Come non è pensabile un amore senza sesso, anche se qualcuno inutilmente  da secoli cerca di predicarlo, così lo scopo della politica non può che essere quello di conquistare il potere, necessario a realizzare ogni progetto. Quindi il sesso sta all’amore, come il potere sta alla politica. Un amore fondato soltanto sul sesso in realtà non è amore, così una politica finalizzata soltanto alla conquista del potere non può definirsi tale.

Un miserabile ventennio all’insegna di una becera antipolitica, basata sulla enunciazione di proclami infarciti di vuote parole, pronunciate soltanto a scopo di propaganda, ha dato la misura precisa di quanto possa essere deleteria la politica senz’anima, finalizzata soltanto a catturare il consenso per poi asservirlo ai propri interessi.

La Crisi economica internazionale non ha fatto altro che drammatizzare le conseguenze di quanto era stato innescato. Le squallide vicende che hanno travolto la Lega, sono servite a dimostrare che, anche quel disegno era  rivolto, attraverso alcune parole d’ordine evocative di sentimenti egoistici, soltanto alla conquista di potere. Anzi gli osservatori più attenti hanno capito che i cosiddetti “barbari sognanti” in effetti sono peggiori di quegli altri, che si sono fatti scoprire con le mani nel barattolo della marmellata, perché, oltre a non avere la stessa fantasia, hanno dimostrato un non comune cinismo fratricida.

Il deserto lasciato dal tracollo della Seconda Repubblica è peggiore di quello cui abbiamo assistito alla fine della Prima. In quel caso sotto accusa furono messi i protagonisti, questa volta la politica stessa. Dobbiamo quindi riflettere su quanto abbiamo visto ed in parte vissuto, anche se non da protagonisti, ma da critici inascoltati, tuttavia anche noi travolti dalle medesime macerie. Oggi infatti dilaga la protesta in blocco contro il sistema e le stesse Istituzioni, non soltanto contro chi si è reso responsabile del disastro. Si è prima desertificato il mondo dei partiti, poi sono scomparse le leadership, che erano state indicate dai maîtres à penser, come il  necessario collante del consenso, infine si è dissolto tutto il resto.

Se può consolare, ma purtroppo non è così, il fenomeno ė di carattere mondiale e si è diffuso in tutte le società di massa. Volgendo lo sguardo intorno, anche al di fuori dei nostri confini territoriali, infatti, non scorgiamo profili di montagne o figure di giganti. Le foto di gruppo dei vertici dei Capi di Stato e di Governo fanno pensare più a raduni nostalgici di attempati ex alunni delle scuole dei salesiani, piuttosto che alle immagini di coloro che hanno il compito di reggere i destini del Mondo.

Lo stesso Obama aveva suscitato entusiasmo per il significato catartico della sua immagine, che proponeva il riscatto simbolico di una minoranza, la quale, finalmente, attraverso il risultato di un uomo, confermava concretamente il valore dei principi costitutivi dell’Unione. Poi, alla prova dei fatti, il personaggio ha finito col deludere. Forse sarà rieletto, anche grazie alla insulsa cecità del moderno conservatorismo americano, che non è neppure l’ombra di quanto rappresentarono per l’America Reagan o lo stesso Bush (padre ovviamente). Ma il sogno del cambiamento radicale, che doveva essere realizzato dal primo presidente afro americano, è sicuramente finito.

Senza nulla voler togliere al merito personaledi MarioMonti, Il successo sulla scena internazionale di questo acrilico professore, coltivato in una serra bocconiana di osservanza bancaria, è la prova della mancanza nel ceto politico internazionale, di idee forti e di leader in grado di interpretarle. La grande politica non può limitarsi ad un compitino ben fatto, ma è ben altro: essa è utopia, speranza, forza interiore, competizione tra visioni e progetti diversi. Ecco perché, fino a quando c’è stata la guerra fredda, con la conseguente  contrapposizione ideologica, la politica è stata in grado di fornire emozioni e l’Occidente ha offerto quella più affascinante, perché fondata sull’uomo e sul suo anelito alla libertà.

Oggi il panorama è grigio perché la Cina è soltanto un concorrente, non l’altra faccia della luna. La vita invece deve essere colorata. Per capirlo basterebbe domandarsi perché Londra è simbolicamente rappresentata dalle cabine telefoniche o dagli autobus rossi. Non soltanto per il tradizionale, indovinato design ma,  principalmente, in quanto quel colore vivace contrasta con il grigiore del cielo londinese.

Oggi l’Italia si interroga sul suo futuro e su quali debbano essere le mani cui affidarlo. Non sembrano profilarsi grandi alternative, nelle quali concentrare le speranze. La scomparsa dei vivai rappresentati dai partiti identitari e la complicità di un sistema di informazione mediocre e prezzolato, non fanno intravedere nulla di buono all’orizzonte.

