di Enzo Palumbo

Su “Il Giornale.it” dell’antivigilia di Natale è comparsa un’intervista a Piero Ostellino, il quale, evidenziando ciò che di liberale manca a questo centro-destra, e così affermando molte cose che mi sembrano condivisibili sul piano dei principi, ha anche colto l’occasione per sostenere che la nostra Costituzione sarebbe anacronistica e bloccherebbe la realizzazione delle riforme liberali necessarie al Paese.

In particolare, secondo Ostellino, la nostra Costituzione sarebbe “il risultato di un compromesso tra il cattolicesimo dossettiano e il comunismo di stampo sovietico. Una Costituzione che è tutto tranne che liberale, un misto tra collettivismo comunista e corporativismo fascista”.

Non condivido questo giudizio, che trovo ingeneroso rispetto ad una Carta che a me sembra invece tra le migliori del mondo, ed il cui impianto complessivo mi sembra tuttora valido ed attuale, salva la possibilità di piccole modifiche di dettaglio.

Ogni volta che si parla di modificarla divento assolutamente diffidente, perché manca nel Legislatore di oggi il così detto “spirito costituente”, quello che ha permeato i lavori dell’Assemblea Costituente, sempre centrati sull’interesse generale e sul futuro, piuttosto che sull’interesse di una singola fazione e sull’attualità, com’è invece abituato a fare il Legislatore di oggi.

L’esperienza recente ci ha permesso di constatare che, quando il Legislatore ordinario si è fatto anche Costituente ed ha cercato di modificare la Costituzione, è solo riuscito a peggiorarla (per intenderci, il centro-sinistra con la modifica del titolo V), o ha tentato di peggiorarla senza riuscirci (per intenderci, il centro-destra con la c.d. riforma di Lorenzago, fortunatamente abortita nel referendum confermativo).

La nostra Costituzione non è un mix di collettivismo comunista e di corporativismo fascista, come dice Ostellino, ma trovo che in essa sia confluito il meglio della cultura liberale, socialista e cattolica dell’epoca.
In particolare, trovo che il suo impianto garantista, fatto di pesi e contrappesi, ha una matrice chiaramente liberale e ci ha sino ad ora preservato dalle derive plebiscitarie che sempre si agitano nel corpo di una società, specie in quella italiana, che non ha gli anticorpi tipici delle democrazie più antiche e consolidate.

7 Commenti

  1. La CGIL propone dei vincoli legislativi sulla contrattazione tra le parti, facendo entrare di fatto a gamba tesa la politica nella contrattazione e quindi nell’economia, mettendo quindi in discussione la libera contrattazione tra le parti nei contrattti nazionali, allontanando così tale contrattazione da un’ottica di libero mercato.
    Questo da un punto di vista liberale è grave ed inacettabile.
    Via la politica dall’economia, su questo il PLI deve essere chiaro, vanno contrastati i tentativi della sinistra di mettere in discussione la libera contrattazione sindacale e va appoggiato invece un sindacato riformatore, dobbiamo prendere posizione su questo.
    Oggi il PLI deve scegliere se privileggiare la politica, o l’economia.
    Io propendo per la seconda ipotesi, dobbiamo concentrarci su obbiettivi raggiungibili, mirati e circoscritti senza farci distrarre dall’obbiettivo fondamentale che è quello di liberalizzare l’economia, lottando però nel contempo contro le soffisticazioni commerciali, sopratutto alimentari, vedi ” caso diossina sulli alimenti” in Germania.
    Sono argomenti che richiedono una grande mobilitazione dei liberali.
    Bisogna salvare la Fiat, è molto importante, bisogna parlarne.
    Dobbiamo trasformarci in una associazione per l’economia liberale, agile e snella che unisca tutti i liberali che non possono dividersi a causa di una concezione partitica dei problemi politici ed economici, per questo vanno cercate delle soluzioni mirate al di fuori della politica, ma saldamente liberali in campo sociale individuale ed economico.
    Vi sono delle priorità come la difesa della privacy, la detassazione delle rendite da capitale, la lotta alle soffisticazione alimentare, la detassazione di IVA ed accise sui carburanti, la loro liberalizzazione nell’erogazione anche nei supermercati, la difesa del risparmio, la liberalizzazione dell’orario di apertura dei negozi, tutte cose molto utili che però sono in gran parte osteggiate da una certa posizione politica che propugna la tassa patrimoniale.
    Entrando invece in gioco nel settore sociale, come associazione liberale, secondo me avremo più possibilità di incidere, facendo da ponte tra le imprese e le aziende i consumatori ed i liberi professionisti.
    La liberalizzazione dei servi pubblici locali, è fondamentale, ma anche quì ci sono delle resistenze politiche e di certa parte del sindacato alle quali è necessario oviare.
    Saluti.

