di Enzo Palumbo

Il prof. Quaglieni, che apprezzo come storico e come cultore del pensiero e dell’opera di Pannunzio, commentando il mio precedente intervento, sottolinea che nella Costituzione sono evidenti la mano cattolica, socialista e comunista, ed afferma che i liberali presenti all’Assemblea Costituente erano un’esigua minoranza del tutto ininfluente; infine, in qualche modo amichevolmente mi sfida ad indicare quale parte della nostra Costituzione sia espressione della cultura liberale.

Non ho difficoltà a raccogliere la sfida.

Siccome la memoria può ingannare, sono andato prima di tutto a verificare quale fosse la consistenza dei liberali all’Assemblea Costituente.

Ed ho constatato che alle elezioni del 2 giugno 1946 la lista liberale, che  allora prese il nome di Unione Democratica Nazionale, promossa da Bonomi, Croce, Nitti ed Orlando, conseguì oltre un milione e mezzo di voti (il 6,80%), facendo eleggere 41 padri costituenti; per intenderci, il quarto gruppo per consistenza, dopo i democristiani (207), i socialisti (115) ed i comunisti (104).
Una percentuale, quella del 1946, che i liberali non avrebbero mai più toccato in tutte le successive elezioni, salvo l’eccezionale exploit del 1963, quando raggiunsero il 7% alla Camera ed il 7,5% al Senato.

Occorre poi ricordare la presenza di ben 23 costituenti del Partito Repubblicano (4,37% dei voti), anch’essi indubbiamente di cultura liberale.

Riconciliatomi così coi numeri, mi riesce difficile immaginare che personaggi del livello di Aldo Bozzi, Guido Cortese, Benedetto Croce, Raffaele De Caro, Luigi Einaudi, Ugo La Malfa, Gaetano Martino, Randolfo Pacciardi  (per citarne, in ordine alfabetico, solo alcuni) possano essere passati senza lasciare traccia nella stesura della nostra Costituzione.

Non è certo possibile in questa breve nota dare conto in dettaglio del contributo fornito nell’occasione dai costituenti liberali.

Basterà considerare che l’impianto generale della Costituzione, con la triplice distinzione dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) e, soprattutto, col loro reciproco e perfetto equilibrio, nient’altro è che la traduzione costituzionale della classica tripartizione di scuola liberale (Montesquieu), in cui ciascun potere è autonomo rispetto all’altro; c’è, in più, il tentativo ben riuscito di non farne tre poteri assolutamente estranei, ma piuttosto tra di loro reciprocamente collegati per la genesi e per le ricadute, senza che tuttavia alcuno di essi possa risultarne privilegiato, con un sistema il cui equilibrio è presidiato dalla Corte Costituzionale, che promana dai tre poteri classici senza identificarsi con alcuno di essi e che resta incaricata di giudicare sulla costituzionalità della legislazione ordinaria e sui conflitti tra i poteri ed i corpi dello Stato.

A me pare che quello ideato dai costituenti è il massimo che un liberale possa chiedere in fatto di organizzazione dello Stato e di garanzia delle libertà dei cittadini e dei corpi intermedi della società.

E devo aggiungere che è stato purtroppo il successivo legislatore ordinario, fattosi costituente per l’occasione, ad avere incrinato quel sapiente equilibrio.

E lo ha improvvidamente fatto prima nel 1993, allorché, sulla spinta popolare originata dall’ignobile abuso che se n’era fatto, ha modificato (con la L. Cost. n. 37/1993) il secondo comma dell’art. 68 Cost., riducendo i margini di operatività di quell’immunità che i Costituenti avevano posto a presidio della libertà della funzione parlamentare.

E poi nel 2001 (con la L. Cost. 3/2001), allorché, nel tentativo di depotenziare la spinta federalista, ha modificato il titolo V della Costituzione, modificando l’art. 117, la cui nuova formulazione, specie in materia di legislazione concorrente, è all’origine dell’attuale abnorme conflittualità tra Stato e Regioni.

Ce n’è abbastanza per essere diffidenti ogni volta che il legislatore ordinario prova a mettere mano alla Carta, che non può essere piegate alle spinte del momento, popolari, partitiche o localistiche che siano.

Se poi vogliamo scendere nell’impianto delle singole norme, c’è almeno un punto sul quale mi pare opportuno fare una specifica osservazione, e riguarda proprio il primo articolo della Costituzione, che viene ingiustamente considerato come il frutto avvelenato dell’incontro tra cultura cattolica e marxista, laddove invece a me sembra evidente anche l’influenza liberale.

Com’è noto, l’art. 1, comma 1, della Costituzione stabilisce che “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”, secondo la proposta formulata dai democristiani Fanfani, Moro ed altri.

Il dibattito che consentì di giungere a questa formulazione fu lungo ed appassionato, e non è certo possibile ripercorrerlo qui nel dettaglio.

Basterà ricordare che. nel corso dei lavori, i comunisti Togliatti, Amendola, insieme ad altri, avevano proposto la formula, politicamente più caratterizzata, “L’Italia è una Repubblica di lavoratori”.

