Dopo gli ulteriori voti di fiducia, il Parlamento va in ferie, senza aver trovato l’accordo sulla legge elettorale. Ciascuno dei partiti maggiori ha difeso ad oltranza posizioni che sapeva essere inaccettabili da parte degli altri, in modo da far finta di averci provato e di non aver raggiunto l’obiettivo per colpa degli altri. In realtà ciascuno pretendeva e pretenderebbe di pervenire al risultato più vantaggioso per le proprie esigenze, mentre la legge elettorale dovrebbe discendere da un ampio consenso per potersi definire sicuramente democratica ed efficace, indipendentemente dalla forza politica o dalla coalizione, che dovesse prevalere.

Invece il PD, che ha poche personalità conosciute dalla massa degli elettori, propende per il Collegio uninominale, al fine di imporre candidati espressione del gruppo dirigente, insieme ad un forte premio di maggioranza per il primo partito, ritenendo di poter raggiungere tale risultato. Il PDL vorrebbe le preferenze per ingaggiare tra i propri candidati, in genere più dotati di mezzi economici, una concorrenza serrata e farne avvantaggiare cosìla lista. Pensainoltre ad un premio inferiore, nella convinzione di perdere le elezioni e comunque propende per un eventuale premio di coalizione. Entrambi, d’accordo con l’UDC, si battono per una soglia di sbarramento alta in modo da escludere il maggior numero possibile di forze minori, tra cui le nuove formazioni, che non avendo mezzi di comunicazione a disposizione, avranno notevoli difficoltà a raggiungere tutti i propri potenziali elettori. La Lega si batte per garantire ad un soggetto radicato soltanto in alcune regioni di essere rappresentato, con la contraddizione che, tra due partiti che dovessero raggiungere il medesimo consenso elettorale, quello con i voti territorialmente concentrati otterrebbe degli eletti, mentre l’altro, il cui radicamento fosse distribuito in tutto il territorio nazionale, potrebbe rimanere fuori dal Parlamento.

L’ulteriore fase del confronto è rinviata a settembre, ma intanto le dimissioni del Presidente Lombardo in Sicilia e le conseguenti elezioni regionali anticipate in autunno, avranno notevole influenza, perché i partiti maggiori temono una prova generale siciliana, che potrebbe certificare il loro definitivo declino o comunque registrare un risultato negativo. Casini, proseguendo nella logica, tipicamente democristiana, che ormai ha scelto da alcuni anni, della politica dei due forni, con l’obiettivo di allearsi di volta in volta con il più forte e far pesare la rendita di posizione del suo posizionamento centrale, teme di dovere scoprire le proprie carte, anticipando l’orientamento di allearsi con la sinistra, che scontenta molta parte del proprio elettorato. In effetti il risultato siciliano sarà influenzato da una consistente presenza del partito di Lombardo, che, come Presidente, si è occupato esclusivamente di consolidare clientele e conquistare posizioni strategiche per la conquista  di voti. A propria volta, il PD sconta, oltre che una tradizionale debolezza, divisioni locali laceranti al proprio interno. Il PDL è in fase di liquefazione con una guerra di tutti contro tutti. Invece bisognerà fare i conti, come alla recenti elezioni per il Comune di Palermo, con il consenso, che è in grado di coagulare Leoluca Orlando, come con le altre incognite, costituite da Grillo, dal movimento dei forconi e da una miriade di iniziative civiche, localistiche ed autonomiste, che stanno fiorendo in questi giorni.

Per tale motivo, su sollecitazione dell’UDC, ė stato fatto un  tentativo di scongiurare il pericolo di elezioni anticipate in Sicilia, rispetto a quelle nazionali, anche facendo forti, e per certi versi indebite, pressioni sul Governo che, con una iniziativa fondata su elementi insufficienti e del tutto intempestiva, principalmente per gli effetti sui mercati, ha lanciato un allarme sui conti pubblici regionali, sicuramente inopportuno, che si è risolto, alla fine, in un ulteriore regalo al furbissimo Lombardo. L’incognita isolana, quindi,potrebbe comportare un’accelerazione del processo di dissolvimento della anomala maggioranza, che sostiene Monti, provocando elezioni generali in autunno.

