Enzo Palumbo, presidente del Consiglio Nazionale del PLI, commentando la sentenza della Consulta che ha bocciato il potere dei sindaci di emettere ordinanze “a contenuto normativo ed a tempo indeterminato”, piuttosto che solo nei casi di “contingibilità ed urgenza”, ha dichiarato:

“Quando il ministro Maroni afferma che si tratta di un errore e di un fatto formale, dimostra di non avere chiaro il concetto di riserva di legge previsto a garanzia di tutti, come da art. 23 Cost., secondo cui nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta, se non in base alla legge. In materia di sanzioni amministrative, il principio generale di legalità è assoluto, e non tocca al Governo aggirarlo con provvedimenti di grado inferiore, emessi al solo scopo di conseguire un effetto annuncio di bassa natura propagandistica. Gli italiani non sentono alcun bisogno di sindaci sceriffi, ma di amministratori che riescano a fare funzionare gli apparati amministrativi ed i servizi pubblici delle Città, sapendo mettere a frutto le potenzialità dei territori, a favore delle comunità locali.”

2 Commenti

  1. I sindaci hanno già fin troppi poteri. Hanno più potere di quanto ne avessero i podestà del periodo fascista. E sono sottoposti a controlli molto “tenui”. Anche il controllo politico è affievolito. A livello di assemblee elettive, infatti, i consigli comunali, provinciali e regionali hanno potere troppo scarso rispetto allo strapotere del sindaco, del presidente di provincia e del presidente di regione.

  2. Non sono un giurista, tanto meno un costituzionalista, ma da semplice cittadino che sa leggere, capisce l’italiano (cfr. Disposizioni sulla legge in generale, Art. 12: Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore.) mi permetto di dissentire, per i seguenti motivi.
    Con la sentenza 4-7 aprile 2011, n. 115 la Corte Costituzionale ha negato ai sindaci la facoltà di adottare provvedimenti motivati, se non “contingibili e urgenti “, «al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana» che era stata loro data dal d.lgs. n. 267 del 2000. Per brevità riporto solo il dispositivo della sentenza:

    LA CORTE COSTITUZIONALE
    dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), come sostituito dall’art. 6 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui comprende la locuzione «, anche» prima delle parole «contingibili e urgenti».
    Bisogna notare qui che il termine “contingibile”, arcaico e usato oggi solo nel diritto amministrativo, non implica necessariamente una delimitazione temporale (cioè una scadenza), come molti pretendono, ma solo il concetto di eccezionalità e straordinarietà.

    La Corte adduce a motivazione la violazione dei seguenti articoli della Costituzione:
    Art. 23. Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.
    Art. 97. (1° comma) I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
    Art. 3 (1° comma) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    Chi abbia la pazienza di leggere il testo completo, che si può trovare al seguente indirizzo internet: http://www.altalex.com/index.php?idnot=13877, dovrà convincersi che le complesse argomentazioni della Corte non dimostrano in alcun modo la violazione dei suddetti articoli. La norma censurata è contenuta in una legge regolarmente promulgata, perciò per definizione rispetta l’art. 23. L’art. 97 riguarda l’organizzazione degli uffici, che c’entra come i cavoli a merenda. Infine l’art. 3 è richiamato a sproposito, come spesso fa la Corte, perché la parità dei cittadini non è in alcun modo sfiorata dalla legge in esame.
    Perciò si tratta dell’ennesima invasione di campo della Corte verso il potere legislativo, fatto gravissimo e intollerabile, a cui il Governo e il Parlamento dovrebbero reagire energicamente e non calare le braghe come al solito.

Comments are closed.