classici dell’illuminismo inglese e francese, aveva come modello di riferimento le grandi rivoluzioni cosiddette borghesi e si ispirava alla testimonianza di Alexis de Tocqueville sulla democrazia americana. Essa era indiscutibilmente di respiro europeo, rispetto ad un intero Paese, ancora povero ed incolto, con un’alta percentuale di analfabetismo. Inoltre aveva un forte spirito di emulazione nei confronti della raffinata educazione della aristocrazia ottocentesca, ma, al medesimo tempo, era animata da una vocazione imprenditoriale, che preparava la prima rivoluzione industriale. Uomini come Cavour, d’Azeglio, Sella, Giolitti, solo per citare soltanto alcuni tra i maggiori, seppero assicurare dignità al nuovo Stato, anche se non furono in grado, forse perché non ne ebbero il tempo ed impegnati in guerre dispendiose e cruente, di realizzare, oltre all’unità  territoriale, quella nazionale.

Di fronte alla grave crisi, che trovava origine nelle conseguenze disastrose della Prima Guerra Mondiale, popolari e socialisti, per becero classismo, non trovarono il coraggio e l’intelligenza politica di capire che il Paese avrebbe potuto risollevarsi soltanto affidando la responsabilità del Governo al vecchio Presidente Giolitti, che aveva le capacità,  l’esperienza ed i prestigio interno ed internazionale necessari.

Invece, con la complice vigliaccheriadel Re, consegnarono l’Italia a Mussolini e si resero responsabili del successivo ventennio di dittatura fascista.

Da allora la riconciliazione tra il mondo liberale e le masse cattoliche, socialiste e comuniste, non è mai più avvenuta, salvo la parentesi del Comitato di Liberazione Nazionale e dei Governi che ne conseguirono, di cui la fase del Centrismo fu la prosecuzione e ne rappresentò il momento più felice, dopo la decisione, imposta dagli americani, di estromettere dalla maggioranza il PCI e di conseguenza il PSI, allora strettamente collegato al primo.

Dopo la drammatica stagione degli anni di piombo e la deleteria esperienza del consociativismo catto-comunista, la rapida diffusione dei media, in particolare della TV, determinò una crescita orizzontale della società italiana, ma una caduta verticale dei valori assoluti, avviando una stagione di rampante arrivismo, caratterizzata dallo sdoganamento, in nome del principio d’uguaglianza, di una nuova categoria di professionisti della politica.

Tale stagione fu rappresentata plasticamente dal craxismo, anche se va riconosciuto che esso contenne anche un tentativo di reale modernizzazione in senso riformista. Tuttavia dovette fare i conti con le smodate ambizioni del suo capo ed ispiratore e con la disinvoltura di un gruppo dirigente, che diede vita ad una stagione di corruzione, descritta con veritiera ferocia come  una compagnia di nani e ballerine da circo Barnum. Tale fenomeno determinò la fine della Prima Repubblica, con il conseguente drammatico arresto del delicato processo di avvicinamento tra il socialismo riformista e la migliore tradizione liberale – il cosiddetto LIB-LAB – che avrebbe potuto agire positivamente per una reale crescita consapevole dell’intero corpo sociale del Paese.

La Seconda Repubblicafu inaugurata all’insegna di un messaggio modernizzatore di matrice liberale, ma ben presto si rivelò la contraddizione insita in una coalizione eterogenea, imperniata su un partito principale, che di liberale non aveva nulla, se non la mera evocazione della parola usata a sproposito. Il lungo ventennio che ne è seguito, con  maggioranze composite, alternativamente di destra o di sinistra, si è caratterizzato per le spinte populiste di stampo corporativo, che hanno ulteriormente ed irrimediabilmente disastrato il bilancio dello Stato, sin dagli anni settanta ed ottanta, appesantito da una intesa consociativa trasversale, che aveva determinato l’esplosione della spesa e del conseguente debito pubblico.

La scomparsa della politica, intesa come visione, e la cancellazione di ogni residuo di etica nelle funzioni rappresentative, ha prodotto l’assalto alle Istituzioni da parte di portaborse e caudatari dei capi e capetti di partiti, sorti dal nulla, spesso al seguito di una singola persona, di cui era impresso il nome nel simbolo. Mentre i parlamentari venivano scelti per cooptazione, approdavano ai Consigli regionali e alle amministrazioni comunali e provinciali i rappresentanti delle periferie, che puntualmente sconfiggevano elettoralmente gli esponenti della borghesia professionale od imprenditoriale, i quali avrebbero portato preparazione, conoscenza dei problemi e un maggior rigore etico. Spesso in determinati quartieri si riuniva il consenso di alcune famiglie numerose per eleggere, indipendentemente dal colore politico della lista di appartenenza, un figlio od un nipote disoccupato, in modo da assicurargli uno stipendio attraverso i gettoni di presenza e gli altri emolumenti e da assicurargli una carriera politica. Questo fenomeno degenerativo ha determinato l’ingresso nelle Assemblee di soggetti privi di qualsiasi cultura politica e di ogni forma di rigore morale, ma  spregiudicati ed intraprendenti, che hanno prodotto poi i fenomeni cui abbiamo assistito di sperperi e spartizioni inaccettabili del denaro pubblico, giustificandoli come spese per il mantenimento dei gruppi politici e dei partiti.

