Abbiamo, più volte, fermamente ribadito il ripudio della violenza di piazza ed espresso la convinzione che, in uno Stato di diritto, la legalità deve essere difesa con decisione, mettendo in campo norme di prevenzione e repressione efficaci. Gli orfani non rassegnati di Lenin e di Stalin devono sapere che l’Italia non intende precipitare in una nuova stagione di terrorismo e di sangue, come negli anni settanta dello scorso secolo. Pertanto, da un lato, andranno con rapidità rafforzati, con nuove, urgenti norme, i poteri delle forze dell’ordine, dall’altro la magistratura avrà il dovere di applicare la leggi vigenti con rigore, irrogando ai violenti pene esemplari. Allentatasi la tensione emotiva di quelle ore, non possiamo, tuttavia, sottrarci al dovere di cercare di capire anche le ragioni di quei tanti giovani, che protestavano in forma pacifica. Le motivazioni della loro indignazione sono state oscurate dalla violenza di chi intendeva dare alla manifestazione un ruolo diverso, distorcendone le intenzioni di fondo iniziali. Bisogna riconoscere che la buia prospettiva che le giovani generazioni si trovano davanti, legittima le loro preoccupazioni per un futuro incerto, anzi decisamente buio e giustificano la loro indignazione verso una società, nel suo complesso, indifferente rispetto alla fondata richiesta di futuro, che viene da esse. Sembra che, dopo un’orgia di opulenza, spesso costruita sul nulla, perché basata principalmente sulla furbizia della bolla finanziaria e sullo spreco delle risorse pubbliche, di fronte al naufragio dell’economia, sia prevalsa la regola del “si salvi chi può”, con i padri che abbandonano ad un triste destino, che appare ineluttabile, i propri stessi figli. Un decadimento generale della cultura e di quella politica in particolare, rendono la protesta globale e rabbiosa, priva di proposte concrete e talvolta irragionevole, perché fine a se stessa, senza alcuna disponibilità al dialogo. A maggior ragione qualcuno deve tentare un approccio costruttivo e cercare risposte concrete, che non siano più quelle disastrose degli ultimi anni, basate sul precariato e la ulteriore espansione della spesa pubblica, che non possiamo più permetterci. In una moderna economia di mercato, la soluzione dei problemi delle nuove generazioni, non può che risiedere in un progetto che elimini i privilegi di quelle precedenti più garantite, assicuri una formazione di eccellenza in grado di inserire le nuove leve in un mercato che inevitabilmente sarà sempre più competitivo, possa creare le condizioni perché l’offerta venga anche dal proprio territorio e non soltanto a costo della emigrazione dei migliori cervelli. In primo luogo quindi, come ha giustamente consigliato la BCE, è necessaria una immediata riforma previdenziale, che elimini i privilegi voluti dai sindacati a favore dei dipendenti a tempo indeterminato, parificando il trattamento di tutte le categorie di lavoratori. Inoltre e soprattutto, in considerazione dell’allungamento della vita biologica, non può non essere prorogata quella lavorativa, attestandosi immediatamente, senza scalini o scaloni, agli standard degli altri Paese europei, che sono i nostri competitori industriali sui mercati internazionali. Questa riforma, rimettendo in equilibrio i conti dell’IMPS, garantirà le pensioni dei nostri figli. Il secondo capitolo è quello della formazione. Da un lato, va completamente ripensata quella professionale, che oggi è in mano a speculatori, privi di alcun raccordo col mondo produttivo e con le relative esigenze. Dall’altro va rivoluzionata quella universitaria, che deve essere di eccellenza, altrimenti, come essa è oggi, si risolve in uno spreco di risorse dello Stato e delle famiglie ed in un motivo di frustrazione per i giovani, quando, conseguita la laurea, si rendono conto di avere in tasca un titolo sovente del tutto inutile. Pertanto bisogna varare una riforma vera dell’Università; non bastano i rattoppi della Legge Gelmini. Il primo punto è la eliminazione del valore legale dei titoli di studio, di cui i liberali parlano sin dai tempi di Einaudi. Questo valorizzerebbe i saperi, rispetto agli inutili diplomi cartacei. Inoltre, dovrebbe essere ridotto il numero degli Atenei, che, con l’abolizione del valore legale, avverrebbe quasi automaticamente e consentirebbe di destinare gli investimenti a quelli di eccellenza, in grado di contendere il primato ai concorrenti più titolati nel resto del mondo. Questa riforma dovrebbe prevedere la concentrazione nelle aree meridionali di Università e facoltà di altissimo livello qualitativo, che tengano conto delle vocazioni del territorio e che si pongano, come mission, di programmare in quelle aree un grande sviluppo del terziario, dei servizi, particolarmente di quelli informatici, legati alla new economy. Questa, essendo globale, si può sviluppare ovunque esistano le condizioni culturali ed infrastrutturali di base. Si tratterebbe soltanto di cablare il territorio del Mezzogiorno, investimento persino più urgente del Ponte sullo Stretto, del potenziamento della ricettività portuale, o dell’alta velocità ferroviaria, pure necessari. Infatti la scommessa non può che essere quella di puntare sul patrimonio umano ed intellettuale per un forte recupero di crescita economica, come hanno fatto tutti i Paesi avanzati e persino le economie emergenti dell’Est asiatico. I posti di lavoro li crea soltanto lo sviluppo. Nessuno può illudersi che sia ancora percorribile la strada vetero-statalista dello Stato imprenditore o dell’impiego nella burocrazia, che assicurano occupazione protetta. Al contrario, la vendita immediata delle oltre settecento imprese pubbliche statali e locali, nonché la cessione degli immobili non necessari alle attività istituzionali, insieme ad un opera di moralizzazione ed abbattimento degli enormi costi impropri della politica, libererebbe risorse per la riduzione del debito pubblico e per finanziare la ricerca, la formazione di eccellenza e le infrastrutture. Il terzo pilastro riguarda lo sviluppo ed in particolare quello delle aree del Mezzogiorno. Bisogna far comprendere all’Unione Europea che, se lo Stato non può investire risorse, perché l’obiettivo primario è il pareggio di bilancio, come essa ci chiede, non vi è altra strada che quella di una massiccia politica di incentivi fiscali e previdenziali a favore dei nuovi investimenti, da rendere molto più allettanti per le Regioni meridionali. Questa scelta potrebbe garantire lo sviluppo, senza costi. Infatti le agevolazioni riguarderebbero materia imponibile nuova e quindi non ridurrebbero le entrate, ma le incrementerebbero, determinando, allo stesso tempo, occupazione aggiuntiva e ampliamento dei consumi. Il Governo italiano dovrebbe inoltre convincere i partners europei che i meccanismi per la concessione dei cosiddetti fondi FAS sono troppo complessi ed impongono una compartecipazione nazionale, che spesso i territori non sono in grado di reperire. L’Europa, quindi, anziché autorizzare, come ha fatto di recente, la utilizzazione delle somme di tali fondi per pagare precari, assunti in modo clientelare, che non assicurano alcuna produttività e nessuna occupazione duratura, dovrebbero essere dirottati quali incentivi fiscali di sostegno alle imprese meridionali, svantaggiate per la carenza di infrastrutture essenziali e per il maggior costo dei trasporti. Quelli sopra indicati sono, a nostro avviso, gli interventi riformatori essenziali ad una riforma in senso liberale dello Stato, che in troppi invocano, ma che quasi nessuno vuole per non scontentare le corporazioni, che determinano, nel nostro Paese, la linea politica conservatrice, sia della destra che della sinistra. Vi sono altre non meno urgenti iniziative, che, ad un tempo, risponderebbero adeguatamente alle richieste della BCE e della Unione Europea, (che non può solo imporre regole, ma deve fare attivamente la propria parte) ma principalmente a quelle dei giovani indignati, che, al netto dell’estremismo inaccettabile, bisogna riconoscere hanno le loro buone ragioni.

