Si narra che quando nel marzo del 1804 Napoleone Bonaparte, allora primo Console di Francia e da lì a poco  imperatore dei francesi, fece rapire oltreconfine  il duca di Enghien, ultimo discendente diretto del ramo Borbone-Condé, facendolo poi fucilare all’esito di un sommario processo dinanzi ad una corte militare, qualcuno dei suoi ministri e consiglieri (forse quello degli esteri Talleyrand, o quello di polizia Fouché) ebbe ad esclamare: “è stato peggio di un crimine, è stato un errore”.
Per la verità, il rapimento in territorio straniero, il sommario processo e poi la brutale fucilazione del giovane ed incolpevole duca fu insieme un crimine ed un errore; un crimine, perché venne assassinato chi non si era macchiato di alcun delitto ma aveva avuto il solo torto di essere un oppositore politico, per altro anche abbastanza innocuo; ed un errore, perché da quel momento in poi nessuno dei tanti principi europei si sentì al sicuro neppure in casa sua, e ne risultò così incentivata la spinta a quella grande coalizione europea, dagli urali all’atlantico, che, pur tra alterne fortune, avrebbe poi  messo fine all’epopea napoleonica.
Questa combinazione di “crimine” ed “errore” è ciò che mi è venuta in mente nel momento in cui ho riflettuto sull’ultima manovra economica del nostro Governo, che ha elargito agli italiani l’ennesima dimostrazione di iniquità e di insipienza, denunziate come tali anche da una parte della sua stessa maggioranza parlamentare.
Una manovra che è iniqua (e quindi in senso lato criminale), perché il c.d. “contributo di solidarietà” – così ipocritamente chiamato dai suoi ideatori – colpisce coloro che già dichiarano (per necessità o per convinzione) tutti i loro redditi, mentre esonera tutti quegli altri che continuano invece a nasconderli, evadendo ogni forma di imposizione.
Se la prende cioè con chi più dichiara, non già con chi ha maggiori possibilità, con ciò violando spudoratamente, oltre che il buon senso, anche il dettato costituzionale (art. 53 Cost.), secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva e secondo criteri di progressività.
Ed è anche sprovveduta (e quindi erronea) perché, impoverendo ulteriormente il ceto medio già sin troppo tartassato, lo costringe a ritirarsi dai consumi, ancora di più di quanto non abbia già fatto, con inevitabili effetti sulla richiesta e quindi anche sulla produzione di beni e servizi, e quindi con un complessivo effetto recessivo, che aggraverà ulteriormente la situazione economica del Paese.
Qualcosa, tuttavia, va egualmente fatta, e le proposte non mancano, se si vuole usare il buon senso.
Già in occasione del voto parlamentare che ha portato il Governo sull’orlo della crisi, evitata il 14 dicembre scorso solo dall’irrompere sulla scena parlamentare dei così detti “responsabili”, i liberali avevano proposto di “fare cassa”, liquidando le partecipazioni finanziarie e la parte non istituzionale del patrimonio immobiliare dello Stato e degli Enti Locali, con una massiccia operazione di privatizzazioni e di liberalizzazioni che avrebbe potuto evitare al Paese l’umiliazione di farsi dettare l’agenda politica dal vertice franco-tedesco, com’è invece avvenuto appena otto mesi dopo.
Se quel consiglio fosse stato ascoltato, al di là della chiacchiera strumentale ed inconcludente con cui si fece finta di recepirlo nel maldestro tentativo di captare l’unico prezioso voto di cui allora il PLI disponeva alla Camera, ci sarebbe stato un po’ di tempo per mettere in cascina il fieno che già allora appariva necessario per passare la brutta stagione che si preannunziava, e forse saremmo giunti un po’ più preparati di fronte alla crisi di oggi.
