Da molto tempo siamo convinti assertori che l’immagine di ogni Governo ha una forte ricaduta sulla credibilità finanziaria del proprio Paese. Da venerdì scorso la paura dei mercati, connessa ad un fenomeno speculativo che ha colpito l’Italia, si è diffusa in tutta l’Europa. La Consob ha subito dovuto intervenire sugli acquisti allo scoperto. Probabilmente il Ministro dell’Economia dovrà chiedere al Parlamento di rafforzare le misure contenute nella manovra. La stessa opposizione, ascoltando l’invito del Capo dello Stato, si vedrà probabilmente costretta ad attenuare i propri toni in sede di conversione del Decreto.

Il nostro Paese è indiscutibilmente sotto il tiro della speculazione. Certo, molto dipende da obiettive condizioni non tutte o non del tutto attribuibili al Governo, come la crisi economica internazionale, l’enormità del debito pubblico, la crescita dello spread sui relativi interessi rispetto ai bund tedeschi. Ma una parte significativa deriva proprio dalla caduta di credibilità sul piano internazionale del Governo ed in particolare del Presidente del Consiglio.

Un minimo di decenza vorrebbe che, in una situazione del genere, per evitare alla comunità nazionale guai ancora maggiori, l’esecutivo si dimettesse per evitare di assumersi la responsabilità della completa bancarotta del Paese. L’uscita di scena di un Governo, ormai screditato su tutti i fronti, avrebbe certamente un effetto benefico sui mercati, come sugli investitori, che non intendono rischiare di fronte ad una così grave incertezza di carattere politico.

Si potrebbe quindi cercare una maggioranza parlamentare molto ampia per dar vita da una  compagine di Unità Nazionale, che servirebbe a dare immediatamente nuova credibilità all’intero Paese. Inoltre tale coalizione potrebbe  avere la forza necessaria per varare alcuni, urgenti, provvedimenti impopolari, evitando di rimandare, come ha fatto Tremonti, la parte più consistente della manovra al biennio 2013/2014, cioè ad un periodo successivo alla fine dell’attuale legislatura.

Una larga maggioranza, guidata da una personalità di indiscusso prestigio, oltre al necessario intervento di carattere economico, potrebbe approvare una legge elettorale, che superi l’attuale indegno “porcellum”, evitando di dover ricorrere al referendum. Si potrebbe così confidare, dopo le elezioni, anticipate o meno, in un Parlamento più autorevole e più vicino ai cittadini di quello attuale, popolato da inquisiti e servitori. Il PLI ripete tutto questo da mesi, purtroppo inascoltato. Ci  auguriamo che, anche grazie alla moral suasion del Presidente della Repubblica, si possa aprire una nuova fase di dialogo per superare l’attacco della speculazione contro i titoli di Stato e per riscrivere la regola fondamentale del vivere democratico, rappresentata dalla Legge Elettorale.

Mossi dal desiderio di esercitare una spinta in tale direzione, con senso di responsabilità, abbiamo contribuito all’iniziativa referendaria volta a cancellare la legge elettorale vigente, auspicando il ritorno in vigore di quella precedente, che certo non ha suscitato i nostri entusiasmi quando fu varata, nel 1993, da un Parlamento sotto schiaffo e che, nelle tre legislature nelle quali è stata applicata, non ha dato grandi risultati. Tuttavia, allora, gli elettori conoscevano quanto meno i nomi dei propri candidati di collegio e potevano esercitare una scelta, che oggi, con le liste bloccate decise dai capi partito, è assolutamente impossibile.

Soltanto il timore di un risultato referendario travolgente, potrebbe imporre all’attuale Parlamento di trovare l’intesa per una ragionevole riforma, sostenuta da un largo consenso e che sia in grado di riaffermare il principio che la sovranità appartiene agli elettori e non ai padroni dei partiti.

La condizione dell’Italia è troppo grave e seria per continuare con i tatticismi ed i rinvii. Il Capo del Governo è talmente screditato da evitare persino gli interventi telefonici domenicali ai convegni del proprio partito, mentre le correnti si organizzano per ricercare nuovi assetti e nuove collocazioni.

Soltanto un sussulto di orgoglio nazionale, ci può salvare. Se Berlusconi se ne rendesse conto e decidesse di favorire il necessario cambiamento con le proprie dimissioni, siamo convinti che gli italiani saprebbero apprezzare un simile gesto di responsabilità.

2 Commenti

  1. Basta, io adesso voglio sapere chi è l’artefice della Bancarotta Italiana e chiedo ufficialmente al Deputato e Vice segretario del PLI di fare un urgente interrogazione con cui chiedere dove finiranno tutti i soldi di questa appropriazione indebita che i signori governanti ci stanno imponendo. Organizziamoci a tutti i livelli perché non è più possibile continuare in questa direzione. La goccia è traboccata adesso serve la nostra organizzazione per cacciare questi elementi subito!

  2. Ineccepile analisi della situazione politica e proposta seria nell’interesse del Paese. La “scuola di pensiero” dei Liberali e’ sempre ancorata ai connotati della sobrieta’.

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