Enzo Palumbo ha dichiarato:

“Se l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù, credo che la proposta di introdurre nei bilanci dei partiti italiani qualche briciola di trasparenza rischia di apparire come una pezza ipocritamente destinata a coprire soltanto i buchi evidenziati nelle recenti sconcertanti vicende, lasciando lacerato, come e più prima, il tessuto del rapporto fiduciario tra Paese reale e paese legale.

Quello che serve non è un’operazione di mera cosmesi, ma l’abolizione, ora e subito, dei c.d.  indecorosi rimborsi elettorali (che tali non sono), per passare ad un sistema totalmente diverso, in cui i casi Lusi-Margherita e Belsito-Lega non siano più possibili per mancanza di materia prima; e questo risultato si può solo ottenere affamando la bestia malefica che è oggi all’opera in tutti i partiti italiani, provocando milionarie eccedenze di bilancio che gridano vendetta agli occhi degli italiani subissati da tasse e balzelli.

Ieri ho indicato qualche possibile soluzione, a cominciare dalla proposta di Pellegrino Capaldo, che il PLI certamente sosterrà, quando sarà formalizzata.

Oggi aggiungo che lo Stato e/o il Comune di competenza dovrebbero in primo luogo farsi carico di fornire direttamente a tutti i competitori elettorali ed in condizioni di assoluta parità tra grandi e piccoli, una serie di servizi gratuiti (autenticazioni, poste, telefoni, treni, internet, affissioni, spot televisivi, location, etc.), mentre gli eventuali rimborsi dovrebbero riguardare, entro limiti prefissati e congrui, solo le spese ulteriori che non sia possibile coprire coi servizi già garantiti (p.e., tipografia,  viaggi in auto nell’ambito del collegio elettorale, etc.).

Tutto il resto, a cominciare dalla c.d. trasparenza, è solo acqua fresca, che scorre senza lasciare traccia sul macigno della sfiducia dei cittadini”.

12 Commenti

  1. Basta anche per me, in questa sede, purché però la Presidenza e la Segreteria si astengano dal prendere posizione, a nome del partito, prima di una deliberazione del Consiglio nazionale.

  2. Caro Mario,
    Ti ringrazio per le Tue affettuose espressioni di stima. fiducia ed amicizia nei miei confronti, che, Ti assicuro, sono da me ricambiate con pari affetto.

    Quanto al nostro dissenso, che fra liberali è assolutamente normale, desidero ancora una volta evidenziare che il finanziamento pubblico (nella sua forma attuale ed in quella futuribile, entrambe da combattere) ed il finanziamento privato fiscalmente agevolato o meglio incentivato sono cose assolutamente diverse.

    Il primo (il finanziamento pubblico) grava sulla fiscalità generale ed è deciso dallo Stato. senza che il cittadino contribuente possa metterci bocca e senza cjhe il medesimo cittadino ne tragga alcun beneficio diretto (né per se stesso né per il proprio partito), se non in termini assolutamente mediati attraverso il sistema complessivo dei partiti (tra i quali potrebbe non esserci il partito del contribuente, come accade, ad esempio, nel caso del PLI e di tutti gli altri partiti che sono al disotto della soglia dell’1%); esso, una volta attribuito attraverso il risultato elettorale, non può essere interrotto nel corso della legislatura (europea, nazionale, regionale), e quindi resta privo di sanzione anche nel caso in cui si verifichino i ladrocini di cui è piena la cronaca di questi giorni.

    Il secondo (il finanziamento privato fiscalmente agevolato, o meglio incentivato) è deciso direttamente dal cittadino contribuente, è destinato esclusivamente al proprio partito, nasce dal rapporto di fiducia che si è instaurato tra cittadino e partito e può essere interrotto in qualsiasi momento laddove il partito abbia demeritato; esso costituisce quindi anche un deterrente che può incentivare comportamenti virtuosi, potendo essere revocato in qualsiasi momento ove il rapporto di fiducia venga meno.

    Si tratta di due sistemi assolutamente diversi, il secondo restando nel campo dell’autonomia privata (sia pure incentivata) ed il primo appartenendo ad una qualche forma di dirigismo.