Il fatto si è che il problema dei problemi per la finanza pubblica italiana è quello del debito sovrano, che oggi ammonta ad oltre 1.900 miliardi di €, corrispondenti a circa il 120% del PIL, e sul quale si pagano ogni anno tra 70 ed 80 miliardi di € di interessi, che solo in parte vengono corrisposti ad investitori italiani; un debito, è appena il caso di ricordarlo, che è certamente il frutto avvelenato del passato remoto, ma che il passato più recente ha ulteriormente peggiorato, posto che nel 2008 era soltanto (si fa per dire) del 106%.
Mi sembra assolutamente evidente che, senza una significativa inversione di tendenza l’Italia non potrà riacquistare credibilità, gli investitori spariranno, la crescita del PIL si arresterà del tutto e, prima o poi, sarà necessaria l’ennesima manovra a spese dei soliti noti per coprire l’inevitabile deficit di bilancio.
In una fase recessiva come l’attuale, questa inversione non potrà esserci senza una generalizzata dismissione patrimoniale, come farebbe ogni famiglia di buon senso quando non riuscisse a contrarre adeguatamente la sua spesa per beni e servizi essenziali.
Tuttavia, un’operazione del genere, fatta nell’emergenza incombente, potrebbe apparire velleitaria e comunque intempestiva; bisognerà allora ricorrere nell’immediato ad una manovra emergenziale, che però non può ancora colpire quel ceto medio che ha sin qui onestamente contribuito alla finanza pubblica, spesso anche oltre ogni ragionevolezza.
Da liberale d’antan, attento alla platea di chi il reddito lo produce e lo investe piuttosto che a quella di chi lo tesaurizza, non esito a dichiarare che proprio questo sarebbe invece il momento di incidere sui grandi patrimoni accumulati nel tempo, anche perché essi sono l’unico segno visibile della probabile evasione che ne sta a monte, quando non corrispondano a redditi capaci di averli generati.
Ed un sacrificio ulteriore potrebbe essere richiesto anche ai patrimoni “scudati”, essendo stato scandalosamente minimizzato il prelievo a suo tempo richiesto dai vari condoni fiscali  con aliquote ridicole (dal 2,5% del 2001 al 5% del 2009), ben inferiori alla più bassa di quelle applicate ai più modesti contribuenti; il che, per altro, gioverebbe anche ad esorcizzare definitivamente la tentazione di altri scandalosi condoni, la cui attrattiva risulterebbe a quel punto definitivamente azzerata.
Né mi convincono i dubbi di chi sostiene che così lo Stato mancherebbe alla parola data in quelle occasioni, trattandosi di argomento che potrebbe essere utilizzato anche per contestare ogni prelievo straordinario, a cominciare da quello sui redditi dell’anno in corso, come prevede l’attuale manovra, in palese violazione dello Statuto del contribuente (art.li 3 e 4 della L. 212-2000).
Cominciando a tassare equamente i grandi patrimoni ed i redditi dolosamente evasi, si potrebbe evitare o almeno ridurre l’iniquo prelievo tributario sui redditi regolarmente dichiarati, con una complessiva operazione di equità fiscale che verrebbe salutata con rispetto anche da chi ne risulterebbe colpito, come ha opportunamente dichiarato Montezemolo
Con aliquote adeguate spalmate in un triennio, sarebbe allora possibile abbattere una parte, anche piccola, del debito pubblico, dando il segnale di una inversione di tendenza, che i mercati potrebbero recepire come segno di ravvedimento operoso, contestualmente liberando risorse corrispondenti ai minori interessi che lo Stato è quotidianamente costretto a sborsare.
Quanto al pareggio di bilancio nel triennio, un lieve aumento dell’IVA sui beni non essenziali consentirebbe di avere il necessario gettito aggiuntivo strutturale immediatamente sostitutivo del prelievo straordinario sui redditi onestamente dichiarati, le cui aliquote andrebbero anzi ulteriormente alleggerite; e con l’occasione andrebbe introdotta una qualche detraibilità dell’IVA anche a favore del consumatore finale, facendo così emergere una massa imponibile oggi occultata.
