Dopo un così lungo dibattito sul tema delle liberalizzazioni, quando il Governo ha tradotto in una sintesi normativa i provvedimenti possibili, è emerso che in effetti non si stava parlando di vere e proprie liberalizzazioni, ma soltanto di un iniziale tentativo di limitare alcuni privilegi, sedimentati nel tempo, all’interno di un sistema fondato su disparità, clientelismo ed aree di protezione.

Il corposo Decreto del Governo è stato accolto con letture contrastanti, tra chi lo ha visto come una svolta e chi come un abuso, minacciando, questi ultimi, azioni di lotta senza quartiere. A nostro avviso, il risultato complessivo, anche se di molto inferiore alle aspettative, è positivo. In effetti un segnale c’è stato, nonostante su molti, forse troppi punti qualificanti, si è registrata una resa. In effetti non poteva non tenersi conto che l’operazione non avveniva su un corpo sociale sano, ma su una società debilitata da una crisi senza precedenti e da provvedimenti pesantissimi sul piano fiscale, che avevano ulteriormente contribuito a far precipitare il Paese nella recessione.

Il Governo ha tuttavia dimostrato grande senso di concretezza, riuscendo ad imporre alcuni significativi segnali di svolta, pur rivelando notevole capacità di ascolto nei confronti delle categorie sociali in rivolta e delle forze politiche, che hanno il compito di convertire il provvedimento in sede parlamentare, nel timore che  ne venga stravolto il contenuto sostanziale. Ha dovuto, quindi, registrare una sostanziale sconfitta da parte della corporazione dei tassisti, ha preso tempo sull’assegnazione delle nuove frequenze televisive, ha affidato lo scottante tema delle Reti ad una Autority, che si profila come un enorme apparato burocratico, di cui non c’era proprio bisogno, ed, infine, ha adottato misure poco efficaci, lacunose e, sovente, contraddittorie nei confronti dei professionisti. Invece non ha per nulla preso in esame lo scottante tema del doveroso adeguamento alla direttiva europea in materia di pagamenti delle pubbliche amministrazioni, i cui ritardi hanno messo in ginocchio molte aziende sane.

L’unico punto veramente importante è rappresentato dalla decisione di scorporare la SNAM rete gas dall’ENI, come il PLI, insofferente alle posizioni dominanti nel mercato, insistentemente aveva richiesto. Questa decisione potrà apportare un grande beneficio ad imprese e famiglie, riducendo il costo del gas, oggi il più alto d’Europa, a causa del monopolio dell’Ente di Stato. Il nostro Paese deve pagare una bolletta energetica, principalmente dipendente dal gas, superiore del 30% rispetto ai concorrenti. Tuttavia, pur trattandosi di una questione che si trascina da anni e penalizza enormemente la nostra economia, nessun Governo era riuscito a piegare una lobby fortissima. Bisogna dare atto a Monti che, sia pure attraverso una procedura lenta, da completare nell’arco di sei mesi, ha compiuto una scelta coraggiosa e politicamente significativa.

Purtroppo non ha avuto la forza di fare altrettanto per Ferrovie, Poste, autostrade, Banche, Rai, frequenze TV ed altri settori protetti,  né di aprire, al momento, il capitolo, anch’esso non rinviabile, della vendita del patrimonio mobiliare ed immobiliare dello Stato. Era francamente ragionevole prevedere che l’approccio non avrebbe potuto che essere graduale. Nella prossima settimana dovrà affrontare i temi delicati delle semplificazioni e del costo del lavoro.

In realtà con il provvedimento di venerdì si è soltanto aperto il grande capitolo  della necessaria modernizzazione, ma non si è ancora affrontato il cuore del problema delle liberalizzazioni, che significa la scelta di un tipo di società competitiva, completamente diversa dalla nostra, intrisa di elementi di privilegio, protezionismo e disparità, che hanno fatto prosperare interessi parassitari diffusi e radicati.

