I democristiani, sono sempre democristiani, d’altronde come i liberali sono sempre liberali, i comunisti sempre comunisti, i conservatori sempre conservatori: anziché di un fatto negativo, potrebbe trattarsi di un elemento di chiarezza.

Il problema è che per i democristiani, la costante in cui si ritrovano non scaturisce da una rigida impostazione culturale, perché sono condizionati pesantemente da una tendenza al compromesso, che apre le porte del potere.

In questi ultimi mesi, essi hanno paurosamente oscillato, tra la rivendicazione di un ruolo autonomo del Centro e la ricerca di alleanze utili in periferia. Infatti nelle città in cui si è votato in primavera, l’UDC si è disinvoltamente schierata col centro, con la sinistra o con la destra indifferentemente, alla ricerca di collocazioni utili per i propri uomini. Successivamente, Casini ha dato bruscamente il ben servito al terzo Polo, lasciando di stucco le altre forze, che si erano riconosciute in quel perimetro politico. Per le elezioni siciliane, ma con probabilità anche in vista di quelle politiche generali, si è orientato per un’alleanza con il PD, salvo poi a Montecatini, sorprendere tutti, ritornando a proporre un percorso centrista -moderato. Tuttavia il messaggio non si profila in chiave liberal-democratica, come da più parti veniva chiesto e come lo stesso leader dell’UDC aveva lasciato intendere, quando era apparso persino disponibile a rinunciare allo scudo crociato. A Montecatini si è limitato ad  annunciare un modesto restyling del simbolo, togliendo il proprio nome, che rappresentava l’elemento da seconda repubblica, certamente superato, con  il richiamo patriottico all’Italia, tornato di moda.

In effetti, se ho ben capito, il vero elemento di novità da registrare, è costituito dal superamento del veto, che era stato posto dal mondo cattolico, riunito nello scorso anno a Todi, nei confronti di Pierferdinando Casini e del suo partito. Ricomposti, con un lungo lavorio di curia, sotto l’abile regia del Cardinale Ruini, quei contrasti, a Montecatini è nata la nuova DC, aperta ai ministri cattolici del Governo Monti e a molte organizzazioni ecclesiali fiancheggiatrici.

Tutto questo riguarda il mondo cattolico. Dal nostro punto di vista, ben venga. Ma non ha nulla a che vedere con quel progetto liberal-democratico, di cui da tempo si parla e che ha prodotto molte iniziative in diversi settori: da Italia Futura, allo stesso movimento di Futuro e Libertà, al gruppo di Oscar Giannino, alla coraggiosa sortita di Giuseppe Pisanu di promozione dell’incontro tra liberali cattolici e laici, ed, ovviamente, al Partito Liberale, che da anni lavora con tenacia a questo obiettivo.

Un Partito cattolico, moderato e di ispirazione nazionale, pur pienamente legittimo, è cosa molto diversa da un soggetto liberal-democratico moderno, in grado di realizzare la necessaria, più volte annunciata e mai avviata, “rivoluzione liberale”.

Quello dell’UDC, almeno finora, salvo chiarimenti successivi, appare  come un riposizionamento, che le consente di proporsi come alleato necessario per qualsiasi maggioranza parlamentare si dovesse delineare nel prossimo Parlamento, che non risultasse in grado di governare da sola, come appare molto probabile. Anche degli inguaribili ingenui, idealisti, come noi, capiscono quindi che l’UDC si alleerà col più forte ed il migliore offerente, possibilmente con chi potrebbe sacrificare la poltrona del Quirinale: destra o sinistra sono considerati equivalenti.

Il progetto a cui lavoriamo da anni, è ben altra cosa:  per noi si tratta di superare, finalmente, la anacronistica divisione tra liberali laici e cattolici, prendendo finalmente atto che il liberalismo in Italia è molto più diffuso e sentito di quanto non si pensi.

Il fallimento del Socialismo e dello statalismo in tutte le sue forme, nel nostro Paese, ha dato luogo a ritardi, diseconomie, burocrazia parassitaria, fenomeni di corruzione e talvolta connivenze politico-mafiose, principalmente quando si è correlato col solidarismo cattolico, fondato sul clientelismo, ostile al progresso.

E’ venuta l’ora di premiare il merito, i saperi, la fantasia, il gusto del rischio, chiudendo definitivamente la triste pagina dei contributi a fondo perduto, concessi ad affaristi privi di professionalità. Non possiamo più permetterci i  soliti appalti truccati, con politicanti, funzionari corrotti, imprenditori d’assalto e mafiosi a tessere la tela. La ricetta è quella del mercato, della libera iniziativa, di una maggiore fiducia nei giovani che vogliono imprendere, evitando che i migliori cervelli finiscano all’estero. Non possiamo più perdere altro tempo per avviare il necessario processo di aggregazione delle tante e disperse forze di ispirazione liberale, sia pure con sfumature diverse, come è nella nostra tradizione di pensiero, in modo da essere in grado di presentare, per la prossima legislatura, un reale programma di alternativa liberale.

Il PLI, generosamente si è già reso disponibile ad impegnarsi per creare una occasione di incontro con tutti coloro che risultassero disponibili a contrapporsi alla vecchia come alla nuova antipolitica, in modo da restituire la  speranza di poter costruire un progetto ambizioso, ma oggi alla nostra portata, che si ponga realmente al servizio della nostra grande Patria comune.

Tratto da Rivoluzione Liberale