Ostellino ha acutamente osservato sul Corriere che non è la elezione di Obama che ha fatto degli USA una grande democrazia, ma più sempli-cemente che questa elezione è potuta avvenire perché l’”America” è una grande democrazia. La differenza non è da poco, perché non si tratta di una svolta, come hanno sostenuto alcune cicale nostrane, secondo cui, dopo l’oscuro periodo di Busch, l’America ha avvertito il bisogno di fare un passo in avanti.

Sono le istituzioni di quel paese ed il diffuso, generale rispetto per i valori che esse rappresentano che fanno degli Stati Uniti un Paese diverso.

Quella sacralità laica delle istituzioni che impressionò sin dagli inizi dell’ottocento Alexis de Toqueville, fa si che un popolo, una Carta Costituzionale, alcuni valori indiscutibili, siano l’essenza stessa della società americana.

Questa diversità di una democrazia fondata sul rispetto assoluto della verità e dell’autorità in quanto espressione della società, fanno la differenza.

 Lo sconfitto che non pensa neppure un istante alla delegittimazione dell’avversario ed il vincitore che,  in un momento di grave crisi, cerca l’aiuto dell’avversario e di tutti i migliori cervelli del Paese in forma trasversale, dimostrano che negli Usa autorità non significa potere, ma responsabilità per fare grande il proprio Paese, contagiando di ottimismo della volontà l’ intera Nazione per inaugurerà una stagione di rilancio.

Una società luterana e calvinista, quella americana, che dimostra di credere nell’uomo, nelle sue capacità, nella sua affidabilità: Obama non è avvertito come l’uomo di colore che è arrivato alla Casa Bianca, ma come il più adatto a ricevere la fiducia del suo popolo, indipendentemente dall’ apparte-nenza politica e dal colore della pelle.

Quindi alla sua elezione va attribuito solo il valore simbolico, che per la prima volta, un nero ha raggiunto quella posizione.- Ma il vero fatto rivoluzionario è invece pragmaticamente affidato a quello che farà.- Prima ancora di varcare la soglia della Casa Bianca, intanto, ha ottenuto il risultato di aver ridato fiducia agli americani, a Wall streat, all’estabiliment produttivo e amministrativo, al mondo culturale,  a quanto di vivo e pulsante  sostiene quella grande democrazia.

Non lo hanno apparentemente turbato neppure gli attacchi furibondi di Al Quaeda, ai quali ha risposto con la composta fermezza che si aspettavano  i suoi concittadini, dimostrando così di avere  consapevolezza di governare  il più forte paese del mondo.

L’Europa invece ( ad eccezione della Gran Bretagna , anch’essa di tradizio-ne anglosassone e liberale) balbetta.- Si limita a modesti segnali, che arrivano in ritardo.- Basti pensare alla prontezza della Federal Reserve, rispetto alle incertezze della BCE.- In Italia, certo, la questione è più grave, perché c’è il rischio di fare andare fuori controllo il debito pubblico, che è il più grande in assoluto tra i paesi avanzati.- Temendo che una soluzione di stampo liberista possa produrre reazioni di piazza, come è avvenuto per i provvedimenti per la scuola, il Governo ricorre alla politica degli annunci, cui seguono modesti interventi verso le fasce più deboli. E’ anche giusta, ma soluzioni così timide non possono dare alcuna garanzia di ottenere l’effetto sperato dell’espansione dei consumi.

La pur condivisibile pressione verso una maggiore responsabilizzazione dei dipendenti pubblici non basta. I tagli alla spesa devono essere molto più incisivi, mentre coraggiosamente bisognerebbe ridurre la pressione fiscale verso il mondo delle partite iva, che potrebbero determinare investimenti,  dare nuova occupazione, innescare un processo reale di ampliamento dei consumi e delle esportazioni.

In realtà, sia nel campo conservatore, che in quello cosiddetto progressista, è riesplosa la vocazione statalista, dimenticando che essa è proprio la causa del nostro debito pubblico e della mancata innovazione del nostro sistema produttivo,come del permanente, enorme squilibrio tra Nord e Mezzogiorno.

In controtendenza con la ventata statalista, noi liberali siamo convinti che la soluzione della attuale crisi sia da ricercare negli strumenti classici dell’economia di mercato. 

Dopo una lunga fase in cui in troppi si erano definiti liberali e non lo erano, oggi torniamo ad essere i soli che rivendicano le regole dell’economia libera.

E’ sacrosanto che lo Stato in momenti difficili come l’attuale, appronti una rete di protezione per i più deboli, ma allo stesso tempo vanno eliminati gli sprechi ed alleggerita una burocrazia, che per perpetrare il proprio potere, finisce col frenare lo sviluppo.

Allo stesso tempo lo Stato deve incentivare nuove iniziative imprenditoriali, garantendo non le banche, ma i nuovi capitali di rischio per le imprese e la tutela dei risparmiatori.

Inoltre si devono, senza indugi, chiudere gli Enti inutili, abolire le Province e le Comunità montane e mettere sul mercato le aziende e i servizi pubblici locali; ciò anche per sanare i bilanci dissestati dei Comuni.

Inoltre bisogna avviare una massiccia liberalizzazione delle grandi aziende ancora in mano allo Stato, come Enel ed Eni, mentre la Cassa Depositi e Prestiti deve divenire volano per i nuovi investimenti, unitamente alla BEI ed alle altre istituzioni a ciò preposte.

