Facendo seguito all’invito della Direzione Nazionale del 9 giugno scorso, di votare in assoluta libertà orientandosi in merito ai quesiti e sulla base della sensibilità di ciascuno, considerato che il referendum è un istituto di democrazia diretta, abbiamo da tempo costituito in Puglia un Comitato Referendario IO VOTO NO e di seguito riepilogo i motivi.

I quesiti referendari sono 4:

uno chiede di abrogare la norma che consente ai membri del governo di non presenziare alle udienze dei processi penali nei quali sono coinvolti, per legittimo impedimento (norma che abrogata o meno, non modifica la vita dei Cittadini Italiani).

Un altro chiede di abrogare la norma che consente la costruzione di nuove centrali nucleari sul territorio nazionale (norma superata dalla moratoria recentemente approvata dal Governo e i cui effetti comunque sono incerti attesi i tempi biblici necessari per la costruzione, da zero, di una centrale nucleare).

Gli altri due (che peraltro sulle schede saranno il Primo e Secondo Quesito) sono stati denominati referendum per l’acqua pubblica e sono un tristissimo esempio di disinformazione e di mistificazione sia riguardo i contenuti effettivi delle norme in discussione; sia riguardo la situazione effettiva in cui versa il settore idrico nel nostro Paese. Già solo per questo, le persone serie dovrebbero votare NO. La questione è peraltro complessa e si cercherà di semplificarla il più possibile.

“Tutte le acque di superficie e sotterranee appartengono al demanio dello Stato. Le acque costituiscono una risorsa che va tutelata e utilizzata secondo criteri di solidarietà……Gli usi diversi dal consumo umano sono consentiti nei limiti nei quali le risorse idriche siano sufficienti e a condizione che non ne pregiudichino la qualità.”

“Gli acquedotti, le fognature, gli impianti di depurazione e le altre infrastrutture idriche sono di proprietà pubblica; fanno parte del demanio e sono inalienabili”.

Non sono affermazioni queste di uno dei manifesti dei comitati/movimenti denominati “acqua pubblica”, ma previsioni di una legge italiana da molti anni in vigore; artt.143 e 144 dlgs 152/2006. La legge vigente dunque già sancisce che l’acqua è pubblica e già prevede che le infrastrutture idriche siano pubbliche. Sicchè nessun referendum consentirà di avere l’acqua pubblica in Italia. Perché è già cosi’!

Qual è allora il tema/obiettivo dei due referendum per l’acqua pubblica in un Paese dove acqua e infrastrutture sono, come  detto, già pubbliche?
Stando alla documentazione prodotta a corredo delle iniziative referendarie, s’intende impedire che la gestione del servizio idrico sia affidata con gare pubbliche (primo quesito) e cancellare dai parametri per la quantificazione della tariffa idrica la remunerazione degli investimenti effettuati dal gestore del servizio idrico (secondo quesito).
Sono temi/obiettivi condivisibili? ASSOLUTAMENTE NO. E capiamo perché.

Il primo quesito referendario intende abrogare l’art.23-bis del decreto legge 112/08 (e successive conversioni e modificazioni) che, in applicazione di norme comunitarie, disciplina l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica; e che  intende favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza nonché garantire il diritto degli utenti all’accessibilità dei servizi pubblici locali. La norma prevede che la gestione dei servizi pubblici locali (trasporti, igiene urbana, gas, idrici, etc) avviene: A) a favore di imprenditori e società mediante gare a evidenza pubblica nel rispetto dei principi di economicità, imparzialità, trasparenza, etc; B) a società  a partecipazione pubblica/privata con socio  scelto mediante gara pubblica; C) a società a capitale interamente pubblico, in situazione eccezionali e particolari (cosidetto in house). Prevede inoltre che i servizi pubblici locali attualmente affidati e gestiti in contrasto con le disposizioni su richiamate, cessino alla data del 31-12-2011, a meno che le amministrazioni non cedano il 40% del capitale sociale a soggetti sempre scelti a seguito di gare a evidenza pubblica.