Ci sarebbe allora il tempo di realizzare il consiglio di tutti quei liberali, dentro e fuori dalla maggioranza parlamentare, che non si sono mai stancati di invocare una drastica riduzione della spesa statale, con un complessivo ripensamento della struttura istituzionale dello Stato.
Senza alcuna necessità di ricorrere ad inutili, improbabili e comunque difficili riforme costituzionali, si potrebbe cominciare proprio con la radicale riforma dell’attuale ordinamento delle province, realizzabile anche a Costituzione invariata, sostituendo agli attuali consigli provinciali, man mano che andranno a scadere, le assemblee dei sindaci dei comuni interessati a consorziarsi, invece di promettere l’abolizione di alcune province, che è operazione praticamente impossibile per l’insorgere delle gelosie localistiche e delle proteste popolari, che solo una generalizzata tagliola potrebbe sopire; e si potrebbero anche introdurre massicce dosi di deregolamentazioni, liberando il mercato da lacci e laccioli che oggi ostacolano ogni nuova intrapresa.
Nel frattempo, si potrebbe mettere in cantiere la vendita del patrimonio pubblico per il quale chiaramente occorrono tempi non brevi e procedure non semplici, per evitare di inflazionare il mercato e di svendere i pezzi pregiati ai soliti noti.
E quando le privatizzazioni, nell’arco di due/tre anni, avranno dato i loro frutti, si potrebbe anche pensare di restituire ai “contribuenti straordinari” colpiti nell’occasione (meglio se su loro espressa loro richiesta) parte di quel contributo straordinario, non senza la doverosa istruttoria su come quei grandi patrimoni si siano nel tempo formati, spesso nella disattenzione di chi doveva vedere e provvedere: una restituzione già praticata nel 1996 per il contributo straordinario per l’Europa, e nulla impedirebbe di ripeterla, trattandosi per l’appunto di un contributo di solidarietà dedicato ad uno scopo emergenziale ben preciso.
Ripartendo poi i sacrifici sul piano normativo piuttosto che su quello economico, si potrebbe portare subito a 65 anni, come si è fatto dall’oggi al domani nel pubblico impiego, la soglia di pensionamento per le donne nel settore privato (salvo che per i lavori usuranti), e si potrebbe generalizzare il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, utilizzando il conseguente risparmio per ridurre il prelievo previdenziale su lavoratori ed imprese.
E si potrebbe elevare subito da 15 a 30 dipendenti la soglia stabilita oltre quaranta anni fa (in una situazione di microimprenditorialità oggi assolutamente inattuale) per accedere alla tutela reale (reintegrazione nel posto di lavoro) prevista dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che scoraggia qualsiasi ipotesi di sviluppo aziendale, salvo restando l’ammortizzatore della tutela obbligatoria (indennità una tantum) a carico delle imprese.
Non sono uno studioso di modelli econometrici, e quindi non mi compete di dare i numeri, ma solo di lanciare delle idee, anche per evidenziare che ci sono proposte liberali che ben si differenziano dai semplicistici ed irrealizzabili slogan cavalcati dai nostrani epigoni del tea party americano.
Credo che il combinato disposto delle ipotesi qui formulate, in cui tutto si tiene, farebbe certamente sparire qualche iniquità di troppo, mentre l’economia del Paese potrebbe subire una scossa antidepressiva tale da rimettere in moto la crescita della produzione e dei consumi, facendoci uscire dal piano inclinato che ci sta portando verso il baratro della recessione.
Senza alcun “crimine” e con qualche “errore” in meno!

