Una Italia rassegnata di Stefano de Luca

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Lo spettacolo cui stiamo assistendo, e non è la prima volta, lascia stupefatti, sconvolti, fa rabbrividire. Da una parte la procura della Repubblica di Milano, con un dispendio di uomini e mezzi senza precedenti, costruisce una inchiesta devastante per l’immagine del Capo del Governo, sicuramente condotta con metodi poco ortodossi e con un palese intento persecutorio. Dall’altra il destinatario di accuse gravissime, prima ancora sul piano morale, che sotto l’opinabile profilo di carattere penale, minimizza e sguinzaglia la sua muta di mastini mediatici e politici per gridare, ancora come in passato, alla aggressione proditoria, faziosa ed inconsistente. Di fronte a tutto ciò il popolo italiano appare come indifferente, ormai mitridatizzato. I sondaggi elettorali indicano spostamenti insignificanti, come se nulla fosse avvenuto.
Un conflitto tra poteri dello Stato forse senza precedenti, una caduta dell’immagine internazionale del nostro Paese, che sarà difficile recuperare, persino i severi moniti del presidente della Repubblica e dello stesso Pontefice, sembrano senza conseguenze, caduti nel vuoto. Ma cosa deve succedere perché gli italiani reagiscano? Popoli come quello tunisino o quello albanese sono scesi in piazza contro la corruzione dei rispettivi governi, il primo ottenendo la fuga del dittatore ed il secondo assestando un tale colpo al regime, che difficilmente potrà resistere. Nel nostro Paese la società cosiddetta civile rimane inerte, mentre la piazza semmai viene dominata da minoranze organizzate e facinorose dei centri sociali, come è avvenuto lo scorso mese di dicembre in occasione della strumentale mobilitazione contro la riforma dell’Università.

Avevamo appena registrato un segnale positivo verso la modernità con il referendum di Mirafiori, che aveva finalmente avviato un dibattito serio sul lavoro, la competitività internazionale, la distinzione fra diritti irrinunciabili e privilegi contrattuali, legati ad una cultura sindacale obsoleta, ferma ancora a formule del secolo scorso. Sembrava potersi aprire finalmente un confronto per distinguere cosa significhi socialità, irrinunciabile in uno stato occidentale moderno, e cosa invece sia assistenzialismo, clientelismo, privilegio.

Tutto questo ha lasciato posto al nuovo conflitto, che ha svelato, anche se con metodi di indagine sicuramente non ortodossi e probabilmente in assenza di fattispecie che costituiscano veri e propri reati, una condotta di vita del Premier  disgustosa ed inaccettabile, degna del più miserabile Basso Impero o del papato dei Borgia. Berlusconi ha scelto una linea difensiva, che ha finito con l’aggravare la sua posizione, a causa delle bugie che ha detto con sfacciata supponenza in un video diffuso delle sue reti televisive. L’opinione pubblica non ha reagito, come invece sicuramente sarebbe avvenuto in un paese anglosassone, dove mentire costituisce la colpa più grave. La evidente sconvenienza di determinati comportamenti, emersi senza ombra di dubbio, avrebbero imposto le sue immediate dimissioni. Con un tale gesto di necessaria dignità avrebbe salvaguardato l’immagine internazionale dell’Italia ed avrebbe scongiurato la legittima preoccupazione per la integrità mentale di chi guida il Paese e lo rappresenta all’estero.

Non si comprende come l’opinione pubblica, così sensibile negli anni di tangentopoli rispetto ai comportamenti della classe politica, fino ad inscenare pubbliche manifestazioni di sostegno alla azione della magistratura, oggi appaia come basita. Probabilmente la evidente faziosità di alcune procure ha influito a determinare questa sorta di rassegnazione. Certamente una causa non secondaria di un simile atteggiamento è da ricondurre al nefasto bipolarismo, che si è affermato nell’ultimo quindicennio. Di fronte alla mancanza di una alternativa credibile ed autorevole, il cittadino non sa come reagire e decide di non reagire, rassegnandosi.

Il nostro Paese non merita un declino così grave, una sorta di bradisismo negativo, che lo sta facendo sprofondare sul piano della sensibilità politico-istituzionale al livello della autocrazia russa o delle repubbliche populiste sudamericane. Sarà difficile far comprendere che non può esservi Democrazia liberale dove il popolo si limiti esclusivamente a dare una delega in bianco attraverso il proprio voto: questo è populismo, cesarismo, peronismo, putinismo. Le democrazie occidentali invece si caratterizzano per l’equilibrio dei poteri, il controllo popolare e la centralità di un Parlamento rappresentativo di tutte le sensibilità della complessa società. La disinformazione della Seconda Repubblica ha prodotto un danno irreparabile.

Stefano de Luca