L’acqua pubblica dunque non c’entra nulla, poiché la norma che si vuole abrogare disciplina solo la modalità di affidamento di tutti i servizi pubblici locali che attualmente (si pensi al gas, ai trasporti o all’igiene urbana) sono già gestiti da società private e/o pubbliche. L’intento (nobile) è quindi quello di far si che dopo l’acqua pubblica e i tubi pubblici, anche “l’idraulico” che ripara i tubi sia un dipendente pubblico. Quello ignobile è invece far si che le Amministrazioni Pubbliche continuino a gestire (con le società municipalizzate, oltre 6.000) i servizi pubblici locali, per continuare a piazzare “i loro uomini” e per continuare ad accrescere le “loro clientele politiche” con appalti e assunzioni. Il tutto a scapito dei Cittadini contribuenti (due spa pubbliche su cinque chiudono i bilanci in rosso; fonte Corte dei Conti)

Il secondo quesito referendario, intende invece abrogare il comma 1 dell’art.154 del dlgs.152/2006 che prevede che la tariffa del servizio idrico integrato è determinata ANCHE in considerazione dell’adeguata remunerazione del capitale investito. La norma è stata introdotta non solo per ottemperare a una Direttiva UE (60/2000) che impone il recupero dei costi del servizio idrico; ma soprattutto in ragione della (condivisa) indilazionabile necessità di realizzare rilevanti programmi di investimento, idonei a colmare  i gravissimi ritardi infrastrutturali accumulatisi negli anni sia nel settore acquedottistico (perdite medie al 50%); sia nel settore delle reti fognarie (inesistenti per il 15% della popolazione); sia infine nel settore degli impianti di depurazione delle acque, del tutto insufficienti a soddisfare standard ambientali degni di un Paese civile.
Ma in tal modo le tariffe dell’acqua aumenteranno notevolmente? Non è vero.
Anzitutto perché il contenimento dei costi delle perdite (si ribadisce al 50%) compenserà l’aumento delle spese per investimenti. Soprattutto perchè in Italia la misura delle tariffe è determinata dagli Enti Locali (Comuni), non dai gestori del servizio, sulla base di metodologie stabilite dalla CO.N.VI.RI. (Commissione Nazionale di Vigilanza sulle risorse idriche).
Comunque e in ogni caso un aumento delle tariffe idriche (anche indipendentemente dal referendum) è obbligato. L’acqua è un bene preziosissimo e limitato. 
Attualmente la spesa media in Italia per il servizio idrico è pari ad appena E.134,00 per un consumo di 100 mc/annuo; aumenta a E.201,00 per un consumo di 150 mc/annuo. Un consumo idrico di 200 mc/annui corrisponde  peraltro allo 0.8% della spesa media mensile di una famiglia. L’esborso mensile per l’acqua è di E.22,00, mentre per i tabacchi è di circa E.26,00!! A ciò aggiungasi che le tariffe italiane sono tra le più basse del mondo. A Berlino per 200 mc di acqua si pagano quasi E.1.000,00; A Varsavia E.500,00; a Tokio E.350,00; mentre a Roma E.200,00 (fonte Utilitatis).

In tale situazione a dir poco scriteriata e anacronistica è l’iniziativa referendaria (e anche in tal caso l’acqua pubblica non c’entra nulla). Cosi’ come grandemente preoccupanti dovrebbero considerarsi quelle iniziative politiche (vedasi la Regione Puglia) che, in luogo di preoccuparsi dello stato attuale del gestore del servizio idrico (AQP spa), pubblico al 100%; indebitato per oltre 400 milioni di euro; con perdite nella rete tra le più alte d’Italia (87%; ISTAT); con le interruzioni del servizio più frequenti d’Italia;  e non di meno con le tariffe idriche più alte d’Italia (E.1,50 al mc; E.312,00 annui). Ebbene –malgrado tale situazione- puntano non solo a trasformare Acquedotti organizzati in società  (AQP) in Enti Pubblici, quindi in uffici pubblici…………. Ma altresi’  ad abolire il sistema tariffario per assicurare ai propri Cittadini una quantità base gratuita di acqua!

Mistificazione e propaganda dunque allo stato puro, in una materia -come visto- seria e complessa; e in un territorio (Italia e Puglia) poverissimo di risorse idriche. Speriamo quindi che i Cittadini si informino, per conoscere prima di deliberare su una materia cosi’ importante per la vita di ciascuno.