Si narra che quando nel marzo del 1804 Napoleone Bonaparte, allora primo Console di Francia e da lì a poco  imperatore dei francesi, fece rapire oltreconfine  il duca di Enghien, ultimo discendente diretto del ramo Borbone-Condé, facendolo poi fucilare all’esito di un sommario processo dinanzi ad una corte militare, qualcuno dei suoi ministri e consiglieri (forse quello degli esteri Talleyrand, o quello di polizia Fouché) ebbe ad esclamare: “è stato peggio di un crimine, è stato un errore”.Per la verità, il rapimento in territorio straniero, il sommario processo e poi la brutale fucilazione del giovane ed incolpevole duca fu insieme un crimine ed un errore; un crimine, perché venne assassinato chi non si era macchiato di alcun delitto ma aveva avuto il solo torto di essere un oppositore politico, per altro anche abbastanza innocuo; ed un errore, perché da quel momento in poi nessuno dei tanti principi europei si sentì al sicuro neppure in casa sua, e ne risultò così incentivata la spinta a quella grande coalizione europea, dagli urali all’atlantico, che, pur tra alterne fortune, avrebbe poi  messo fine all’epopea napoleonica.Questa combinazione di “crimine” ed “errore” è ciò che mi è venuta in mente nel momento in cui ho riflettuto sull’ultima manovra economica del nostro Governo, che ha elargito agli italiani l’ennesima dimostrazione di iniquità e di insipienza, denunziate come tali anche da una parte della sua stessa maggioranza parlamentare.Una manovra che è iniqua (e quindi in senso lato criminale), perché il c.d. “contributo di solidarietà” – così ipocritamente chiamato dai suoi ideatori – colpisce coloro che già dichiarano (per necessità o per convinzione) tutti i loro redditi, mentre esonera tutti quegli altri che continuano invece a nasconderli, evadendo ogni forma di imposizione.Se la prende cioè con chi più dichiara, non già con chi ha maggiori possibilità, con ciò violando spudoratamente, oltre che il buon senso, anche il dettato costituzionale (art. 53 Cost.), secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva e secondo criteri di progressività.Ed è anche sprovveduta (e quindi erronea) perché, impoverendo ulteriormente il ceto medio già sin troppo tartassato, lo costringe a ritirarsi dai consumi, ancora di più di quanto non abbia già fatto, con inevitabili effetti sulla richiesta e quindi anche sulla produzione di beni e servizi, e quindi con un complessivo effetto recessivo, che aggraverà ulteriormente la situazione economica del Paese.Qualcosa, tuttavia, va egualmente fatta, e le proposte non mancano, se si vuole usare il buon senso.Già in occasione del voto parlamentare che ha portato il Governo sull’orlo della crisi, evitata il 14 dicembre scorso solo dall’irrompere sulla scena parlamentare dei così detti “responsabili”, i liberali avevano proposto di “fare cassa”, liquidando le partecipazioni finanziarie e la parte non istituzionale del patrimonio immobiliare dello Stato e degli Enti Locali, con una massiccia operazione di privatizzazioni e di liberalizzazioni che avrebbe potuto evitare al Paese l’umiliazione di farsi dettare l’agenda politica dal vertice franco-tedesco, com’è invece avvenuto appena otto mesi dopo.Se quel consiglio fosse stato ascoltato, al di là della chiacchiera strumentale ed inconcludente con cui si fece finta di recepirlo nel maldestro tentativo di captare l’unico prezioso voto di cui allora il PLI disponeva alla Camera, ci sarebbe stato un po’ di tempo per mettere in cascina il fieno che già allora appariva necessario per passare la brutta stagione che si preannunziava, e forse saremmo giunti un po’ più preparati di fronte alla crisi di oggi.Il fatto si è che il problema dei problemi per la finanza pubblica italiana è quello del debito sovrano, che oggi ammonta ad oltre 1.900 miliardi di €, corrispondenti a circa il 120% del PIL, e sul quale si pagano ogni anno tra 70 ed 80 miliardi di € di interessi, che solo in parte vengono corrisposti ad investitori italiani; un debito, è appena il caso di ricordarlo, che è certamente il frutto avvelenato del passato remoto, ma che il passato più recente ha ulteriormente peggiorato, posto che nel 2008 era soltanto (si fa per dire) del 106%.Mi sembra assolutamente evidente che, senza una significativa inversione di tendenza l’Italia non potrà riacquistare credibilità, gli investitori spariranno, la crescita del PIL si arresterà del tutto e, prima o poi, sarà necessaria l’ennesima manovra a spese dei soliti noti per coprire l’inevitabile deficit di bilancio.In una fase recessiva come l’attuale, questa inversione non potrà esserci senza una generalizzata dismissione patrimoniale, come farebbe ogni famiglia di buon senso quando non riuscisse a contrarre adeguatamente la sua spesa per beni e servizi essenziali.Tuttavia, un’operazione del genere, fatta nell’emergenza incombente, potrebbe apparire velleitaria e comunque intempestiva; bisognerà allora ricorrere nell’immediato ad una manovra emergenziale, che però non può ancora colpire quel ceto medio che ha sin qui onestamente contribuito alla finanza pubblica, spesso anche oltre ogni ragionevolezza. Da liberale d’antan, attento alla platea di chi il reddito lo produce e lo investe piuttosto che a quella di chi lo tesaurizza, non esito a dichiarare che proprio questo sarebbe invece il momento di incidere sui grandi patrimoni accumulati nel tempo, anche perché essi sono l’unico segno visibile della probabile evasione che ne sta a monte, quando non corrispondano a redditi capaci di averli generati.Ed un sacrificio ulteriore potrebbe essere richiesto anche ai