Da qualche tempo circola nel Paese e trova spazio sui giornali italiani la leggenda metropolitana, secondo cui la nostra Costituzione sarebbe il risultato di un compromesso tra il cattolicesimo dossettiano ed il comunismo di stampo sovietico, mentre la cultura liberale ne sarebbe del tutto estranea.

Per quel che ricordo, ha cominciato a sostenere questa tesi Piero Ostellino (Corriere della Sera del 23 dicembre 2010), e su questa scia, confortati dall’opinione di un liberale doc come lui, si sono andati orientando anche altri autorevoli commentatori, da ultimo Angelo Panebianco sul Corriere del 22 aprile.

La prova di ciò starebbe in particolare nel primo articolo della Costituzione, apparente frutto avvelenato di quel connubio.

Siccome le cose, quando sono ripetute all’infinito senza contestazione finiscono per diventare verità storiche (la tecnica orientale del “mantra”), mi sembra il caso di intervenire per fornire ai lettori qualche elemento di conoscenza in più.

In primo luogo per evidenziare che la componente liberale era ben rappresentata (41 liberali e 23 repubblicani, rispetto a 207 democristiani, 115 socialisti e 107 comunisti) e ben qualificata (Bozzi, Cortese, Croce, De Caro, Einaudi, La Malfa, Martino, Pacciardi, per citarne solo alcuni ed in ordine alfabetico) nell’Assemblea Costituente, nei cui lavori non ha mancato di esercitare una significativa influenza, in particolare anche sull’articolo 1, impropriamente invocato come dimostrazione del contrario.

A contrastare quell’erronea convinzione ci ha provato prima Michele Ainis sul Corriere del 21 aprile, quando ha affermato che “la libertà già alberga, come noce nel mallo, nella democrazia evocata dall’art. 1”, e da ultimo Paolo Franchi sul Corriere del 23 aprile, affermando giustamente che “le cose sono parecchio più complicate” rispetto al giudizio sommario che normalmente si da del primo articolo della Costituzione.

Che, intanto, andrebbe letto nella sua interezza, posto che il suo secondo comma, in cui si afferma che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, è una norma di chiara ispirazione liberale, essendo caratteristica tipica del costituzionalismo liberale quella di introdurre forme e strumenti di garanzia e di porre limitazioni al potere.

Sono proprio quelle forme e quei limiti che consentono di definire la nostra come una democrazia liberale, e che la differenziano ovviamente da tutte le forme di democrazia totalitaria (in Germania come in Russia, nel secolo scorso, in Cina ed altrove ancora oggi), ma anche, per l’oggi, da tutte le forme di democrazia autoritaria (in Russia, in qualche paese dell’Europa orientale, da ultimo in Ungheria, come in Nord Africa e nel Medio Oriente), o plebiscitaria (come in Venezuela).

E tuttavia, la cultura liberale è presente anche nel primo comma dell’art. 1.

Qualcuno ha ricordato che, nel corso dei lavori, i comunisti Togliatti, Amendola, insieme ad altri, avevano proposto la formula “L’Italia è una Repubblica di lavoratori”, chiaramente caratterizzata in senso socialista, che i costituenti respinsero in una votazione che vide schierati insieme liberali e democristiani.

E Panebianco ha opportunamente evidenziato che La Malfa e Martino avevano proposto una formula che metteva l’accento sul tema della libertà: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro”.

Ma nessuno ha ricordato che un altro liberale, Guido Cortese aveva proposto un’altra formulazione che, mettendo l’accento sui cittadini in quanto tali (piuttosto che sui lavoratori) e tuttavia anche recependo lo spirito della proposta Togliatti, appariva sostanzialmente finalizzata ai medesimi obiettivi della proposta La Malfa-Martino: ”L’Italia è una Repubblica democratica. La Repubblica ha per fondamento il lavoro e garantisce la partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione economica, politica e sociale del Paese”.

Al termine di un appassionato dibattito di altissimo livello culturale, l’Assemblea Costituente (seduta del 22 marzo 1947) finì per approvare il testo proposto dai democristiani, che è poi quello attualmente in vigore.

Illustrando la sua proposta, Fanfani ebbe cura di precisare:

In questa formulazione l’espressione <democratica> vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di eguaglianza, senza dei quali non v’è democrazia. Ma in questa stessa espressione, la dizione <fondata sul lavoro> vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale”.