  2. Il Corriere della Sera di oggi, riporta un articolo allarmante sull’aumento del 5 per cento delle spese relative ai conticorrenti bancarei, ed in genere di tutte le commissioni bancaree, carte di credito e bonifici, i dati precisi sono sul Corriere; penso che questo sia un grosso problema per il risparmio.
    L’aumento del costo dei bonifici bancarei,in modo esoso e dei contocorrenti bancarei, non può lasciare indifferenti tutti coloro che si richiamano all’idea liberale dell’economia.
    Dobbiamo difendere il valore sociale e liberale del risparmio, oggi tartassato dai balzelli delle banche; risparmio che ha anche un valore politico importantissimo, che merita una presa di posizione netta.
    Il risparmio, è una delle priorità del PLI, e costituisce assieme alla detassazione dei carburanti, una leva economica prioritaria, mobilitiamoci dunque per questi tre obbuiettivi liberali:
    Misure a tutela integrale del risparmio e detassazione degli utili di borsa;
    aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e fondi di investimento e diminuzione delle comissioni bancaree ;
    detassazione dei carburanti da IVA ed accise, che di fatto ne fanno aumentare molto i prezzi, si tratta di vecchie tassazioni che sono estremamente nocive per l’conomia.
    Assieme a questi 3 punti ne possiamo agggiungere un quarto, la liberalizzazione dell’orario di apertura dei negozi.
    Questi, a parer mio sono temi da sviluppare prioritariamente.
    Saluti.

  3. La proprietà privata, in Italia non è tutelata a sufficenza, per questo motivo è necessario batterci contro la tassazione dei patrimoni e per la difesa del risparmio, nonchè per la liberalizzazione dell’erogazione e della vendita dei carburanti, la riduzione delle accise e dell’IVA sulla benzina.
    I prezzi del carburante, che sono pazzeschi. incidano molto sulla liberalità dell’economia, perchè ne disincentivano l’acquisto, riducendo di fatto l’uso degli autoveicoli privati e quindi la domanda di automobili; questo perchè i prezzi del carburante risultano più elevati.
    Più che pensare a cambiare la Costituzione, per adesso obbiettivo impossibile per il PLI, obbiettivo che comunque resta confinato nelle buone intenzioni, sarebbe a mio modestissimo avviso, pur apprezzando queste buone intenzioni, porci degli obbiettivi raggiungibili, quali quelli quì sopra da me elencati; la liberalizzazione della vendita dei carburanti, battaglia liberale importantissima, la liberalizzazione della loro erogazione, il moglioramento della catena distributiva, anche coinvolgendo nella vendita dei carburanti, i supermercati.
    Liberalizzazione dell’aperture degli orari degli esercizi commerciali.
    Penso inoltre che se si riuscisse a ridurre almeno del venti per cento la tassazione complessiva dei carburanti, anche quelli industriali e per il riscaldamento i prezzi complessivi dei carburanti si abasserebbero, ad utili invariati, e questo darebbe una notevolissima mano all’economia ed anche alla Fiat di Marchionne, perchè la domanda di auto aumenterebbe sicuramente, contribuendo nel suo insieme in modo positivo all’industria privata ed al bene del Paese, ed ad affermare in sostanza il diritto di proprietà privata, in un modo molto più semplice che cambiando eventualmente un articolo della Costituzione Italiana.
    Il risparmio poi, va tutelato nella sua interezza, aumentando almeno dello 0,40 per cento frazioni di punto il rendimento dei titoli di Stato e fondi di investimento di privati ed imprese; il rendimento dei conticorrenti postali e bancarei andrebbe elevato di almeno lo 0,30 per cento di punto; andrebbero detassati tutti gli utili di borsa, ed incentivati i titoli al risparmio; il risparmio dovrebbe essere esente da tassazione.
    Un secco no, su ogni tassa sulle rendite da patrimonio mobiliare ed immobiliare.
    Va sostenuto il nuovo contratto FIAT, in quanto altamente innovativo; vanno trovate forme di lotta sindacale per garantire i lavoratori alternative allo sciopero, come ad esempio stato di agitazione sindacale, assemblee, note a verbale d’intesa, e blocco della contrattazione aziendale.
    Parimenti vanno umanizzate le carceri, modernizzate, e vanno depenalizzati i reati minori non di sangue, anche tramite l’istituto degli arresti domiciliari
    Si potrebbe, su questi punti, nonchè anche sul dititto alla vita, argomento da me trattato in precedenza, rivolgere un appello politico al governo tramite un comunicato ufficiale del PLI, firmato da tutti i liberali, tramite guesto sito, sarebbe un fatto importante politicamente, che ci darebbe visibilità politica, anche senza la presenza di parlamentari.
    Saluti.
    Luigi Gani.

