Si ritorna a parlare del porto di Catania, in un momento in cui la concessione del demanio pubblico ha fatto veramente ridere lasciando che i privati acquisissero in via «eterna» la concessione e, nel contempo, rendere eterni gli investimenti nelle strutture. Ma se di eterno si deve parlare in un territorio in cui il malaffare incontra una burocrazia da un occhio sempre più chiuso piuttosto che aperto, succede che tocca direttamente ai cittadini farsi forza e lasciarsi informare da quanti, in silenzio, non vogliono rimanere.

Petizione di firme per sollecitare un incontro pubblico con le maestranze cittadine per fermare la realizzazione dello sconvolgente progetto della ditta Acqua Marcia che prevede, all’inizio della Plaja catanese, la super privatizzazione per novanta anni di trenta ettari (300.000 mq) di demanio pubblico marittimo per la costruzione di un famigerato porto turistico e la realizzazione di un grande centro commerciale.

Ne avevamo a lungo parlato, ma gli esponenti del Pli (Partito liberale italiano) hanno direttamente portato la protesta in piena via Etnea per rendere noto quanto accade all’insaputa dei cittadini cui non è stata data la possibilità né di scelta né di informativa. Giù con le firme, quindi, per testimoniare il disappunto contro quel finto sviluppo che vogliono propugnarci fino a farlo ingerire. Ma che cosa succede in città? Molti progetti, una privatizzazione imbarazzante e soprattutto un generale «marameo» a leggi scritte quanto etiche di salvaguardia ambientale.

In città succede che abbiamo un porto polifunzionale pubblico, ossia pagato con le tasche di tutti i cittadini, che si vuol far diventare non approdo turistico (com’è attualmente ed eventualmente maggiormente potenziato) ma un vero e proprio porto turistico. Come, lo ribadisce Marcello Di Luise, responsabile Pli: «Noi abbiamo un porto pubblico che dovrebbe essere messo a disposizione della città: una totale apertura non solo alla cittadinanza, ma anche a quanti intendono investirvi regolarmente; e invece si decide nella totale disinformazione dei cittadini di affidare trenta ettari, sui sessanta disponibili, a un unico soggetto privato, già noto in città per essere autore del “Mulino Santa Lucia”, una struttura posizionata sull’unica via di fuga in caso di evento sismico, ma chissà come e perché ci ritroviamo questo colosso lì ben in mostra, evidentemente è questa la maniera di intendere la pubblica funzione, la stessa che adesso viene perpetuata con un progetto di privatizzazione dei suddetti trenta ettari, annullando la concorrenza, che per noi è base del progresso, per portare avanti progetti avanguardistici fondati su irregolarità».

E così non lo pensa solamente il Pli, ma anche le forze democratiche e i comunisti, così come e soprattutto gli addetti ai lavori che, per bocca di Fabio Micalizzi, presidente «pescatori marittimi professionali», esprimono il loro no: «Presenti sul territorio da ben quindici anni, abbiamo nel tempo visto negati sempre più diritti e il disinteresse è  pressoché allarmante. Prima ancora di parlare di opere colossali, che nulla hanno a che vedere con la funzionalità più pratica di un porto, come mai da anni non riceviamo risposte alle nostre lamentele? Abbiamo più volte denunciato la carenza dei bidoni per rifiuti, l’indifferenziata è totalmente inesistente, le isole ecologiche sono alla stregua, eppure sono previste dalla legge, non è attuata alcuna raccolta per rifiuti speciali quale, ad esempio, per gli oli, gli spazi per i pescherecci stanno via via restringendosi a favore di altre concessioni di dubbia regolarità, e ancora abbiamo chiesto l’attuazione di una video sorveglianza all’interno dell’area portuale: non sono mancati furti e atti vandalici. I nostri interrogativi e le nostre richieste sono solamente stati seguiti da un silenzio vergognoso. Come si spiega?».

A Catania fare i conti con la vergogna non è poi un’utopia e il concreto esempio è presto fornito: «Esiste un piano regolatore che viene insistentemente presentato al consiglio comunale e sino a oggi bocciato – continua Di Luise – che vede la realizzazione di “unmilionecentonovernila” metri cubi di edifici alti oltre i dieci metri, pluripiano, il che tradotto significa ritrovarsi una edificazione sulle banchine del porto quattro volte Corso Martiri della Libertà, come se tutto ciò fosse normale, come se le banchine fossero edificabili: se dividessimo la volumetria per le porzioni di banchina che occupano, ne risulterebbe una edificazione di 13 metri cubi per mq, tipo New York praticamente». Ma come se non bastasse esiste un’altra faccia del progetto ed è quella che coinvolge il torrente Acquicella: «Altra anomalia all’interno del sedile portuale è il progetto della società Acqua Marcia di edificare 400.000 m.c. sul torrente Acquicella in barba a tutte le leggi che vietano la costruzione a meno di 150 metri dalla riva, che vietano
di tombare, deviare i torrenti, lasciando che madre natura faccia il suo corso (abbiamo gli esempi della catastrofi di Trani e Soverato, perché rischiare ancora?). Eppure si continuano a progettare opere di tipo commerciale, alberghi, supermercati, centri, che nulla hanno a che vedere con la funzione propria di approdo turistico. Gli stessi sarebbero ipotizzabili in un porto turistico, si veda quello nel messinese costruito su terreni privati, ma non è il caso del porto di Catania che, ancora una volta, ricordiamo essere polifunzionale e pubblico. Pensare di realizzare qualcosa del genere all’interno della città significa lasciare libero arbitrio all’irregolarità».

E chissà se almeno stavolta il buon senso possa prevalere sugli affari dei pochi ma grossi nomi che circolano. Ma una cosa tocca sottolinearla: «Il sindaco Raffaele Stancanelli ha una grande responsabilità in questa situazione: non può dimenticare di essere componente di diritto del comitato di gestione portuale, di questo ente pubblico,
insieme con il presidente della Regione Sicilia e della provincia, e, pertanto, deve prenderne atto».
Al momento sono quattro i partiti «indignatos» che hanno denunciato questa situazione: il Pli per l’appunto, Rifondazione comunista, Sinistra ecologica e libertà e Fli.

UN PORTO «LIBERO». Il luogo dove dovrebbe sorgere il porto turistico (in alto) e la raccolta di firme per impedirlo (sopra). A destra, una veduta del porto di Catania, e un momento dell’intervista tra la giornalista e Marcello De Luise, che da anni si batte per un porto «libero»

Intervista tratta dal settimanale MAGMA del 19 giugno 2011 – scarica il pdf