patrimoni “scudati”, essendo stato scandalosamente minimizzato il prelievo a suo tempo richiesto dai vari condoni fiscali  con aliquote ridicole (dal 2,5% del 2001 al 5% del 2009), ben inferiori alla più bassa di quelle applicate ai più modesti contribuenti; il che, per altro, gioverebbe anche ad esorcizzare definitivamente la tentazione di altri scandalosi condoni, la cui attrattiva risulterebbe a quel punto definitivamente azzerata.Né mi convincono i dubbi di chi sostiene che così lo Stato mancherebbe alla parola data in quelle occasioni, trattandosi di argomento che potrebbe essere utilizzato anche per contestare ogni prelievo straordinario, a cominciare da quello sui redditi dell’anno in corso, come prevede l’attuale manovra, in palese violazione dello Statuto del contribuente (art.li 3 e 4 della L. 212-2000).Cominciando a tassare equamente i grandi patrimoni ed i redditi dolosamente evasi, si potrebbe evitare o almeno ridurre l’iniquo prelievo tributario sui redditi regolarmente dichiarati, con una complessiva operazione di equità fiscale che verrebbe salutata con rispetto anche da chi ne risulterebbe colpito, come ha opportunamente dichiarato MontezemoloCon aliquote adeguate spalmate in un triennio, sarebbe allora possibile abbattere una parte, anche piccola, del debito pubblico, dando il segnale di una inversione di tendenza, che i mercati potrebbero recepire come segno di ravvedimento operoso, contestualmente liberando risorse corrispondenti ai minori interessi che lo Stato è quotidianamente costretto a sborsare.Quanto al pareggio di bilancio nel triennio, un lieve aumento dell’IVA sui beni non essenziali consentirebbe di avere il necessario gettito aggiuntivo strutturale immediatamente sostitutivo del prelievo straordinario sui redditi onestamente dichiarati, le cui aliquote andrebbero anzi ulteriormente alleggerite; e con l’occasione andrebbe introdotta una qualche detraibilità dell’IVA anche a favore del consumatore finale, facendo così emergere una massa imponibile oggi occultata.Ci sarebbe allora il tempo di realizzare il consiglio di tutti quei liberali, dentro e fuori dalla maggioranza parlamentare, che non si sono mai stancati di invocare una drastica riduzione della spesa statale, con un complessivo ripensamento della struttura istituzionale dello Stato.Senza alcuna necessità di ricorrere ad inutili, improbabili e comunque difficili riforme costituzionali, si potrebbe cominciare proprio con la radicale riforma dell’attuale ordinamento delle province, realizzabile anche a Costituzione invariata, sostituendo agli attuali consigli provinciali, man mano che andranno a scadere, le assemblee dei sindaci dei comuni interessati a consorziarsi, invece di promettere l’abolizione di alcune province, che è operazione praticamente impossibile per l’insorgere delle gelosie localistiche e delle proteste popolari, che solo una generalizzata tagliola potrebbe sopire; e si potrebbero anche introdurre massicce dosi di deregolamentazioni, liberando il mercato da lacci e laccioli che oggi ostacolano ogni nuova intrapresa.Nel frattempo, si potrebbe mettere in cantiere la vendita del patrimonio pubblico per il quale chiaramente occorrono tempi non brevi e procedure non semplici, per evitare di inflazionare il mercato e di svendere i pezzi pregiati ai soliti noti.E quando le privatizzazioni, nell’arco di due/tre anni, avranno dato i loro frutti, si potrebbe anche pensare di restituire ai “contribuenti straordinari” colpiti nell’occasione (meglio se su loro espressa loro richiesta) parte di quel contributo straordinario, non senza la doverosa istruttoria su come quei grandi patrimoni si siano nel tempo formati, spesso nella disattenzione di chi doveva vedere e provvedere: una restituzione già praticata nel 1996 per il contributo straordinario per l’Europa, e nulla impedirebbe di ripeterla, trattandosi per l’appunto di un contributo di solidarietà dedicato ad uno scopo emergenziale ben preciso.Ripartendo poi i sacrifici sul piano normativo piuttosto che su quello economico, si potrebbe portare subito a 65 anni, come si è fatto dall’oggi al domani nel pubblico impiego, la soglia di pensionamento per le donne nel settore privato (salvo che per i lavori usuranti), e si potrebbe generalizzare il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, utilizzando il conseguente risparmio per ridurre il prelievo previdenziale su lavoratori ed imprese.E si potrebbe elevare subito da 15 a 30 dipendenti la soglia stabilita oltre quaranta anni fa (in una situazione di microimprenditorialità oggi assolutamente inattuale) per accedere alla tutela reale (reintegrazione nel posto di lavoro) prevista dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che scoraggia qualsiasi ipotesi di sviluppo aziendale, salvo restando l’ammortizzatore della tutela obbligatoria (indennità una tantum) a carico delle imprese.Non sono uno studioso di modelli econometrici, e quindi non mi compete di dare i numeri, ma solo di lanciare delle idee, anche per evidenziare che ci sono proposte liberali che ben si differenziano dai semplicistici ed irrealizzabili slogan cavalcati dai nostrani epigoni del tea party americano.Credo che il combinato disposto delle ipotesi qui formulate, in cui tutto si tiene, farebbe certamente sparire qualche iniquità di troppo, mentre l’economia del Paese potrebbe subire una scossa antidepressiva tale da rimettere in moto la crescita della produzione e dei consumi, facendoci uscire dal piano inclinato che ci sta portando verso il baratro della recessione.Senza alcun “crimine” e con qualche “errore” in meno!