  4. Dobbiamo ringraziare Enzo Palumbo per aver richiamato l’attenzione su un tema di estremo interesse e di grande attualità e per averci fornito le sue ben argomentate opinioni. Devo dire che non le condivido tutte, ma non mi pare il caso qui di continuare una discussione di dettaglio che diventerebbe troppo lunga. L’argomento è troppo vasto e importante. A mio parere l’elaborazione di una posizione del PLI su una proposta di revisione della Costituzione merita un congresso straordinario ad hoc. Per il momento suggerirei a chi è interessato la lettura del commento di Pietro Di Muccio, intitolato Orazione per la Repubblica, facilmente reperibile su Internet.

  5. POSTILLA A LIBERALI E COSTITUZIONE
    di Enzo Palumbo

    Messina 07.01.2011

    Com’è naturale tra liberali, alcune delle cose suggerite da Guido di Massimo nel suo ultimo commento mi sembrano condivisibili, altre meno, altre per niente.

    Comincio da queste ultime, tra le quali inserisco a pieno titolo la critica all’art. 1 della Costituzione, su cui ho scritto una specifica nota pubblicata su questo stesso sito e nella quale credo di avere dimostrato come il testo esitato dalla Costituente, proposto dai democristiani, non si discosti granché da quello proposto da Guido Cortese (liberale doc.).
    Ovviamente, si tratta di un compromesso, nel quale convergono tutte le quattro anime della Costituente (democristiani, socialisti, comunisti e liberali-repubblicani, in ordine di consistenza); magari, come liberali avremmo preferito la formula La Malfa-Martino, ma dobbiamo metterci in testa, una volta per tutte, che la cultura liberale in Italia era allora minoritaria e tale è poi rimasta ed ancora è, e quindi ciò che per i liberali era (ed ancora è) possibile conseguire sul piano dei principi è un onesto compromesso che tenga conto anche delle loro posizioni, senza alcuna pretesa di esclusività.
    Quella che l’art. 1 sia un residuo storico del compromesso DC-PCI è soltanto una favola inventata dalla destra italiana, veicolata attraverso i mantra berlusconiani, e purtroppo non contraddetta a sufficienza dai commentatori politici di area liberale come Ostellino (e non solo).

    Altra cosa che non mi trova d’accordo è il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio nei confronti del Parlamento; sotto questo profilo, il Governo ed il P.d.C. di potere ne hanno quanto serve, in particolare con la decretazione d’urgenza, col contingentamento dei tempi dell’iter di conversione e col voto di fiducia sui maxiemendamenti che fa decadere gli emendamenti dei parlamentari, meccanismi questi che sono più che adeguati perché il Governo (se vuole e se ha i numeri) possa attuare il suo programma.
    Aumentare il potere del P.d.C. nei confronti del Parlamento può significare solo una cosa in più rispetto a ciò che ha già: e cioè attribuirgli il potere di sciogliere le Camere, il che vorrebbe dire un ulteriore passo verso il plebiscitarismo (nel senso di rapporto diretto col popolo, senza mediazione parlamentare, che è un metodo illiberale), con le Camere sotto continuo ricatto, un po’ come avveniva nel Parlamento del prefascismo, quando il P.d.C talvolta andava alla Camera con in tasca il decreto di scioglimento già firmato dal Re; questo potere, a mio parere, è bene che resti nelle mani di un organo terzo, come il Presidente della Repubblica.
    La dottrina liberale classica del potere è sempre stata nel senso della sua limitazione, e non della sua concentrazione nelle mani di un uomo solo, fosse anche il più illuminato, o di una sola istituzione.