Non siamo quindi ancora al vero dibattito sulle liberalizzazioni, ma semplicemente alla fase di eliminazione di alcuni privilegi per creare le condizioni preliminari necessarie a compiere domani scelte radicali ed effettivamente liberalizzatrici, che sono innanzi tutto culturali e prevedono un approccio sistemico del tutto diverso. Il cittadino dovrà trasformarsi da destinatario di privilegi e pubblici permessi, ad individuo libero di fare, nel campo dell’iniziativa economica, tutto quello che non sia espressamente vietato. Passare dai concetti di licenza, autorizzazione, concessione, permesso, valutazione burocratica, alla autonoma facoltà di avviare qualsiasi impresa, con un solo euro di capitale, (insieme ad ulteriori facilitazioni per i giovani) rappresenta un elemento di novità epocale, che ci avvicinerà ai sistemi di tipo anglosassone.

Il Governo si è trovato di fronte al problema di dover combattere innanzi tutto contro la paura del cambiamento, piuttosto che contro il cambiamento stesso. Sappiamo bene che tale paura, diffusa in tutti i settori protetti, da quello degli occupati sindacalizzati, a quello burocratico, a quello delle professioni o delle attività commerciali abituate a vivere in una condizione di mercato e di concorrenza, per così dire, “disciplinata” all’interno di regole troppo rigide, è nemica della libertà.

I gruppi sociali, abituati da sempre a muoversi in una condizione privilegiata, resistono alla semplice prospettiva di dover affrontare il grande mare del libero mercato competitivo. Su tale terreno si distingue una “società aperta”, rispetto ad una fondata sulla difesa del protezionismo e attanagliata dallo sgomento per i rischi della concorrenza.

Anche se non si è trasformata in una scelta condivisa, la discussione avvenuta all’interno del Consiglio dei Ministri sull’abolizione del valore legale dei titoli di studio, è una novità assoluta. Fummo definiti eretici e talvolta sbeffeggiati quando cominciammo a parlare di privatizzazioni e liberalizzazioni, altrettanto sappiamo che anche la arcaica concezione delle Università come diplomifici, dovrà essere superata, valorizzando il ruolo degli Atenei, quali luoghi in cui si formano i giovani e si sviluppano i saperi, come avviene nei Paesi più avanzati del Mondo.

Ha detto bene il Presidente del Consiglio, quando ha parlato di “sacrifici ragionevoli e benefici grandi”, precisando che il suo intento non è quello di creare una giungla, ma di eliminare inutili barriere. Egli ha dimostrato di aver fatto una scelta di campo tra produttori dei servizi, ben collegati e protetti dalla politica, e fruitori, che non hanno né sindacati, né associazioni, né partiti a difenderli. Nonostante tutte le categorie intaccate protestino, e con forza, il consenso nei confronti dell’Esecutivo aumenta. Questo dimostra, per fortuna, che la società non è la somma di tali categorie, piuttosto una sorta di maggioranza silenziosa, ma vitale, non organizzata ed indifesa, quindi alla ricerca di chi sia in grado di darle ascolto.

A questa parte senza protezioni della società, che spesso è quella più dinamica, che ha voglia di fare e mettersi in gioco ed ha il gusto di rischiare, scommettendo sul proprio ingegno, si rivolgono i liberali, per rimettere al centro la persona umana, la famiglia, la cultura, la fantasia, la fiducia in se stessi, lo spirito di iniziativa, la concorrenza ed esaltare le migliori qualità di giovani che hanno voglia di intraprendere.

Tratto da Rivoluzione Liberale

1 commento

  1. Non cambierei una virgola di quanto scritto in questo articolo. Solamente mi preoccupa una cosa: va bene l’ipotesi di poter aprire società con un solo euro di capitale sociale, soprattutto se si tratta di consulenza e servizi simili. In tutti gli altri casi, personalmente, eliminerei il concetto di società individuale o di persone, che garantiscono con i beni personali la propria attività, in favore di una regolazione più precisa della costituzione di società di capitali, con capitale sociale determinato in funzione del tipo di attività svolta. Mi sembra infatti che ad oggi esistano molte società a responsabiità limitata che gestiscono volumi di affari per cui il capitale sociale minimo di 10.000 € sia del tutto inadeguato.

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