A me pare che un buon liberale farebbe fatica a non condividere interamente quelle motivazioni, mentre è assolutamente evidente che il testo approvato non si discosta granché da quello che era stato proposto dal liberale Guido Cortese.

Dire che <l’Italia è una Repubblica democratica…che ha per fondamento il lavoro>, non mi sembra granché diverso dal dire che <l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro>.

Certo, se i liberali fossero stati maggioranza assoluta nella Costituente avrebbero magari potuto fare adottare la formula La Malfa-Martino; e tuttavia credo che quello raggiunto nell’occasione sia stato un saggio compromesso, che non merita oggi di essere degradato a simbolo di un presunto connubio cattolico-marxista, che, almeno in quell’occasione non c’è stato.

E, se proprio vogliamo trovare un esempio di quel connubio, allora faremmo meglio a fermare l’attenzione sul secondo comma dell’art. 7 della Costituzione, che ha sostanzialmente costituzionalizzato i Patti lateranensi.

Ma questa è un’altra storia, assolutamente ignorata dai sedicenti liberali di oggi, tutti protesi ad ingraziarsi i favori d’oltre Tevere, nell’illusione di ottenerne qualche presunto beneficio sul terreno del consenso elettorale, che è l’unico al quale sembrano realmente interessati.

Enzo Palumbo, presidente del Consiglio nazionale del PLI

9 Commenti

  1. Dissento dall’opinione del sig. Palumbo per i seguenti motivi:
    1) il concetto “lavoro” è solo un aspetto, ancorchè rilevante, della società umana, dovendosi includere tale valore nel più ampio concetto di “libertà dell’individuo”;
    2) circoscrivere al valore “lavoro” il fondamento di uno Stato significa avergli dato un charo marchio di stampo social-comunista;
    3) l’aver accentuato il diritto al lavoro (art. 4 della Costituzione) nelle sue forme ed applicazioni (art. 35 e segg.) ne ha complicato non poco la sua pratica attuazione, riconoscendo (addirittura !) la libertà di emigrazione (art. 35, 3° comma);
    4) è stato riconosciuto di fatto un potere illimitato ai sindacati dei prestatori di lavoro (ancorchè associazioni non riconosciute), mentre è stata non poco compressa l’iniziativa privata denominata “libera” (!!!!), dall’art. 41 e segg.;
    5) è stato riconosciuto il diritto di scipero (art. 40) per i prestatori di lavoro (e per i datori di lavoro ?);
    6) è stato consentito (art. 46) il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende (senza però prevedere alcuna ripartizione all’interno di alcun onere per gli stessi);
    7) può aver avuto un significato l’istituzione (art. 99) del C.N.E.L. (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ?
    Potrei dilungarmi ulteriormente, ma per non tediare me ne astengo.
    Concordo, tuttavia, sulla errata costituzionalizzazione (art. 7) dei Patti Lateranensi.
    A presto risentirLa.
    Con i migliori saluti.
    Fernando Ferrucci

  2. Come sempre puntuale ed illuminante l’intervento del Sen. Palumbo.
    Troppa gente, ormai – affannandosi a proclamarsi, del tutto indegnamente, LIBERALE – si sofferma solo sulla prima frase del 2° comma, quella secondo cui “la sovranità appartiene al popolo”, omettendo, per ignoranza o mala fede, qualsiasi considerazione per la seconda frase di quello stesso 2° comma, proprio quella di stampo maggiormente LIBERALE, e cioè che la sua sovranità il popolo “la esercita NELLE FORME E NEI LIMITI DELLA COSTITUZIONE”, giammai in maniera assoluta e plebiscitaria.
    Chi riuscisse a far capire ciò al ns. P.d.C. andrebbe Beatificato già in vita.

  3. Come sempre puntuale ed illuminante l’intervento del Sen. Palumbo.
    Troppa gente, ormai – affannandosi a proclamarsi, del tutto indegnamente, LIBERALE – si sofferma solo sulla prima frase del 2° comma, quella secondo cui <>, omettendo, per ignoranza o mala fede, qualsiasi considerazione per la seconda frase di quello stesso 2° comma, proprio quella di stampo maggiormente LIBERALE, e cioè che la sua sovranità il popolo <>, giammai in maniera assoluta e plebiscitaria.
    Chi riuscisse a far capire ciò al ns. P.d.C. andrebbe Beatificato già in vita.

