Monti ha designato la prossima Presidente della RAI e suggerito il nuovo Direttore Generale. Sono rispettivamente Anna Maria Tarantola (classe 1945, già vicedirettore generale della Banca d’Italia) e Luigi Gubitosi (classe 1961, ex AD di Wind Telecomunicazioni ed attualmente in Bank of America come responsabile del corporate investment banking per l’Italia). La prima è una designazione che la legge attribuisce al Governo, il suggerimento del nome del DG invece è stato fatto in modoirrituale in quanto è il nuovo CdA che dovrà nominare il Direttore Generale ma sinora, nella realtà dei fatti, è sempre stato un incarico concordato con l’esecutivo (se non “indicato”): e, allora, viva la faccia della chiarezza. Inoltre, in qualità di Ministro di Economia e Finanze, Monti ha designato Marco Pinto (classe 1962, già componente del CdA ENI) come rappresentante del MEF nel Consiglio d’Amministrazione.

Nel Comunicato Stampa emesso dalla Presidenza del Consiglio si legge che Il Presidente del Consiglio nella sua qualità di Ministro dell’Economia e delle Finanze ha dichiarato che il MEF sosterrà modifiche di governance che consentano al Presidente della RAI di: approvare, su proposta del Direttore Generale, gli atti e i contratti aziendali che, anche per effetto di una durata pluriennale, importino una spesa superiore ai 2.582.284 euro fino a 10.000.000 euro; nominare, su proposta del Direttore Generale, i dirigenti di primo e secondo livello non editoriali e determinarne, su proposta del Direttore Generale, la collocazione aziendale. Nell’attività di revisione delle deleghe saranno naturalmente coinvolti tutti gli organi sociali e, con le più opportune modalità, la Commissione parlamentare di Vigilanza RAI.”

Insomma, in RAI si cambia regime: non più un DG con piene deleghe ma in balia di un CdA, bensì redini in mano alla Presidente del CdA come espressione dello stesso Consiglio nelle decisioni che si impongono per tornare a gestire la RAI da veraazienda.

Al di là degli ex-pseudo-guru della TV che si sono dichiarati esterrefatti dalle scelte di tecnici e non di televisionari (comprensibile, forse, il desiderio personale di chiudere le loro lunghe – e ormai desuete – carriere televisive con la Direzione Generale della maggior azienda culturale e d’informazione del Paese), il vero significato di queste designazioni di Monti risiede in qualcosa che va oltre la stessa Azienda pubblica radiotelevisiva. In questa occasione, il Presidente del Consiglio è tornato ad essere il Monti dei primi due mesi del suo governo, si è smarcato dai lacci dell’ABC e ha detto “basta veti incrociati dei Partiti”.

La RAI ha bisogno di questo, di manager che la sappiano gestire o, meglio, che la gestiscano. L’azienda è ferma ormai da troppo tempo, sul mercato sta perdendo posizioni d’ascolto e pertanto di raccolta pubblicitaria con la sua Concessionaria per la pubblicità che segue ancora logiche desuete di monopolio e senza comprendere che l’offerta televisiva non è più solo “via etere” e che i potenziali pubblici sono ormai raggiungibili solo attraverso un ampio ventaglio di media, non ultimo il web. Stessa logica sposata dalle ultime due Direzioni generali: per miopia, per incompetenza, per paura di perdere posizioni personali interne o – speriamo non sia – a puro beneficio della concorrenza. Alla nomina dell’ultima Direttore Generale (di provenienza interna, seppur di breve corso), chi è in Rai ha visto in lei la possibilità di un riscatto sia in termini di offerta che di risultati. Ma la delusione è stata subito evidente: tutto fermo come prima, personaggi logori e incompetenti rimasti ai loro posti d’interesse “condominiale” e le rispettive “micro caste” a perpetrare vecchi progetti di tornaconto personale. Una Direzione generale che si è presentata alla scadenza del suo mandato e al vaglio delle nuove nomine con un fittizio pareggio di bilancio, realizzato tagliando i budget alle attività più d’avanguardia, le produzioni di punta e – fatto ancor più grave – a discapito dei migliaia di dipendenti che vedono da anni bloccato – con tanti pretesti procedurali da parte dell’Azienda – il loro rinnovo del Contratto (aspetti normativi e qualche decina di Euro al mese procapite da moltiplicare per più di diecimila dipendenti con un paio d’anni di arretrati).

Così è facile fin troppo, vien da dire: è come se una casa automobilistica per sanare i bilanci decidesse di smettere la produzione delle automobili più teologicamente avanzate che rappresentano la fascia di mercato più appetibile e tenga ferme le paghe degli operai. Insomma, morire ma con i bilanci in pareggio; e rinnoviamo la speranza non sia stata una strategia a puro beneficio della concorrenza.

Ecco perché in RAI servono tecnici che sappiano gestire la cosa-azienda secondo logiche autonome di mercato ed insieme in un’ottica di servizio pubblico e di relazioni industriali. Al timone, quindi, i tecnici e alla macchina gli uomini di prodotto con il loro bagaglio di idee e contenuti. E i contenuti sono nello stesso patrimonio culturale e professionale di chi già opera in Azienda e ci auguriamo che la nuova governance rivaluti uomini e progetti che la stessa RAI non ha da invidiare ad alcuno.

Come Partito Liberale Italiano, già ci siamo espressi nel dichiararci disponibili a non far mancare – al di là delle logiche di casta e lottizzatorie – un “contributo propositivo, sia per quanto riguarda il necessario processo di trasformazione della struttura, che per individuare un nuovo indirizzo culturale e per l’indicazione di personalità, adatte sotto il profilo dell’esperienza e delle qualità personali, a condurre la delicata fase di rinnovamento” anche individuando “energie tecniche interne all’Azienda che possano garantire alla RAI sufficiente indipendenza ed efficienza manageriale”.

Staremo a vedere.

Tratto da Rivoluzione Liberale