E’ di queste ultime ore la polemica sollevata dai giornalisti precari, il cui maggior numero sono in RAI, circa il contratto di lavoro che contiene la clausola per cui, in caso di non regolare svolgimento di lavoro per gravidanza, la RAI si riserva la possibilità di sciogliere il contratto. Il Direttore Generale Lorenza Lei ha precisato che in RAI mai si è sciolto un contratto a causa di maternità, comunque ha dato disposizione affinché venga rivista questa clausola.

Ora è emerso il contratto RAI; ma quante altre aziende prevedono questo genere di clausole nei loro contratti di lavoro a termine?

L’Art. 37 della Costituzione Italiana recita:  “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”

Partiamo da qui: è evidente che la clausola inserita nel contratto sia anticostituzionale. Noi Liberali, non possiamo accettare in nessun modo violazioni ai principi costituzionali, alla cui redazione abbiamo preso parte e che difenderemo senza indugi.

Ora vorrei però fare alcune considerazioni da donna e Liberale. In questo momento di crisi economica, come giustamente ammonisce il Governo Monti, ogni italiano deve fare la sua parte e, come tutti, mi rendo conto che un certo lassismo del passato e molti privilegi accordati a “fortunati” elettori di parte debbano finire. Si deve dare il via alla privatizzazione delle aziende statali, snellire la burocrazia e rendere efficienti quelle aziende che ad oggi sono solo “carrozzoni” che pesano sulle spalle di tutti noi. Ma questo non deve assolutamente significare abolire diritti fondamentali, duramente conquistati dalle donne (e dalle minoranze in genere) a durissimo prezzo. Non neghiamoci alcune verità: ancora oggi le donne, a parità di merito, non sono retribuite come gli uomini, il loro lavoro non è equiparato. Tralascio qui la questione che la donna nella sua quotidianità svolge anche tre lavori, perché oltre a quello “canonico”, dobbiamo aggiungere quello di madre e “gestore” dell’azienda-casa. Questo perché la società la pone come fulcro della famiglia, perché solo una donna può partorire ed è suo endemico compito prendersi cura dei familiari. E qui mi riallaccio al punto di partenza: allora perché penalizzare ulteriormente la donna nello svolgimento del suo ruolo essenziale verso la società?

Da anni, noi donne siamo ormai abituate a gestire i nostri “lavori”, con competenza, decisione e, permettetemi, anche fatica. Ma lo facciamo e, nella maggior parte dei casi, ci riusciamo anche bene. L’economia di questo paese (come di tutti i Paesi al mondo) è sostenuta dal nostro lavoro senza oneri per la società – le nostre cure verso i figli, anziani, mariti e casa – e permette allo Stato di eliminare dal budget una serie di costi che altrimenti si dovrebbero tradurre in ulteriori infrastrutture, o specifico personale addetto, che supplisca al lavoro svolto da noi donne.

E se scioperassimo tutte? Se dall’oggi al domani ci limitassimo a svolgere solo i compiti assegnateci dal datore di lavoro (per intenderci, quello che ci versa regolare stipendio, perché ricordo che gli altri lavori non sono retribuiti)? Cosa succederebbe? Credo un disastro.

Allora, non siamo proprio noi donne un plusvalore per questo Paese? Credo che siamo ancora molto lontani dalla eguaglianza di genere se, e non solo per questo, esistono ancora clausole simili nei contratti che invece di tutelare una donna che potrebbe donare un valore aggiunto al Paese – perché questo sono i figli – venga messa nella posizione di dover scegliere fra un lavoro che sostenga sé stessa (e spesso la famiglia) ed il diventare madre.

Come donna e come Liberale, lo trovo inaccettabile. Non è concepibile che si precluda alla donna la libertà di essere sé stessa, di crearsi una famiglia, di procreare, perché altrimenti rischia di perdere il lavoro e per giunta precario! Ogni violazione di libertà (come per l’uomo, anche per la donna) diventa costrizione di scelta, adatta più ad un regime che ad un Paese democratico e libero.

Tratto da Rivoluzione Liberale