    Mi trova invece d’accordo l’ipotesi di incrementare il potere del P.d.C. nei confronti dei membri del Governo, sembrandomi assolutamente ragionevole che egli possa proporre al P.d.R. anche la revoca (come già oggi la nomina) dei ministri, e che il Capo dello Stato sia in qualche modo tenuto ad assecondarlo; e sono anche d’accordo sulla opportunità di prevedere l’incompatibilità tra membri del legislativo e dell’esecutivo, come anche sulla introduzione della sfiducia costruttiva, che però comporta anche la revisione della legge elettorale.
    Sotto quest’ultimo profilo, basterebbe copiare il sistema tedesco, che ha dimostrato di funzionare anche in situazioni di stallo o di crisi particolari.
    Quanto poi agli art. li 39 (sindacati) e 40 (diritto di sciopero) si tratta solo di darvi attuazione con una illuminata legislazione ordinaria, che tenga conto della globalizzazione e della apertura dei mercati, e quindi superando le rigidità della legislazione italiana del lavoro.

    Sono poi abbastanza d’accordo su quasi tutto il resto:
    a) andrebbe abrogato l’art. 7 (ma si tratta di un pio desiderio) e conseguentemente rivisto anche il secondo comma dell’art. 8; e sarebbe bene, in proposito ricordare che i liberali (l’ho fatto io stesso) si espressero in dissenso dal governo, di cui pure facevano parte, in occasione della modifica dei patti lateranensi del 1984;
    b) non mi straccio le vesti sulla diminuzione del numero di deputati (art. 56 Cost.) e senatori (art. 57 Cost.), che è argomento che lascerei ai demagoghi di professione; cento deputati o senatori in meno non fanno alcuna differenza, anzi, essendo aumentata la materia su cui legiferare, forse è il caso di lasciare le cose come stanno;
    c) penso invece che bisognerebbe espungere da tali norme il riferimento alle c.d. circoscrizioni Estero, che sono una palese violazione dei principio su cui si basa la rappresentanza parlamentare (no rapresentation without taxation, e/o viceversa); se poi si andrà verso una Repubblica para-federale (come ormai sembra, e come io non auspico) sarà allora necessario che il Senato diventi la Camera delle Regioni;
    d) l’introduzione di altre norme costituzionali, come quelle suggerite da Di Massimo, è materia opinabile: la responsabilità dei pubblici funzionari (e quindi anche dei magistrati) c’è già (art. 28 Cost.), e quindi basterebbe abrogare la Legge 117/1988 che ha praticamente vanificato il risultato del referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati, che pochi ricordano essere stato promosso anche dai liberali (oltre che da socialisti e radicali).

    Su tutto, però, aleggia la profonda sfiducia che un liberale naturalmente nutre verso un Parlamento come questo, nominato con un sistema maggioritario e per decisione di poche persone, in cui inevitabilmente la fedeltà al capo di turno fa aggio su tutto il resto.
    Ad un Parlamento del genere si fa già fatica a riconoscere la legittimità ad occuparsi della legislazione ordinaria; figurarsi se è ipotizzabile di attribuirgli anche la possibilità di mettere mano alla Costituzione.
    Per riformarla profondamente (salva la possibilità di isolati e modesti ritocchi, per i quali fu immaginato il meccanismo di revisione previsto dall’art. 138 Cost.) sarebbe allora necessario eleggere una vera e propria Assemblea Costituente, eletta su base rigidamente proporzionale e fatta da persone competenti, assolutamente svincolate dalla quotidianità della lotta politica e sottratte alle lusinghe di qualsiasi carriera politica nel periodo immediatamente successivo.
    In tal senso mi sono già espresso in una mia nota del 2006, scritta subito dopo quel fallito referendum costituzionale, che mi riservo di pubblicare per completa conoscenza dei frequentatori di questo sito.
    Non senza aggiungere, e chiudo, che, anche qui, si tratta solo di un sogno.

  6. Pur con tutto il rispetto per le cose che hanno resistito nel tempo penso che la Costituzione vada rivista. Naturalmente con la cautela e la prudenza necessarie per non peggiorarla considerando proprio l’avvilente livello della politica attuale.

    A mio parere non importano modifiche tipo la revisione del primo comma dell’articolo 1: esso è l’innocuo residuo storico e retorico di un compromesso essenzialmente tra comunisti e democristiani; ma non è precettivo e con un po’ di pragmatismo e saggezza lo possiamo benissimo lasciare com’è evitando discussioni più dannose che utili.