La parola liberale, in senso meramente aggettivale, come se si trattasse di un prezzemolo da aggiungere a qualunque pietanza, viene usata da tutti, ma senza coglierne il significato innovativo, potenzialmente rivoluzionario, in quanto legato ad un pensiero antico e per questo carico di rigorose implicazioni sostanziali, da cui essa discende.

Dal momento che abbiamo scelto di richiamarci, non tanto alla parola, quanto al significato evocato, appunto, dalla tradizione del liberalismo, dobbiamo riconoscere che si tratta di una cultura minoritaria, come è per altro logico in un Paese che, per due lunghi millenni, è stato dominato dal pregiudizio clericale nei confronti della libertà individuale. Una terra dove ha prevalso e dilaga tuttora, la cultura del sospetto, figlia legittima dello spirito presuntivamente etico della Controriforma e l’opposto della liberale esaltazione del merito, della spinta emozionale, della curiosità per il nuovo.

Con questa consapevolezza, non ci rimane che tornare sui campi abbandonati, sapendo che i frutti migliori li danno le terre più aspre, più assolate, più aride, ma irrorate dal sudore della fatica quotidiana. Ci siamo  abituati alla facile comodità del supermarket e abbiamo dimenticato i sapori veri,  finendo per  accontentarci dei prodotti di serra. Anche con l’acqua e lo zucchero si può fare il vino e, se l’enologo è bravo, avrà anche un gusto piacevole, ma non è un prodotto agricolo, non avrà mai il profumo della terra, il calore del sole e la densa umanità della fatica del contadino, che amorevolmente ha coltivato l’uva, l’ha raccolta, fatta fermentare, arricchito il mosto con l’arte della sua millenaria esperienza. Il liberalismo che noi coltiviamo è come quelle malvasie o quei passiti che ogni anno ripetono il miracolo di una natura che è in grado di produrre, in terre arse dal sole e senz’acqua, un prodotto di una dolcezza e di un profumo ineguagliabili ma che poi viene pure steso al sole per perdere l’acqua al fine di concentrare il contenuto zuccherino ed ogni sera messo al riparo per proteggerlo dall’umidità. Una fatica immensa per pochi litri di un vino da meditazione ineguagliabile, che verrà curato anche durante l’invecchiamento in botte, fino all’imbottigliamento.

Così è il liberalismo che noi continuiamo irriducibilmente a praticare. Non crediamo agli esperimenti, che pure periodicamente si ripetono, di realizzare un soggetto di tipo industriale, mettendo insieme persone e tradizioni diverse, più protese al successo orizzontale o personale, che all’ambizione della qualità e della coerenza ideale.

Il mondo, ed in particolarela nostra Italia, ha bisogno di riappropriarsi dei propri sogni, di imparare di nuovo a rispettare la fatica, piuttosto che le fortune facili. La politica deve tornare ad essere innanzitutto visione. Il futuro non è soltanto incremento del PIL, maggiore produzione industriale, finanza sempre più aggressiva, ma è principalmente riscoperta dell’uomo, scommessa sul moltiplicatore delle emozioni, fiducia in sé stessi. Ecco perché non ci appassionano le sterili speculazioni sulle alleanze, mentre sentiamo che  il nostro compito è invece quello di suscitare, se ne saremo capaci, grandi emozioni. Abbiamo sperimentato che i nostri maggiori successi non si realizzano ai tavoli delle trattative, dove altri sono molto più bravi e astuti, ma sulle strade, con la gente, che, anche se sembra ammansita dalla uniformità del messaggio pubblicitario, invece lo detesta e vorrebbe sognare.  Spesso non ne ha il coraggio ma, se giustamente sollecitata, forse sarebbe disposta a correre la straordinaria avventura della libertà, con quel senso di vertigine che essa produce, che costituisce una emozione irripetibile.

Queste parole potranno sembrare il frutto di una sbornia di fine estate, me ne scuso. In realtà è quello che, senza complessi, da tempo sogno si possa realizzare: una sorta di catarsi culturale, in grado di illuminare, forse grazie al perdurare delle impreviste difficoltà, una generalizzata voglia di riscoprire le nostre migliori virtù individuali, nascoste da troppo tempo, a causa del soporifero ed effimero benessere al quale ci siamo abituati, in modo da tornare a far risplendere il genio italiano.

Dipende da noi, dalla nostra capacità di far prevalere il desiderio di essere, piuttosto che quello di avere. In entrambi i casi si tratta di individualismo, ma il primo orgoglioso e coerente, il secondo semplicemente meschino.

Tratto da Rivoluzione Liberale

1 commento

  1. Questo articolo merita la prima pagina dei principali quotidiani italiani, è un inno alla libertà e una scossa alla spina dorsale del Paese, muoviamoci ora tutti insieme, ogni commento è superfluo.
    Complimenti !

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