    Essendo ben consapevole che la Democrazia ha dei costi, ed essendo del pari consapevole che il suo concreto esercizio non può essere terreno esclusivo di ricchi e potenti, e deve invece essere praticabile per tutti, in particolare senza distinzioni di ……….condizioni personali e sociali” (art. 3, comma 1, Cost.), da liberale quale sono preferisco che la partecipazione democratica sia finanziata direttamente dai cittadini piuttosto che dallo Stato, al quale tocca piuttosto di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori (rectius, cittadini) all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, comma 2, Cost.), ed essendo per altro anche stabilito che “Tutti i cittadini….possono accedere agli uffci pubblici ed aalle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.. (art. 51, comma 1, Cost.).
    “Et de hoc”, almeno per quanto mi riguarda, “satis”!

  3. Ritengo scandaloso che Casini si sia schierato per il mantenimento dei rinborsi pubblici ai partiti, penso che il Segretario, prima di stipulare eventuali accordi dovrebbe tener presente questo dato negativo.
    Saluti.

  4. Chiedo scusa al Presidente e ai lettori per aver insistito, con un po’ di pignoleria, in questo dibattito, ma speravo proprio di convincerlo a schierarsi decisamente CONTRO ogni finanziamento pubblico. Non ci sono riuscito. Pazienza. Ci tengo a dire – non per lui, che non è necessario, ma per gli altri – che questo o qualunque altro dissenso, normale, anzi d’obbligo, tra liberali, non intacca minimamente la stima, la fiducia e l’amicizia che provo per il Presidente.

  5. Ah, ecco, adesso è chiaro: è giusto battersi contro il finanziamento pubblico ma anche a favore del finanziamento pubblico (in forma di agevolazione fiscale di quello privato: sempre ammesso che il credito d’imposta sia un costo per lo Stato…). Ma se non si può affermare e negare la stessa cosa c’è qualcosa che non va. Forse dovremmo parlarne al prossimo Consiglio nazionale.

  6. La frase finale del mio precedente intervento deve leggersi alla luce delle motivazioni, e non già avulsa dalle medesime, onde quella frase, se si vuole eccedere in pignoleria, va letta come segue: “E’ giusto quindi battersi contro il finanziamento pubblico (quello attuale e quell’altro che magari i protagonisti dell’attuale regime partitocratico si inventeranno), ma non ci si può al contempo battere anche contro il finanziamento privato E FISCALMENTE AGEVOLATO, anche perché ciò indebolirebbe la battaglia principale”.
    Se no, non si capisce più nulla, non potendosi al contempo affermare e negare la stessa cosa.

  7. Al di là delle ipotesi numeriche, tutte arbitrarie, prendo atto con estrema soddisfazione della conclusione del Presidente, che condivido e riporto integralmente:
    “E’ giusto quindi battersi contro il finanziamento pubblico (quello attuale e quell’altro che magari i protagonisti dell’attuale regime partitocratico si inventeranno), ma non ci si può al contempo battere anche contro il finanziamento privato, anche perché ciò indebolirebbe la battaglia principale.”
    Naturalmente “finanziamento pubblico” vuol dire finanziamento pubblico in qualunque forma, compreso il credito d’imposta.
    Grazie Enzo.