7 Commenti

  1. Sono sostanzialmente d’accordo con quanto proposto eccetto con l’idea di alineare la partecipazione statale in Eni ed Enel. Il settore energetico rappresenta una delle leve fondamentali per uno Stato sullo scenario internazionale e l’Italia non ha un settore privato così forte da potersi sostituire allo Stato nella fase contrattuale. Pertanto è bene che il settore energetico rimanga ancorato al bastione pubblico pur concedendo, come risulta anche adesso del resto, che esista un azionariato diffuso affiancato alla quota di maggioranza relativa pubblica. Sarebbe un atto molto pericoloso perdere il controllo del settore energetico perchè qualora questo venisse acquistato da entità estere perderemmo il controllo della nostra politica energetica con conseguenze nefaste e da paese sudamericano… Se non vado errato neppure il governo britannico ha mai perso il controllo della BP.

  2. Ottimo articolo, che sottoscrivo e vado a condividere. Foirse oltre alle Province, sarebbero da riorganizzare abnche le Regioni, riducendone di numero. e poi riddurrei drasticamente il numero dei Parlamentari del 50%, da eleggere xrò attaverso la reintroduzione o della Preferenza, o del Collegio Uninominale (quest’ultimo è il sistema che preferisco).
    Faccio fatica a cogliere il riferimento ai Tea Party che anche in Italia, come negli USA si stanno battendo per la riduzione del prelievo fiscale, che dovrebbe essere una battaglia tutt’altro che damagogica, altamente meritoria, e assolutamente Liberal. Che a volte i toni possano essere aspri, volutamente provocatori e sopra le righe, beh, appartiene al giuoco dei mass-media, che se non “urli” non ti considerano. Quindi, lungi dal polemizzare, uniamo le forze, Liberali, Liberisti, Movimenti anti-oppressione fiscale….per una giusta causa. Tornare ad essere CITTADINI (non più sudditi), spezzare le catene della schivitù, tornare a rspirare aria di Libertà. E, soprattutto, portare il nsotro paese fuori dal tunnel.
    Chiudo con quello che potrebbe essere lo slogan Liberale, per la Società Aperta, in un mondo sempre più globalizzato:
    Meno Stato, più Libertà, Meno tasse/fisco, più Crescita, meno Società più Individuo.

  3. Condivido e sottoscrivo quasi tutto, in particolar modo il procedere con i piedi di piombo consigliato dal sen. Palumbo per la ragione, a cui mi associo, di chi ha fatto notare che senza costruire un argine invalicabile per chi ha finora speso e sparso a destra e a manca, ci ritroveremmo in breve nella stessa situazione di oggi . . . e senza più nulla da tagliare, privatizzare e liberalizzare.