IL PRESIDENTE DEL COMITATO

Avv. Giuseppe Carrieri

5 Commenti

  1. C’è qualcosa che non va. Questo intervento è rubricato come “segreteria – pubblicato il 9 giugno 2011” ed è seguito da commenti datati 3 giugno e 4 giugno. Avete scoperto l’inversione del tempo?
    Nel merito, mentre confermo quanto ho scritto il 3 giugno, aggiungo un’informazione che nessuno, a mia conoscenza, ha messo in evidenza, e cioè che la gestione dell’acqua è di competenza regionale! (art. 117. Cost.) perciò tutta la legislazione statale in materia è incostituzionale e il referendum su tale argomento non ha ragion d’essere.
    Infine, è dimostrato che l’energia nucleare è di gran lunga la fonte più sicura di energia elettrica e il successo del referndum sarebbe disastroso per l’economia italiana e per l’ambiente. Un mini-dossier comprensibile anche per chi è digiuno di scienza è disponibile su aleassandriaoggi.it>attualità>energia e ambiente, articoli del 1 giugno 2011.

  2. Forse vale la pena aggiungere qualche cifra. In Toscana i servizi idrici sono già gestiti da società miste pubblico-private (senza che peraltro l’annoso problema del poltronificio sia stato risolto, anzi nientemeno che il presidente di Publiacqua spa, Erasmo de Angelis è in quota Pd). Tutte queste società chiudono il 2010 in attivo. In particolare Publiacqua spa con un utile netto di 14,7 mln di euro e Acque spa di 12,6 mln. Che equivalgono ad un rendimento intorno al 9%. La norma nazionale attualmente in vigore garantisce al gestore che la tariffa sia tale da assicurare una remunerazione sugli investimenti pari al 7%. Questo significa che le tariffe sono state troppo alte oppure gli investimenti troppo bassi rispetto alle previsioni. In entrambi i casi il regolatore ha fallito. La fonte? Luciano Baggiani, presidente Associazione nazionale Autorità e Enti di ambito! (pubblicato il 21/5/11 sul Corriere della Sera edizione fiorentina).
    I rendimenti delle società di gestione sono ben al di sopra della media della borsa di Milano, mentre le inefficienze e i disservizi sono restati inalterati, come testimoniato dai toscani che questi referendum abrogativi li hanno firmati con una partecipazione di gran lunga superiore alla media nazionale.
    Nell’articolo del Comitato è riportato che la spesa media nazionale è di 210 euro per 150 mc/anno. Qui in Toscana è di 248 euro per 120mc/anno ed in 8 anni ha subito un aumento del111%. A Latina la gestione è in mano alla multinazionale francese Veolia dove si sono registrati aumenti delle tariffe del 300% e dove le perdite sono rimaste al di sopra del 60 % addirittura più della media nazionale!!.
    Io non so come andranno le cose in futuro (ma non lo sa nemmeno chi è favorevole alle norme attualmente in vigore) ma so come è andata a finire l’approvazione dell’ultimo piano tariffario di Publiacqua con quest’ultima ( il controllato) che diffida il controllore che a sua volta aveva contestato alla spa di gestione il mancato rispetto degli standard di servizio nel rapporto con gli utenti inviando una sanzione di 2,6 mln di euro. Ed il cda dell’Ato che fa verbalizzare la richiesta di un esposto alla Corte dei conti, in cui si contestano cospicue voci di spesa che nulla hanno a che vedere con il miglioramento della rete: 16 mln aggiornamento software, 3 mln pubblicità, 2 mln consulenze. Querelle che nel frattempo finisce nei costi della bolletta degli utenti. Tutto questo per dire che in una vera liberalizzazione gli organi di vigilanza a tutela dei cittadini dovrebbero essere garantite ex ante (come conditio sine qua non) e non ex post, come è avvenuto fino ad oggi con i provvedimenti assunti sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra, dove si è intervenuti tardivamente e malamente. E l’attuale Governo non sembra di certo offrire maggiori garanzie.
    Infine un’ultima osservazione sulle cifre riportate nell’articolo del Comitato: le perdite medie sono stimante al 50%. Nelle stime riportate dal Corriere del 23 aprile 2011 risultano, invece, di poco al di sotto del 40 % (nessuno le ha mai contestate nei giorni successivi) con picchi superiori al 70% registrati a Verbano e minimi a Sondrio ben al di sotto del 10 %. La spesa media annua di una famiglia italiana è stata stimata in 270 euro.
    Cito il testo del Comitato:”Un consumo idrico di 200 mc/annui corrisponde peraltro allo 0.8% della spesa media mensile di una famiglia.” : sicuramente è un refuso, altrimenti la spesa media mensile sarebbe di circa 20000 euro.
    Ed ancora:” L’esborso mensile per l’acqua è di E.22,00, mentre per i tabacchi è di circa E.26,00!! A ciò aggiungasi che le tariffe italiane sono tra le più basse del mondo. A Berlino per 200 mc di acqua si pagano quasi E.1.000,00; A Varsavia E.500,00; a Tokio E.350,00; mentre a Roma E.200,00 (fonte Utilitatis).”: senza entrare nelle abitudini delle spese degli italiani, dico che le tariffe degli altri paesi e le nostre andrebbero rapportate al potere d’acquisto dei nostri salari e pensioni con quello degli altri paesi citati. Ed i recenti dati Istat, in tal senso, sono preoccupanti.