    Le modifiche dovrebbero sanare la differenza che c’è tra la costituzione scritta e quella che viene chiamata costituzione “materiale”, quella cioè concretata dalla prassi. E dovrebbero riguardare gli articoli precettivi, ad esempio gli articoli 56 e 57, che determinano il pletorico numero di deputati e di senatori; ma dovrebbero riguardare anche il contraddittorio e ambiguo articolo 41 che dice che “l’iniziativa economica privata è libera” ….ma …“la legge determina i programmi e i controlli perché possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”; analogamente andrebbero rivisti tutti gli articoli dove l’affermazione di un diritto è seguita da un “ma” (ad esempio l’art. 35); dovrebbero riguardare l’art. 99 che istituisce il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che è risultato un parassitario centro di sicumere per politici non eletti. Dovrebbero riguardare gli articoli 7 e 8, ma è inutile sperarci. Dovrebbero poi essere rivisti gli articoli 39 e 40 (sindacati e diritto di sciopero), reintegrato l’articolo 68 (immunità).

    Non solo: oltre a revisionare l’esistente sarebbe opportuno considerare l’introduzione di altri articoli: a limitazione dell’ingerenza statale (un numero massimo di impiegati statali e “locali” in percentuale della popolazione); per vietare la costituzione di società di diritto privato da parte degli enti locali; per la responsabilità civile di politici che mandano in dissesto i bilanci delle “proprie” amministrazioni; per la responsabilità dei giudici; per il divieto di istituire o mantenere corporazioni (che vivono di rendite parassitari, limitano la libertà professionale e danneggiano la società contribuendo a “ingessarla”), …….

    Sarebbe opportuno introdurre la sfiducia costruttiva, di cui si è tanto spesso parlato, rafforzare l’autorità del presidente del consiglio nei riguardi dei membri del Governo e del Parlamento eventualmente controbilanciando con altro, considerare, per una chiara divisione tra esecutivo e legislativo (attualmente c’è più confusione che divisione), l’incompatibilità tra l’essere contemporaneamente membri del Governo e del Parlamento.

    Non sarebbe male valutare poi l’eventuale intervento su alcuni aspetti della nostra società dovuti alle nuove sensibilità come ad esempio i diritti degli animali e dell’ambiente, o dovuti al progresso delle scienze che ormai permettono sia la clonazione umana che la creazione di esseri umani geneticamente modificati (è ad esempio compatibile con la nostra etica la creazione di subumani?).

    Ma sono completamente d’accordo con Enzo Palumbo quando parla di “diffidenza” nei riguardi del “legislatore ordinario”; più che di diffidenza parlerei di assoluto pessimismo; e non solo per il pessimo livello dei nostri politici ma anche per ragioni oggettive, le stesse che a mio giudizio fecero naufragare la “bicamerale”: il legislatore ordinario, cioè il parlamentare in carica, ha davanti a sé i pochi anni della sua legislatura e la preoccupazione di essere rieletto, lui e i suoi sodali; ne segue che qualunque decisione – a meno di eroiche infime minoranze – è condizionata dall’interesse contingente della propria parte: quale “spirito costituente” possiamo sperare che abbia? Per parlare di una riforma costituzionale “seria” e sperabilmente non drogata da interessi di bottega dovremmo parlare di assemblea costituente composta da persone elette ad hoc e che poi (a maggior garanzia della loro indipendenza) non potrebbero candidarsi a cariche politiche o assumere cariche pubbliche per almeno un quinquennio.

    Aggiungo che una sana discussione pubblica sulla nostra costituzione renderebbe noi italiani un po’ più cittadini consapevoli e gelosi della nostra legge fondamentale (o forse mi illudo?).

    Guido Di Massimo

  7. Qualche tempo fa ho letto 2 libri meravigliosi. Uno del piu’ grande giornalista liberale italiano {Piero Ostellino, lo Stato Canaglia}. L’altro di uno dei pochi Magistrati dichiaratamente liberali {Carlo Nordio, in attesa di giustizia}. Entrambi fortemente argomentavano sull’assoluta illiberalita’ della Costituzione Italiana, totem ormai solo della sinistra piu’ retrograda. TRa l’altro ricordavano gli articoli sulla proprieta’ privata {fortemente limitata}. E sulla Repubblica {fondata sul lavoro} piuttosto che sulle liberta’ dei cittadini. La mia speranza e’ che il PLI quando verra’ il tempo si batta strenuamente per riformare la Costituzione. Ha ormai fatto il suo tempo.

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