    Se infatti i decisori (chiamiamoli così) possono spendere a loro piacimento senza un luogo ove rispondere delle proprie azioni, perchè dovrebbero smettere di spendere e spandere rinunciando semplicemente a rastrellare denari alzando più o meno palesemente tasse e imposte ?

    Per questa ragione i mercati non si fidano affatto di queste manovre e continuano a deprimere le borse per fare acquisti “mirati” dove è più conveniente e nel contempo costringere i governi dei paesi “deboli” ad emettere titoli di stato con interessi record.

    Se veramente vogliamo dare un taglio netto a questo stato di fragilità, crescere del 2,5-3% anno, mantenere un rapporto produzione/consumi/export profittevole e soprattutto non rischiare il ripetersi di questi disastri statali, allora dobbiamo vedere oltre :

    1. impedire che governo/parlamento possa spendere più di quanto incassa (deficit spending SOLO per per investimenti);
    2. art. 18 applicabile solo alle imprese medie e grandi (p.e. da 100 dipendenti e oltre);
    3. liberalizzazione dei servizi pubblici locali mediante gare pubbliche obbligatorie (mai più affidamenti diretti c.d. “in house”);
    4. liquidazione o vendita sul mercato delle decine di migliaia di municipalizzate.

    Ovviamente resta l’amletica domanda :” chi farà queste cose ? Con quali strumenti ?”

    Beh, questa volta tocca proprio a loro, ai politici, se lo vogliono fare lo faranno altrimenti andremo sempre peggio, e poi chi vivrà vedrà …. forse una volta tanto farebbero bene a mettersi da parte ed ammettere che finora non sono stati capaci ….. non sarebbe già una buona prova l’aver capito i propri limiti ???

    Questo Paese è stracolmo di gente fantastica, capace, competente, geniale, basta andare un po’ in giro per il mondo e vedere che dovunque ci sono imprenditori, professori, ricercatori, medici e intellettuali italiani che come vanno all’estero primeggiano in ogni campo del sapere, ma al governo e al parlamento ci sono solo politici di professione che non rispondono a nessno, tantomeno ai propri elettori (visto che le liste se le fano i partiti). Io vedo tutti che si piangono addosso nessuno che si assumea le proprie responsabilità, che spettacolo puerile e irritante.

    Occorre cambiare questo stato di cose pe il bene comune, la res publica, chiamatela come volete, ma occorre farlo …. perchè già oggi mala tempora currunt

  4. Senza una seria riduzione e riorganizzazione della spesa pubblica, qualsiasi manovra sarà inutile, servirà solo ad ingrassare le pance dei politici e di tutti quelli che sono legati a loro attraverso interessi clientelari. Ma questa è anche l’unica cosa che probabilmente l’attuale classe politica, sia essa di dstra, centro o sinistra, non è in grado di fare. E noi liberali?
    Io sarei ben disposto a pagare tutto quello che c’è da pagare, se servisse a qualcosa! Ma pagare e basta, non serve a niente, se non ad alimentare la rabbia dei cittadini impotenti. E questa soluzione non dà nè risposte, nè , soprattutto, garanzie.
    Vendere i gioielli di famiglia, mettere nuove tasse, non serve a niente. Il problema è a monte, il problema è squisitamente politico, e di questo, ahimè, nelll’articolo non vi è cenno.
    Politicamente, poi, cosa ce ne viene ad inseguire la sinistra sul suo territorio? Non dovevamo attirare gli elettori del centro-destra delusi? Perchè questa pretesa di rappresentare sempre ‘tutte’ le parti, quando è solo una parte quella che dobbiamo rappresentare (da cui il nome partito). Se non abbiamo voglia di fare questo, possiamo già da adesso trasformarci in associazione culturale, ma non più partito.
    La chiosa che chi vorrà vedere indietro i soldi ‘dovrà nell’ occasione evidenziare come e qualmente quel patrimonio si sia formato’ è chiaramente inquisitoria e per nulla liberale. Insomma, pero che la posizione ufficiale del partito sia diversa.