  3. A Mario Rampichini: infatti io ho detto che la gestione in house sarà tollerata solo in casi eccezionali. E che il pubblico sarà obbligato a partecipare alla gestione solo con quote minoritarie, mentre non sono previsti limiti di alcun genere alla percentuale privata, come si legge nel decreto:
    “a) le gestioni in essere alla data del 22 agosto 2008 affidate conformemente ai principi comunitari in materia di cosiddetta “in house” cessano, improrogabilmente e senza necessità di deliberazione da parte dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011. Esse cessano alla scadenza prevista dal contratto di servizio a condizione che entro il 31 dicembre 2011 le amministrazioni cedano almeno il 40 per cento del capitale attraverso le modalità di cui alla lettera b) del comma 2;
    b) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali non abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano, improrogabilmente e senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011;
    c) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio;
    d) gli affidamenti diretti assentiti alla data del 1° ottobre 2003 a società a partecipazione pubblica già quotate in borsa a tale data e a quelle da esse controllate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio, a condizione che la partecipazione pubblica si riduca anche progressivamente, attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali, ad una quota non superiore al 40 per cento entro il 30 giugno 2013 e non superiore al 30 per cento entro il 31 dicembre 2015; ove siffatte condizioni non si verifichino, gli affidamenti cessano improrogabilmente e senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante, rispettivamente, alla data del 30 giugno 2013 o del 31 dicembre 2015;”

    il testo integrale è consultabile al seguente link:
    http://www.politichecomunitarie.it/normativa/16946/dl-25-settembre-2009-n-135

  4. Bisogna ringraziare Giuseppe Carrieri per la lucida ed esauriente illustrazione dei quesiti referendari sull’acqua.
    Si noti però che chi è contrario a un quesito ha interesse a non votare e non a votare NO, per non facilitare il raggiungimento del quorum. Se intende approvare altri quesiti, basta che NON RITIRI LA SCHEDA RELATIVA A QUELLO A CUI E’ CONTRARIO.
    A questo proposito insisto che dovremmo batterci per abolire la richiesta del quorum per i referendum, norma illogica e antidemocratica.
    Ad Alberto Lopez faccio notare che la gestione non sarà necessariamente privata. Infatti nell’art. 23bis si legge:

    2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite (omissis)
    5. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati.

    Se a qualcuno interessa, infine, dichiaro che io sono decisamente contrario a tutti e quattro i quesiti.

  5. Ecco di seguito un controesempio, in cui gli effetti della gestione ai privati possono essere valutati in un arco di tempo significativo ( e che ci dovrebbero empiricamente insegnare qualcosa), tempo più lungo della gestione di Publiacqua in Toscana, che comunque registra notevoli extraprofitti che ci suggeriscono che già qualcosa non va e che il decreto Ronchi non prevede di risolvere. Infine, pubblico e privato nel decreto pari non sono: la quota di partecipazione pubblica è obbligata ad essere minoritaria. La gestione in house è concepita solo come caso eccezionale. In un’autentica liberalizzazione, invece, non vi dovrebbero essere pregiudiziali nei confronti dei concorrenti. Per esempio, perchè la gestione pubblica delle risorse idriche a Milano, che funziona, non dovrebbe poter restare pubblica?

    http://www.pensalibero.it/Dettaglio.asp?IDNotizia=6327

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