La crisi economica come opportunità di rinnovamento.

L’imminente Congresso (Roma, 21-23 febbraio 2009) e la sfida delle elezioni europee mi suggeriscono queste telegrafiche riflessioni sugli attuali scenari di una proposta politica autenticamente liberale. Non è, credo, nello stile di un liberale piangersi addosso, né fare politica per slogan contro “il sistema” (che pure meriterebbe censure severe), ma piuttosto guardare al futuro con idee e proposte concrete.A dire il vero, la crisi economica in corso – della quale sarebbe ingeneroso incolpare direttamente gli attuali governanti –  potrebbe costituire la più straordinaria occasione di rinnovamento del Paese. Rigore nella spesa pubblica, riduzione degli sprechi, lotta costruttiva all’evasione fiscale, individuazione di aree produttive ancora competitive e riconversione di aziende non più capaci di reggere alla globalizzazione, innovazione tecnologica, e più in generale, la ricerca dell’efficienza e della “valutazione” dei risultati operativi della p.a. sono temi che la crisi rende ineludibili e che, rassegnamoci, mai sarebbero stati affrontati dalla classe politica italiana, troppo intenta a tutelare le proprie clientele e a garantirsi l’auto-conservazione.

L’occasione non andrebbe perduta, ma la crisi economica viene oggi strumentalizzata per far riemergere soluzioni e ricette che già hanno fatto tanto male al Paese: intervento statale nell’economia, misure una tantum, rinvio delle riforme strutturali in nome dell’emergenza (si pensi al nodo, ancora irrisolto, delle pensioni).

Persino l’idea, in sé apprezzabile, di conteggiare anche il “debito privato” accanto al “debito pubblico” nell’analisi macro-economica, è stata avanzata nel tentativo sbilenco di minimizzare l’enorme esposizione dei conti italiani, quasi a giustificazione del mancato impegno di contenimento della spesa pubblica. Del resto la storia di questi anni insegna che ogni compagine politica , non appena giunta al Governo, dimentica con precisione svizzera l’impegno di affrancarsi da quel sistema corporativo che imbriglia lo sviluppo e mortifica il merito.

All’Europa che da decenni raccomanda all’Italia una svolta liberale, riforme strutturali, una pubblica amministrazione più leggera, una riforma delle pensioni più equa verso le future generazioni, i liberali devono rispondere con proposte politiche di immediata discontinuità.

Chi scrive pensa che le province debbano esser subito abolite (così come le comunità montane e finanche le circoscrizioni in città con meno di 300.00 abitanti), che i comuni che hanno investito in derivati, magari per fare cassa in vista di imminenti elezioni, debbano sostenere senza paracadute statali il peso e l’onta delle proprie scelleratezze. Chi scrive pensa anche ad un patto per le liberalizzazioni, oltre che alla mossa, simbolica ma “eticamente” forte, di un salario bloccato a 1500 euro per il 2009 per tutte le cariche politiche elettive.

Non è tempo di slogan, ma di un progetto politico che metta al centro la trasparenza, il rigore nei conti pubblici e l’etica del lavoro e della responsabilità, a tutti i livelli.

Vediamoci a Roma, parliamone, e allarghiamo i consensi del Partito Liberale.

Stefano Maffei

4 Commenti

  1. E’ un programma saggio, liberale e meritevole di essere approfondito.
    Il tuo non è comunque un discorso facile da affrontare con gli italiani, spesso e volentieri anestetizzati da una politica che elabora palliativi, ma non le medicine adatte per superare il momento di crisi.
    Se noi liberali iniziassimo a parlare di sacrifici – quindi, di tagli alla spesa pubblica, di liberalizzazioni, di ringiovanimento delle classi dirigenti – la gente, forse non immediatamente, ci darà il suo consenso.
    Auspico che il tuo discorso rappresenti un punto di partenza per la politica del PLI nel periodo post-congressuale.

    Liberalmente,
    Guido Anetrini

  2. D’accordissimo caro Stefano, noi liberali dobbiamo finirla di piangerci a dosso, dobbiamo finirla con la politica degli slogan, e cioè il perchè la gente non deve seguire gli altri; la gente deve iniziare a capire perchè deve seguire noi; dobbiamo parlare un linguaggio semplice e che sia diretto; per fare ciò è semplicissimo: iniziamo a scendere tra la gente; iniziamo a promuovere manifestazioni e convegni su tematiche reali; penso che un partito vero, quale è il nostro, debba partire dal basso, partendo da quelle che sono le realtà territoriali, senza ubriacarci ibvece nei meandri della cosiddetta politica dei ”grandi”, che favorisce invece chi detiene i poteri forti.

  3. D’accordo. E cosa dire sulle liberalizzazioni delle professioni?
    ci sono baronati e baronati?
    Via l’esame di stato e libero accesso!!!!
    Una riforma a costo zero con almeno 1.000.000 di nuovi posti di lavoro ed autonomi!!!!!

    Ma siamo in Italia, il che è già una risposta.

  4. Non posso che aderire con convinzione alle tue riflessioni.
    Finalmente un ragionamento!!Bravo Stefano!!!
    Credo che ci siano tutte le condizioni per incoraggiare, un dialogo proficuo per una proposta politica autenticamente liberale e penso che questa è la strada migliore, che consente di raccogliere attorno al Partito molti consensi.
    E’ da troppo lungo tempo che è cessata la presenza attiva di una forza politica capace di offrire alle nuove generazioni il linguaggio intransigente della libertà e la speranza di una trasformazione liberale della società senza mediazioni.
    E’ necessario rompere gli indugi e contribuire alla costruzione di un Partito moderno ed efficace, capace di svolgere un’attività di presenza e di stimolo in tutti i vari momenti della vita sociale ed economica del cittadino.
    Ma, stringono i tempi per quanto riguarda la sfida delle elezioni europee e non si può più aspettare oltre, su come andare avanti.
    Occorre fare bene ed in fretta!!
    Cordialmente,
    Ciro Giovanni PALMIERI
    http://www.cirogiovannipalmieri.it
    plicalabria@libero.it

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