  8. Caro Mario, accade talvolta che anche la matematica diventi opinione, e quindi provo anch’io a fare qualche numero.
    Immaginare che otto milioni di italiani si precipitino a dare un contributo di mille euro ai partiti è una cosa assolutamente surreale, specie in un momento in cui la popolarità dei partiti in Italia è al livello più basso mai registrato (i sondaggi dicono 8%, ma io penso che sia anche peggio).
    In teoria (ma solo in teoria) la platea dei contribuenti potenzialmente interessata a sostenere il proprio partito potrebbe farsi coincidere con quella degli iscritti, e le statistiche ufficiali ci dicono che fino al 1991 (quando ancora i partiti avevano un appeal che poi hanno perso) il totale degli iscritti “ufficiali” era di circa tre milioni, anche se tutti sanno bene che quelle cifre erano gonfiate oltre misura, specie per i grandi partiti dell’epoca (la DC ed il PCI), che solevano arruolare i loro iscritti sugli elenchi telefonici.
    Oggi la situazione è ben diversa, ed anche le stime più ottimistiche ci dicono che gli iscritti ai partiti possono essere calcolati ben al di sotto dei due milioni, sempre che siano vere le iscrizioni millantate da PdL e PD, su cui sono leciti molti dubbi: recenti polemiche in materia ci dicono che gli elenchi telefonici continuano ad essere saccheggiati al medesimo scopo di una volta.
    Ammettiamo allora (in generosa ipotesi) che la platea delle persone fisiche potenzialmente interessata a dare un contributo al proprio partito non superi un milione, quanti potrebbero essere i veri iscritti ai partiti di oggi (e mi tengo ancora assai largo).
    Per altro, il numero è più o meno equivalente a quello (circa 915.000) delle persone socialmente più sensibili ed impegnate, che nel 2010 hanno destinato un loro contributo a favore di tutte (dico tutte) le migliaia di ONLUS esistenti in Italia, che certamente hanno nell’opinione pubblica un rispetto che i partiti nemmeno si sognano.
    Occorre a questo punto chiedersi quanta parte di questa potenziale platea sarebbe disposta a versare cinquecento/mille euro al partito di riferimento, per poi riprendersi solo una parte di quella somma a distanza di un anno come credito di imposta al momento di presentare la dichiarazione dei redditi.
    Tenendo conto che, rispetto alla platea complessiva dei contribuenti italiani (circa 41,5 milioni), più di un quarto (10,6 milioni) dichiara un’imposta netta eguale a zero, e che un altro 35% si colloca nella fascia bassissima di reddito, e che quindi queste persone hanno tutt’altri problemi che non quelli di finanziare un partito, anche quel milione di contribuenti potenzialmente interessato si riduce statisticamente almeno di altrettanto, e così arriviamo a circa 400.000 persone.
    E se anche tutte (dico tutte) queste persone (cosa assolutamente inverosimile) dessero il loro contributo di 500/1.000 euro, il relativo credito d’imposta ammonterebbe ad una somma compresa tra 200 e 400 milioni.
    Ma tutti noi sappiamo che questa è una stima assolutamente sballata, perché l’esperienza dimostra che quando, tra il 1997 ed il 1999, hanno avuto la possibilità di fare qualcosa del genere, destinando il loro 4 per mille ai partiti, i contribuenti italiani si sono ben guardati dal farlo, ed i relativi proventi sono stati talmente irrisori da indurre i partiti di allora a cambiare subito rotta abrogando quella norma e sostituendola col ben più sostanzioso c.d. rimborso di oggi.
    Penso quindi che, se tutto andasse al meglio, e se i partiti riuscissero a superare lo spread di credibilità che oggi li separa dall’opinione pubblica, i contribuenti potenzialmente interessati non dovrebbero essere più di 50/100 mila, per un credito d’imposta ipotizzabile in 40/80 milioni, cosa questa che dovrebbe per altro essere necessariamente quantificata nel preannunziato ddl, posto che, anche ai sensi dell’attuale art. 81 Cost., il minore introito fiscale deve essere preventivamente coperto.
    Con il che si evita anche qualsiasi (ancorché inesistente) rischio di maggiore esborso, essendo sufficiente prevedere che il plafond del credito d’imposta da destinare allo scopo non possa superare quel determinato ammontare.
    Mal che vada (o ben che vada, a seconda dei punti di vista) la situazione sarebbe comunque di gran lunga migliore di quella di oggi.
    E’ giusto quindi battersi contro il finanziamento pubblico (quello attuale e quell’altro che magari i protagonisti dell’attuale regime partitocratico si inventeranno), ma non ci si può al contempo battere anche contro il finanziamento privato, anche perché ciò indebolirebbe la battaglia principale.

  9. Grazie, Presidente per le utili informazioni; mi permetto di aggiungere un po’ di aritmetica, che forse può aiutare a capire di che cosa parliamo.
    Secondo la proposta di Pellegrino Capaldo ogni contribuente potrebbe obbligare lo Stato (cioè noi) a pagare ai partiti fino a 2.000 euro, spendendone di tasca propria il 5%. Tu dici che si può discutere. Bene. proviamo, ottimisticamente, a raddoppiare il secondo parametro e dimezzare il primo e vediamo il risultato. Naturalmente bisogna anche fare un’ipotesi su quanti pagheranno. I contribuenti sono circa 40 milioni. Vogliamo dire il 20%? Dimezziamo, anche qui, ottimisticamente? Bene, in tal caso lo Stato spenderebbe 0,9×1.000×4.000.000=3.600.000.000 di euro.Tre miliardi e 600 milioni!!! Ma se anche fossimo ancora più ottimisti e prevedessimo solo il cinque per cento dei contribuenti, il risultato sarebbe di un miliardo e 800 milioni!!!
    E’ vero, la materia è opinabile, ma qui abbiamo l’occasione di dimostrare che il PLI sa far di conto e non appoggia proposte insensate. Ancor meglio se riuscisse a cantare fuori del coro battendosi per l’abolizione totale di ogni finanziamento pubblico, non solo ai partiti, ma anche alla stampa.