Nessuna nazione al mondo avrebbe potuto resistere alla gogna di una classe dirigente, arrivata grazie all’ondata di indignazione di tangentopoli, con l’esibizione di pendagli da forca e slogan grevi per spazzar via tutto e tutti e che poi, accanto ai rituali un po’ ridicoli delle ampolle leghiste, ha esibito una classe dirigente costituita, anche nei vertici più elevati, da barbari, più o meno sognanti, per non parlare del naufragio del sogno berlusconiano tra gli scogli di un indecente spettacolo di escort, veline, festini ed abbuffate di consiglieri regionali, non soltanto del Lazio, improvvisamente precipitati nel benessere e nella ricchezza.

La traumatica rottura, mai rimarginata, con il ceto dirigente liberale,  dotato di tradizione culturale e forte senso della dignità personale e civile, ha portato progressivamente alla ribalta nuove classi sociali senza storia e ancoraggi valoriali, che si è ingozzata di potere senza ritegno. Abituata a mangiare con le mani, ha ritenuto di poter continuare a farlo con il denaro pubblico, fino a mettere in imbarazzo un’intera nazione, di cui per fortuna essa non è in alcun modo rappresentativa.

Ho riflettuto a lungo sulla opportunità di una lettura di quanto è avvenuto anche in questa chiave antropologica, che apparirà senz’altro politicamente scorretta. La verità è che se la società aperta di Popper ha sconfitto la previsione di Marx della vittoria del proletariato nella lotta di classe, in Italia le cose sono andate in modo parzialmente diverso. La scuola delle Frattocchie aveva consentito al PCI di avviare un processo di selezione di gruppi dirigenti in grado di fronteggiare i rappresentanti di una borghesia professionale di  avvocati, docenti universitari, imprenditori, maggiormente colta e preparata.  Tale cammino si è interrotto, lasciando la sinistra in mezzo al guado, con gli ultimi nostalgici della lotta di classe rappresentati dai folcloristici rappresentanti della FIOMM e gli arrabbiati dei Black Blok, certamente minoritari ed isolati. Il populismo di destra ha aperto le porte delle assemblee legislative ed amministrative, come avvenne con le squadracce fasciste, ad una fauna di predatori con l’unico merito rappresentato dall’obbedienza cieca e dalla venerazione fanatica del capo, i cui interessi andavano protetti ad ogni costo.

Il conseguente brusco cambiamento, ha frenato l’ascesa di giovani generazioni preparate, con titoli di studio superiori, che avrebbero costituito le avanguardie della nuova borghesia. Questo segmento sociale oggi, per mancanza di opportunità di inserimento nel mondo del lavoro, è il più frustrato. L’Italia registra pertanto l’arresto di quel virtuoso processo di osmosi sociale, che invece è avvenuto in tutto il mondo occidentale.

Non bastano le buone intenzioni di un Governo tecnico, costituito da persone per bene, che sta tentando di ridurre gli sprechi più evidenti, per invertire una perversa tendenza che appare inarrestabile. Bisognerebbe stabilire che le cariche elettive siano onorifiche, cancellando tutti gli emolumenti, come ogni forma di finanziamento pubblico ai partiti. Questi ultimi dovrebbero ottenere quanto necessario, senza sprechi e manifestazioni insopportabili di opulenza, dai propri simpatizzanti ed iscritti, cui andrebbe riconosciuta una cospicua detrazione fiscale sugli  importi versati.

Allo stesso tempo, per recidere il perverso legame che si è stabilito tra burocrazia e politica e per risanare i conti pubblici, sarebbe necessaria la fine della negativa parentesi dello Stato imprenditore, insieme ad una radicale eliminazione delle pastoie burocratiche per avviare un corrispondente abbattimento della spesa pubblica, dietro la quale si annidano corruzione e connivenze mafiose. Da una simile drastica svolta potrebbe avviarsi un lento, ma necessario, processo di riconciliazione con la cultura e la tradizione, principalmente etica, del liberalismo italiano.

Tratto da Rivoluzione Liberale

1 commento

  1. Mi sembra una analisi del passato molto attenta e corretta. Penso che gli eventi analizzati debbano esssere soltato ricordati come una esperienza da non ripetere mai più. Sono ottimista, spero che saremo in grado di far meglio nel prossimo futuro. Questo, anche perchè gli scambi internazionali di ogni tipo, che si sviluppano sempre più intensamente ci aiuteranno nel percorso di miglioramento. Spero che i media non rappresentino un ostacolo!

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