  4. Le precisazioni del Sen. Palumbo, appaiono sempre come squarci nel buio.
    Capisco pure, che stante il periodo politico che stiamo attraversando, qualsiasi modifica della nostra Carta Costituzionale, possa apparire sovversiva e posta a servizio personale del politico di turno.
    Quello che stiamo vedendo, ed abbiamo visto, sulla scena politica dal ’94 ad oggi, però sia proprio il frutto del mancato coraggio di affrontare una profonda riforma della Costituzione, dopo lo scempio della fine della c.d. prima Repubblica.
    Come sempre avviene in Italia, si cercò di surrogare questa mancanza di coraggio con la fallita (fallimentare?) c.d. “bicamerale”.
    Quindi forse non “oggi” ma “domani” l’unica strada maestra che io intravedo per una profonda riforma della Costituzione, con una nuova impalcatura del quadro istituzionale, che dia maggiore peso, con ovviamenti i giusti e doverosi contrappesi, al PdC, che lo avvicini un pò ai propri colleghi europei, sia quella di una ASSEMBLEA COSTITUENTE, svincolata dalla vita quotidiana politica, che sappia operare con lo stesso spirito della prima Assemblea Costituente. Eletta chiaramente su base strettamente proprorzionale ed a termine.
    La pletora di leggi elettorali, di forzature alla Carta Costituzione fatte sul principio della Carta di fatto, di pseudo riforme di sistema, sono tutti esempi di un procedere in maniera disorganica, in cui l’abile venditore di Arcore, ha avuto vita facile nell’operare a proprio favore.
    Pertanto credo che questa sia una strada che il PLI possa intestarsi, anche se ripida ed impervia.
    Giuseppe Stella

  5. La Costituzione va democratizzata, scrivendo, per opera di rappresentanti , non politici, delle regole a cui i politici devono attenersi.
    Occorre una ASSEMBLEA COSTITUZIONALE, composta da cittadini esperti, che metta in Costituzione alcune regole fondamentali, che i politici non vogliono mettere.
    1) Non si possono candidare alle cariche elettive, tutti coloro che sono stati condannati o sono sotto processo, per reati con pena superiore all’anno di detenzione.
    2) Non si possono candidare nè, concessionari di bene pubblici, né amministratori di società che abbiano concessioni pubbliche.
    3) Non si possono candidare a cariche elettive magistrati , ufficiali di grado superiore, grossi industriali, editori e parenti di editori sia di giorenali che di reti tv con diffusione interregionale.
    4) Gli stipendi dei politici devono essere non superiori alla media europea.
    5) La commissione che proclama gli eletti, nei vari organi elettivi, non può essere composta da politici, ma da magistrati.

  6. Detta oggi, l’espressione “fondata sul lavoro” sembra ironica. Se però, nonostante questa solenne e fondativa affermazione, non si è riusciti a darle una concretezza apprezzabile, cancellarla significherebbe rinunciare ad una prospettiva umanistica e esistenzialmente incisiva, per limitarsi a una generica affermazione di libertà, che da sola non garantisce giustizia e pieno sviluppo della persona umana. Il signore che in Parlamento ha fatto questa proposta, probabilmente non ha riflettuto sulle conseguenze sociali della scelta che ha fatto. anche perché il suo curriculum non sembra ispirato solo a criteri di libertà responsabile.

  7. E’ estremamente interessante la seconda parte dell’art.1 che ben specifica come “le forme e i limiti” non sono altro che strumenti di garanzia atti a limitare il potere e la specifica voluta da Fanfani laddove equipara il concetto di lavoro al dovere di ognuno censurandone ogni privilegio e particolarità. Una eccellente disquisizione.

  8. Palumbo, smentisce puntualmente le inesattezze, per non dire le falsità, che continuamente vengono consumate nei goffi tentativi di picconare la Costituzione. Esprimo a Enzo Palumbo il mio personale apprezzamento e quello del Gruppo di Facebook “Cominciamo dall’art. 1 della Costituzione” per l’autorevolezza dei suoi contributi, di stampo genuinamente e sinceramente liberali, a difesa della Costituzione del nostro Paese.

Comments are closed.