  10. Rammento ai miei interlocutori che il sistema del 4 per mille ai partiti è stato introdotto con l’art. 1 della L. 02.01.1997 n. 2, e su questa base i partiti si sono distribuiti un bel po’ di risorse, a valere come acconti (salvo conguaglio) sulle dichiarazioni dei contribuenti, che però non ci sono state se non in misura irrisoria; credo che i relativi conguagli non siano mai stati fatti, per evitare che i partiti fossero obbligati a restituire quasi tutte le risorse che si erano attribuite nell’attesa delle dichiarazioni dei contribuenti.

    Il motivo del fallimento mi sembra abbastanza semplice: con quel sistema, ciascun contribuente finiva per finanziare il complessivo sistema dei partiti, e non già il proprio partito di riferimento, con l’assurda conseguenza che, nei casi di partiti piccoli o addirittura esclusi dal finanziamento, il 4 per mille del contribuente finiva per essere destinato interamente a partiti che il medesimo contribuente non aveva alcuna intenzione di finanziare.
    La conseguenza è stata che quella norma è vissuta solo poco più di due anni (dal 23 gennaio 1997 al 4 giugno 1999) ed è stata abrogata dall’art. 10 della L. 03.06.1999 n. 157, che tuttora regola la materia, con successive modifiche ed integrazioni (L. 156-2002 e L. 51-2006).

    E’ anche per questo che mi convince molto di più la proposta di Pellegrino Capaldo, che mira invece a far sì che ciascun contribuente possa finanziare il proprio partito (e non tutti i partiti), rendendo il contributo fiscalmente detraibile, in una congrua percentuale da stabilire.
    Questo sistema, per la verità, c’è già: il comma 1-bis dell’art. 13-bis del DPR 917-1986 (introdotto dall’art. 5 di quella stessa legge n. 2 del 1997), tuttora in vigore, stabilisce infatti che “dall’imposta lorda si detrae un importo pari al 19 per cento per le erogazioni liberali in favore dei partiti e movimenti politici per importi compresi tra Lit. 100.000 (ora € 51,65) e Lit. 200 milioni (ora € 103.291,38), effettuate mediante versamento bancario o postale”.

    Il fatto si è che la percentuale del 19% è troppo bassa, e quindi l’incentivo a finanziare il proprio partito è altrettanto basso; se invece la percentuale venisse significativamente elevata (Pellegrino Capaldo propone il 95%, ma su ciò si può discutere) e venisse del pari fissato un tetto (Pellegrino Capaldo propone € 2.000, ma anche su questo si può discutere), credo che la propensione dei contribuenti a finanziare il proprio partito potrebbe crescere; se poi si stabilisse anche l’azzeramento delle commissioni bancarie e postali per i versamenti piccoli (p. e. sino a 100-200 euro), penso che l’incentivo ai microcontributi crescerebbe ancora.
    Potrebbe essere questo il sistema per favorire la partecipazione dei cittadini alla vita dei partiti e/o alle candidature elettorali, come già avvenuta negli USA coi microcontributi (anche di pochi dollari) per la campagna elettorale 2008 di Obama.

    In ogni caso, la materia è alquanto opinabile, ed un dibattito in proposito è certamente utile.

  11. Trovo ottima la proposta di Palumbo, così si potrebbe evitare di ricorrere al 5 x 1000, la qual cosa ammazzerebbe di fatto il settore delle associazioni di volontariato, privandole della loro principale fonte di finanziamento, che invece andrebbe ingiustamente devoluta ai partiti che ingrasserebbero a dismisura tramite una forma di finanziamento pubblico.
    Ma il nostro obbiettivo finale deve rimanere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.
    Saluti.

  12. Secondo notizie di stampa la proposta di Pellegrino Capaldo consiste in un credito d’imposta del 95% sui contributi che i cittadini decidono di versare alla politica (fino a un tetto massimo di duemila euro). Per capire quale sarebbe l’onere potenziale dello Stato, basta moltiplicare 1900 euro per il numero dei contribuenti. L’onere reale dipenderà naturalmente da quanti saranno disposti a spendere 100 euro perché il partito scelto ne riceva 2000. Enzo, ti prego: ripensaci.

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