Sarebbe un errore, perché il Paese ha bisogno di un lasso di tempo maggiore per placare la tempesta finanziaria in atto. In tal senso l’attuale Governo rappresenta una garanzia per i partner europei ed internazionali. Inoltre votare nella primavera del 2013 potrebbe coincidere con l’inizio della ripresa economica, come prevedono quasi tutti gli osservatori più accreditati, garantendo così un clima più disteso, che servirebbe anche ad attenuare le preoccupazioni dei mercati sull’incertezza del futuro politico italiano.

Il PLI, preoccupato per la confusione attuale, che potrebbe determinare risultati imprevedibili e sicuramente negativi, di fronte alla largamente riconosciuta necessità di un soggetto politico liberale, pur raccogliendo numerose nuove adesioni, registra una crescita inferiore alle legittime aspettative, a causa dell’insorgere, allo stesso tempo, di una miriade di iniziative separate, sedicenti liberali, ma in realtà promosse dai soliti opportunisti di tutte le stagioni e che non hanno alcuna speranza di riuscita per mancanza assoluta di credibilità. Pertanto il Partito Liberale, quale unico soggetto organizzato dei liberali italiani, sta mettendo in campo concrete occasioni di confronto per pervenire a quella che il recente Congresso Nazionale aveva definito comela necessaria Costituente Liberale, cioè il processo per la realizzazione di un unico soggetto di dimensioni consistenti, in grado di rappresentare l’articolato mondo delle diverse sensibilità liberali e soprattutto delle idee liberali, unitariamente.

Come prima concreta iniziativa è stato avviato in Sicilia un tavolo per una lista unica tra PLI, FLI, API e tutti coloro che vogliano lasciarsi alle spalle un ventennio di delirio dell’antipolitica, per riconoscersi in un moderno soggetto di ispirazione liberale e riformatrice.

Se tale tentativo, particolarmente impegnativo in Sicilia, dove la legge elettorale prevede uno sbarramento del 5%, fosse coronato da successo, si potrebbe tentare di esportare la formula sul piano nazionale, coinvolgendo anche molte iniziative locali di area liberale, civica e riformatrice, che attendono segnali concreti di aggregazione di un mondo, che, essendo individualista per definizione, ha difficoltà a trovare un momento di sintesi all’interno di un’unica struttura organizzata. Tuttavia il tempo stringe ed i liberali italiani devono dimostrare di essere all’altezza del compito che il difficile momento impone loro, anche senza alcuna certezza su quale sarà il sistema elettorale col quale si andrà a votare.

Tratto da Rivoluzione Liberale

 

1 commento

  1. Questo bell’articolo è composto da due parti: la prima è un’attenta analisi della questione “legge elettorale”; questione sulla quale dovrebbero informarsi (anche leggendo questo articolo, che contribuirò a divulgare) tutti gli italiani sensibili al mantenimento della sovranità, minacciata non solo da fuori, dall’Europa “tedesca”, ma anche da dentro, dai politicanti presenti in parlamento.
    La seconda parte riguarda le elezioni siciliane e le intenzioni del PLI. Vedremo se il popolo siciliano riterrà più importante votare una lista unica d’ispirazione liberale con PLI, FLI e API o se, invece, prevarrà l’avversione nei confronti dei vecchi volti della politica: mi riferisco a Fini, leader di FLI, e a Rutelli, leader di API; tra l’altro entrambi diffusamente criticati per un percorso politico a tratti incoerente.
    L’Italia si distingue, purtroppo, dagli altri paesi europei e dagli stessi Stati Uniti per l’infelice usanza di mantenere le persone cambiando i partiti; anziché mantenere i partiti storici facendo ricambio dei diversi leader politici. Spero che un partito davvero storico come il PLI (che io ritengo essere la continuazione ideale del vecchio PLI e dell’antico PLI) non consideri condivisibile questa cattiva usanza.

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