Complimenti a Silvio Berlusconi, ancora un colpo di teatro: la scelta di Angelino Alfano come segretario del Partito, ammettendo di averla compiuta “interamente da solo”,  è veramente una novità. Anziché salire sul predellino, questa volta, appena rientrato a Roma, ha riunito lo stato maggiore del PDL ed ha notificato la sua decisione; quindi non in diretta televisiva, ma nella sala del trono.

Il grande comunicatore ha ottenuto contemporaneamente l’effetto di archiviare, di fatto, la sconfitta delle amministrative e di bloccare le grandi manovre interne al suo movimento da parte di chi intendeva approfittare della sua momentanea debolezza. I coordinatori, che potevano perdere tutto, sono stati graziati con una piccola, non sostanziale retrocessione. Le nascenti correnti hanno capito chi comanda tuttora. Tremonti, che esce sconfitto e notevolmente ridimensionato, rimane avvertito e gli è stato intimato anche di produrre, con urgenza, un lavoro di fantasia sulla riduzione della pressione fiscale. Scajola è stato invitato a mettersi a cuccia, altrimenti rischia di ritrovarsi rinchiuso nel canile del giardino di Arcore. A Formigoni, che è un osso più duro, è stato fatto balenare che il Ministero della Giustizia potrebbe andare a Maurizio Lupi, della sua stessa setta  di Comunione e Liberazione. Gli altri, come sempre, non possono far altro che applaudire, compresi gli ex di AN, che dopo la definitiva rottura con Fini, non sono più in grado di minacciare scissioni, perché corrono il rischio di un bottino ancor più magro di quello del Presidente della Camera. L’unico in sofferenza è forse Alemanno, ma da solo, non ha spazio di manovra.

In realtà tutto questo sarebbe poco importante, perché non è altro che un copione che si ripete, con il suo contorno di promesse e  buone intenzioni sulle riforme da fare nello scorcio che rimane della legislatura. In realtà ha l’effetto di smarcare il caimano dall’angolo nel quale era stato rinchiuso, dimostrando ancora una volta che il PDL è lui, anzi è suo.

Nessuno lo erediterà, la scelta del segretario bambino, lungi dall’essere, come qualcuno vorrebbe accreditare, un segno di rinnovamento, è l’unico modo perché tutto cambi senza che nulla cambi. Ogni giorno il padre – padrone del movimento gli darà l’ordine di servizio, facendogli credere che, con l’assoluta obbedienza, si conquisterà il ruolo di erede. Si aprirà, quindi, una interminabile discussione sulle modalità per arrivare ad un congresso, che tuttavia, pur se si giungerà all’ evento, saranno quelle di sempre: una persona che decide, gli altri ad applaudire ed una coreografia di musiche, colori celestiali, un nuovo inno, magari una nuova denominazione del partito e poi, veline, nani, ballerine, escort, leccaculo, palestrati ed il solito clima da fiction televisiva accattivante.

Tutto questo significa che si intende rilanciare sul bipolarismo, approfittando anche delle difficoltà del PD, quasi costretto dai risultati elettorali ad allontanarsi dal centro per fare i conti con SEL e IDV, che, in questo momento, sono in grado di dettare le proprie condizioni.

Il grande sforzo del Presidente della Repubblica di mostrare un volto diverso dell’Italia ai Capi di Stato, che nel sessantacinquesimo anniversario della Repubblica e nel centocinquantesimo dalla Unità, sono venuti a rendergli omaggio, rischia di essere vanificato. Il “Rinascimento politico ed economico”, evocando Cavour, auspicato da Mario Draghi, appare una vana speranza, perché, senza una partecipazione convinta dei ceti produttivi, esso appare un obiettivo irrealizzabile.

Intanto la decisione della Corte di Cassazione, opinabile sul piano del diritto, di ammettere il referendum sul nucleare, persino cambiando il quesito da scrivere sulla scheda, se dovesse sortire l’effetto di indurre il cinquanta per cento più uno degli italiani a recarsi alle urne, sotto l’effetto emozionale del disastro di Fukushima, condannerà il nostro Paese, dopo il tragico errore del no del 1987, unico tra i Paesi più industrializzati del mondo, ad una definitiva rinuncia all’opzione nucleare.

Tutto questo, in un momento di grandissima incertezza sulle prospettive finanziarie ed economiche e di fronte ai gravosi impegni nei confronti dell’UE per il progressivo rientro del debito pubblico entro il sessanta per cento del PIL, previsto dai trattati, rende il futuro molto incerto e riduce i margini di tollerabilità delle trovate teatrali del Premier, senza sostanziali riforme.

Servirebbe, fuori dal coro, una voce liberale forte ed in grado di arrivare ai tanti smarriti, che hanno scelto il non voto perché rifiutano la telenovela berlusconiana, ma non intendono consegnarsi al moderno Masaniello, De Magistris.

Stefano de Luca