Ugo La Malfa (repubblicano) e Gaetano Martino (liberale), insieme ad altri, avevano proposto una formula che metteva l’accento sul tema della libertà:“L’Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro”.

Guido Cortese (liberale) aveva invece proposto un’altra formula, che, mettendo l’accento sui cittadini in quanto tali (piuttosto che sui lavoratori) e tuttavia anche recependo lo spirito della proposta Togliatti, appariva sostanzialmente finalizzata ai medesimi obiettivi della proposta La Malfa-Martino: ”L’Italia è una Repubblica democratica. La Repubblica ha per fondamento il lavoro e garantisce la partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione economica, politica e sociale del Paese”.

Al termine di un appassionato dibattito di altissimo livello culturale, l’Assemblea Costituente (seduta del 22 marzo 1947) finì per approvare il testo proposto dai democristiani, che è poi quello attualmente in vigore.

Illustrando la sua proposta, Fanfani ebbe cura di precisare:

In questa formulazione l’espressione <democratica> vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di eguaglianza, senza dei quali non v’è democrazia. Ma in questa stessa espressione, la dizione <fondata sul lavoro> vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale”.

A me pare che un buon liberale farebbe fatica a non condividere interamente quelle motivazioni, mentre è assolutamente evidente che il testo approvato non si discosta granché da quello che era stato proposto dal liberale Guido Cortese; dire che <l’Italia è una Repubblica democratica…che ha per fondamento il lavoro>, non mi sembra diverso dal dire che <l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro>.

Certo, se i liberali fossero stati maggioranza assoluta nella Costituente avrebbero magari potuto fare adottare la formula La Malfa-Martino; e tuttavia, sulla base dei rapporti di forza in quel momento vigenti, credo che quello raggiunto nell’occasione sia stato un saggio compromesso, che non merita oggi di essere degradato a simbolo di un presunto connubio cattolico-marxista, che, almeno in quell’occasione non c’è stato..

E se proprio vogliamo trovarne un significativo chiaro esempio, meglio sarebbe di fermare l’attenzione sul secondo comma dell’art. 7, che ha sostanzialmente costituzionalizzato i patti lateranensi; ma questa è un’altra storia, assolutamente ignorata dai sedicenti liberali di oggi, tutti protesi ad ingraziarsi i favori d’oltre Tevere, nell’illusione di ottenerne qualche beneficio sul terreno elettorale, che è l’unico al quale sembrano tenere.

Quanto all’oggi, i liberali possono anche sognare di diventare maggioranza assoluta nel Paese, e quindi di modificare in termini ancora più liberali la formula del primo articolo della Costituzione.

Toccasse a me, azzarderei una formula, più o meno, di questo tipo:

L’Italia è una Repubblica fondata sul principio della Libertà, sul metodo della Democrazia rappresentativa e sul merito nel Lavoro”.

Ma questa ipotesi, ripeto, appartiene al sogno; per la realtà dell’oggi e del prevedibile domani, faremmo bene a tenerci la Costituzione che c’è; quella che verrà dopo, coi tempi che corrono, potrà essere solo peggiore.

1 commento

  1. POSTILLA A LIBERALI E COSTITUZIONE
    di Enzo Palumbo

    Messina 07.01.2011

    Com’è naturale tra liberali, alcune delle cose suggerite da Guido di Massimo nel suo ultimo commento mi sembrano condivisibili, altre meno, altre per niente.

    Comincio da queste ultime, tra le quali inserisco a pieno titolo la critica all’art. 1 della Costituzione, su cui ho scritto la nota di cui sopra, nella quale credo di avere dimostrato come il testo esitato dalla Costituente, proposto dai democristiani, non si discosti granché da quello proposto da Guido Cortese (liberale doc.).
    Ovviamente, si tratta di un compromesso, nel quale convergono tutte le quattro anime della Costituente (democristiani, socialisti, comunisti e liberali-repubblicani, in ordine di consistenza); magari, come liberali avremmo preferito la formula La Malfa-Martino, ma dobbiamo metterci in testa, una volta per tutte, che la cultura liberale in Italia era allora minoritaria e tale è poi rimasta ed ancora è, e quindi ciò che per i liberali era (ed ancora è) possibile conseguire sul piano dei principi è un onesto compromesso che tenga conto anche delle loro posizioni, senza alcuna pretesa di esclusività.
    Quella che l’art. 1 sia un residuo storico del compromesso DC-PCI è soltanto una favola inventata dalla destra italiana, veicolata attraverso i mantra berlusconiani, e purtroppo non contraddetta a sufficienza dai commentatori politici di area liberale come Ostellino (e non solo).