  5. Grazie per il commento e per la segnalazione della ripetizione dell’articolo; per quest’ultimo inconveniente, prego chi gestisce il sito di volere cortesemente provvedere, io non sono in grado di farlo.
    Quanto alla “probabile evasione” che potrebbe stare a monte dei grandi patrimoni, ovviamente, bisognerebbe procedere coi piedi di piombo.
    Il progetto che ho cercato di veicolare nell’articolo è, in breve, il seguente:
    1) nell’immediato, data l’emergenza, si preveda un contributo straordinario di solidarietà a carico dei grandi patrimoni, anche se scudati (quest’ultima operazione va ovviamente verificata nella sua fattibilità tecnica);
    2) si alzi di un punto l’IVA sui consumi non essenziali, e si renda tutta l’IVA detraibile anche per il consumatore finale (questo semplice accorgimento farebbe emergere subito buona parte dei 60/70 miliardi di IVA evasi ogni anno, mentre l’anno successivo l’IRPEF persa per la relativa detrazione verrebbe riguadagnata dall’emersione dei redditi evasi);
    3) si porti da subito a 65 anni l’età pensionabile per le donne anche nel settore privato, come si è già fatto nel pubblico;
    4) si porti da 15 a 30 la soglia per la tutela reale (obbligo di riassunzione) prevista dallo Statuto dei lavoratori;
    5) si elimini da subito il contributo straordinario che graverebbe solo sul ceto medio che già dichiara tutti i redditi;
    6) man mano che andranno a scadere i consigli provinciali (tutti, e non solo alcuni, che poi vuol dire nessuno) li si sostituisca con assemblee dei sindaci della provincia senza indennità o poteri aggiuntivi se non quelli di fare funzionare i pochi servizi ancora di competenza della provincia (ovviamente, ciò non esclude anche altri interventi per la riduzione dei costi della politica, che però potranno avere solo un significato simbolico);
    7) nel frattempo, si avviino le complesse procedure per la iquidazione del patrimonio mobiliare dello Stato (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste, Rai, etc.) e degli Enti locali (partecipazioni nei sevizi pubblici locali), e del patrimonio immobiliare non istituzionale;
    8) quando tutto ciò andrà a regime e si sarà rimessa in moto la crescita dell’economia, si restituisca (in tutto o in parte) il contributo straordinario oggi prelevato sui grandi patrimoni, e però dietro espressa richiesta di chi l’abbia versato, che dovrà nell’occasione evidenziare come e qualmente quel patrimonio si sia formato (redditi dichiarati, eredità, liberalità, guadagni di borsa, affari particolarmente lucrosi, compravendite vantaggiose, etc.).

  6. Sono in larga parte d’accordo con la “ricetta” proposta, alcuni punti sono sacrosanti. Ma su un paio di aspetti ho rilievi ideologici.
    – L’aumento dell’IVA: già dai miei primi rudimenti di microeconomia ebbi modo di vedere formalizzato l’effetto negativo di un’imposta indiretta sull’utilità sociale. Un aumento “virtuale” dei prezzi per i consumatori, a fronte di un calo degli introiti di chi produce, ha un effetto deprimente sulle transazioni. Teoricamente, sarebbe molto più favorevole alla crescita operare il medesimo prelievo mediante imposte dirette.
    – Tassazione dei grandi patrimoni: d’accordo a colpire le ricchezze inerti o quasi, ma il richiamo alla “probabile evasione” mi spaventa un po’. Ormai da decenni il nostro fisco si basa sul pericoloso concetto di “probabile evasione”, ho conosciuto aziende che hanno dovuto chiudere per maxi-multe basate su accertamenti induttivi. Più in generale ravvedo in buona parte degli adempimenti formali il velleitario tentativo di arginare una potenziale evasione, ma come si sa, gli adempimenti formali sono puntualmente osservati da chi già non evade, mentre chi evade non ne viene più di tanto ostacolato.
    Senza contare quella sorta di emarginazione sociale che prova un autonomo quando, pur adempiendo scrupolosamente ai propri obblighi fiscali, sente criminalizzare in toto la sua categoria per quella percentuale di disonesti che “può” ma soprattutto vuole evadere.
    Quindi sono d’accordo con l’impianto di base ma ammonisco, chi si ritiene liberale, ad utilizzare con molta molta cautela il concetto di “probabile evasione”.
    Per il resto, mi auspico che la ricetta liberale abbia modo di essere presa in seria considerazione laddove vengano decise le sorti del paese.
    Cordiali saluti.

    P.S. Attenzione che l’articolo è ripetuto due volte.

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