Tratto da Rivoluzione Liberale

3 Commenti

  1. anche a me piacerebbe capire come sia possibile la disparità di trattamento tra i parlamentari e gli altri lavoratori. Anche un parlamentare dovrebbe percepire la pensione dopo 40 anni di contributi!

  2. Caro Segretario,
    mi ero imposto il silenzio ma devo evidentemente fare una eccezione per il tramite di 2 domande :
    1) la Camera spende per pagare i vitalizi degli ex deputati ben 138 milioni e 200 mila euro, mentre il Senato 81 milioni e 250 mila euro, Le sembra giusto che i nostri parlamentari acquisiscano il diritto al vitalizio dopo 5 anni o meno mentre tutti gli altri debbono aspettare almeno 35 anni di lavoro per andare in pensione ? (transeat circa gli importi)
    2) di fronte a questa ed altre tonnellate di ingiustizie che subisce un ragazzo divenuto quasi adulto, al quale la scuola ha insegnato che occorre essere buoni, bravi ed onesti, costui, una volta resosi conto che invece in questo paese i corretti soccombono ai furbi che dilagano (spesso con l’uso dell’intimidazione, della prepotenza e anche della violenza, rimanendo perlopiù impuniti o addirittura raggiungendo traguardi sociali) cosa dovrebbe fare per protestare ?
    Spero che Voglia riflettere su queste 2 domande e magari, quando e se Vorrà, rispondere.
    Un caro e sincero saluto

  3. Uno dei migliori articoli del Segretario. Se non il migliore in assoluto per equilibrio, completezza ed incisività. E’ in occasioni come questa che si trova ancora viva quella diversità liberale di cui era fiero testimone Malagodi e della quale, pare proprio, che solo il PLI sia ancora capace di proporla in questi difficilissimi momenti come unica via per affrontarli in modo realmente risolutivo.

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