    Altra cosa che non mi trova d’accordo è il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio nei confronti del Parlamento; sotto questo profilo, il Governo ed il P.d.C. di potere ne hanno quanto serve, in particolare con la decretazione d’urgenza, col contingentamento dei tempi dell’iter di conversione e col voto di fiducia sui maxiemendamenti che fa decadere gli emendamenti dei parlamentari, meccanismi questi che sono più che adeguati perché il Governo (se vuole e se ha i numeri) possa attuare il suo programma.
    Aumentare il potere del P.d.C. nei confronti del Parlamento può significare solo una cosa in più rispetto a ciò che ha già: e cioè attribuirgli il potere di sciogliere le Camere, il che vorrebbe dire un ulteriore passo verso il plebiscitarismo (nel senso di rapporto diretto col popolo, senza mediazione parlamentare, che è un metodo illiberale), con le Camere sotto continuo ricatto, un po’ come avveniva nel Parlamento del prefascismo, quando il P.d.C talvolta andava alla Camera con in tasca il decreto di scioglimento già firmato dal Re; questo potere, a mio parere, è bene che resti nelle mani di un organo terzo, come il Presidente della Repubblica.
    La dottrina liberale classica del potere è sempre stata nel senso della sua limitazione, e non della sua concentrazione nelle mani di un uomo solo, fosse anche il più illuminato, o di una sola istituzione.

    Mi trova invece d’accordo l’ipotesi di incrementare il potere del P.d.C. nei confronti dei membri del Governo, sembrandomi assolutamente ragionevole che egli possa proporre al P.d.R. anche la revoca (come già oggi la nomina) dei ministri, e che il Capo dello Stato sia in qualche modo tenuto ad assecondarlo; e sono anche d’accordo sulla opportunità di prevedere l’incompatibilità tra membri del legislativo e dell’esecutivo, come anche sulla introduzione della sfiducia costruttiva, che però comporta anche la revisione della legge elettorale.
    Sotto quest’ultimo profilo, basterebbe copiare il sistema tedesco, che ha dimostrato di funzionare anche in situazioni di stallo o di crisi particolari.
    Quanto poi agli art. li 39 (sindacati) e 40 (diritto di sciopero) si tratta solo di darvi attuazione con una illuminata legislazione ordinaria, che tenga conto della globalizzazione e della apertura dei mercati, e quindi superando le rigidità della legislazione italiana del lavoro.

    Sono poi abbastanza d’accordo su quasi tutto il resto:
    a) andrebbe abrogato l’art. 7 (ma si tratta di un pio desiderio) e conseguentemente rivisto anche il secondo comma dell’art. 8; e sarebbe bene, in proposito ricordare che i liberali (l’ho fatto io stesso) si espressero in dissenso dal governo, di cui pure facevano parte, in occasione della modifica dei patti lateranensi del 1984;
    b) non mi straccio le vesti sulla diminuzione del numero di deputati (art. 56 Cost.) e senatori (art. 57 Cost.), che è argomento che lascerei ai demagoghi di professione; cento deputati o senatori in meno non fanno alcuna differenza, anzi, essendo aumentata la materia su cui legiferare, forse è il caso di lasciare le cose come stanno;
    c) penso invece che bisognerebbe espungere da tali norme il riferimento alle c.d. circoscrizioni Estero, che sono una palese violazione dei principio su cui si basa la rappresentanza parlamentare (no rapresentation without taxation, e/o viceversa); se poi si andrà verso una Repubblica para-federale (come ormai sembra, e come io non auspico) sarà allora necessario che il Senato diventi la Camera delle Regioni;
    d) l’introduzione di altre norme costituzionali, come quelle suggerite da Di Massimo, è materia opinabile: la responsabilità dei pubblici funzionari (e quindi anche dei magistrati) c’è già (art. 28 Cost.), e quindi basterebbe abrogare la Legge 117/1988 che ha praticamente vanificato il risultato del referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati, che pochi ricordano essere stato promosso anche dai liberali (oltre che da socialisti e radicali).

    Su tutto, però, aleggia la profonda sfiducia che un liberale naturalmente nutre verso un Parlamento come questo, nominato con un sistema maggioritario e per decisione di poche persone, in cui inevitabilmente la fedeltà al capo di turno fa aggio su tutto il resto.
    Ad un Parlamento del genere si fa già fatica a riconoscere la legittimità ad occuparsi della legislazione ordinaria; figurarsi se è ipotizzabile di attribuirgli anche la possibilità di mettere mano alla Costituzione.
    Per riformarla profondamente (salva la possibilità di isolati e modesti ritocchi, per i quali fu immaginato il meccanismo di revisione previsto dall’art. 138 Cost.) sarebbe allora necessario eleggere una vera e propria Assemblea Costituente, eletta su base rigidamente proporzionale e fatta da persone competenti, assolutamente svincolate dalla quotidianità della lotta politica e sottratte alle lusinghe di qualsiasi carriera politica nel periodo immediatamente successivo.
    In tal senso mi sono già espresso in una mia nota del 2006, scritta subito dopo quel fallito referendum costituzionale, che mi riservo di pubblicare per completa conoscenza dei frequentatori di questo sito.
    Non senza aggiungere, e chiudo, che, anche qui, si tratta solo di un sogno

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