Solo volando alto, come sta dimostrando di voler fare Barak Obama negli Usa, si può restituire fiducia ai cittadini risparmiatori, e, allo stesso tempo, espandere i consumi, e rimettere in moto la macchina produttiva; non certo insistendo nella logica statalista della difesa dell’italianità di Alitalia.-

Tale tipo di scelta significa soltanto spreco di risorse che vengono sottratte agli investimenti produttivi e disagi ai fruitori del servizio a causa della diminuzione degli spazi di concorrenza.

Risulta evidente una sospetta complicità tra maggioranza ed opposizione nella insistente richiesta di interventi statali corporativi ,a volte inutili,con la complicità di  sindacati e  associazioni di categoria.

La ricetta non può che essere diversa.- Se esistono in Italia forze che credono nel mercato e nelle regole della liberaldemocrazia è venuto il momento che si incontrino e facciano sentire la loro voce.-

Prima di parlare di un federalismo, che potrebbe risultare in questa fase deleterio, bisogna ricostruire il tessuto istituzionale, morale ed economico dello Stato in tutte le sue articolazioni e snellire la pubblica amministra-zione.

Altrimenti sarà impossibile avviare una fase che, effettivamente, possa rimuovere le disuguaglianze. Si favoriranno invece l’egoismo delle aree più forti, accentuando la debolezza di quelle meridionali. Tutto ciò produrrà un contrasto violento tra due Italie, tra loro lacerate, che potrebbero persino determinare la rottura del delicato equilibrio nazionale e portare il Paese verso una svolta autoritaria.  

Stefano de Luca, Segretario Nazionale del PLI

3 Commenti

  1. BENISSIMO…
    C’è la prova del 9 da superare ovvero evitiamo ipocrisie…
    INCOMINICAMO CON L’ABROGARE L’ESAME DISTATO PER ACCEDERE ALLE PROFESSIONI ….
    i professionisti devono formarsi a scuola, nelle università e durante il tirocinio….cosa c’entra l’esame di Stato che come è congeniato ha tutta l’aria della TRUFFA di Stato….
    In Corte d’Appello a Bolgna quest’anno c’è stato il rituale per l’abilitazione alla professione forense, per es., gli elaborati verranno corretti a Venezia e già si sa che a superare lo scritto sarà il 20%?!?!?!?!?!
    E’ il mercato del bestiame delle lobby e dei CLAN….
    Avere fiducia in questo Stato è da IDIOTA…meglio andar via, sulla mia pelle non lascio che i parassiti dell’Italietta faccaino ancora affari tra clientelismo, stipendificio etc etc

  2. L’intervento del Segretario de Luca riesce a chiarire sinteticamente gli aspetti fondamentali della questione.Poichè si accenna ai provvedimenti necessari ad un rilancio,mi permetterei un breve richiamo,in un contesto più ampio,oltre la contingenza dell’elezione presidenziale statunitense e della crisi economica,ad un altro fattore che incide pesantemente nel segnare il divario fra l’Italia e gli USA : lo stato comatoso delle giustizia nostrana che in assenza di un’ urgente una riforma in grado di garantire lo svolgimento di processi in tempi ragionevoli,confrontabili con quelli delle già citate realtà americana e britannica,vanificherebbe ogni tentativo di rendere più liberale e libera la nostra società.

  3. Sull’efficacia dei provvedimenti economici statalisti e interventisti dei Democrats americani, sorge ben più di un dubbio.
    Mi pare che l’elezione di Obama entro la cornice qua descritta dall’On De Luca e dal citato articolo di Ostellino, rifletta anche una crisi della politica stessa e delle istituzioni.
    Non certo per l’elezione di un Obama piuttosto che di un Mc Cain, quanto per proposte e visioni politiche analoghe legate all’idea di una sfiducia generale della politica sul mercato.
    Ritengo che le politiche intraprese dalla Fed, alla pari di quelle promosse seppur in toni minori dalla BCE e dai ministri economici europei (oltre che dal presidente di turno Sarkozy), sia quanto più lontano dalla visione di mercato hayekiana e friedmaniana.
    La visione interventista, tremontiana e tecnocratica non solo viene già oggi contestata da economisti liberisti ma in particolare da una parte sempre più crescente dell’elettorato americano anche democrats moderato (già risvegliatosi dall’utopismo rappresentativo dell’Obama elettorale) , che ritene inefficace quanto populista e localista le scelte intraprese finora dal futuro presidente.
    La strada intrapresa nell’ultima parte dell’amministrazione Bush sia per quanto riguarda l’economia e la politica estera è sostanzialmente sovrapponibile a quanto proposto in questi mesi e giorni da Obama.
    Quindi non ritengo che il cambiamento sia rappresentabile solamente in ambito elettorale o democratico, quanto piuttosto entro un paradigma trasformista e di potere (anche familista) sempre più presente entro la politica americana nei contenitori bipartitici, alla pari della criticabilissima politica italiana.
    I partiti sono sempre più espressione di lobby, corporazioni e favoritismi personali e di potere per il potere; ovvero sempre più lontano da una visione di Small Government e di società libera e aperta.
    Certamente a differenza dell’Italia in Usa, non vi è ancora un chiaro e delineato assetto di potere leaderistico legato alle nomine delle persone partecipanti alla vita politica, ma come recenti notizie e scandali emersi dimostrano, anche in Usa la visione populista e familista, legata ai clan dei Kennedy, Bush, Clinton,… sta trasformando la politica americana in un gioco di ristretta società, con prestanomi e compravendite di seggi.
    Insomma a me pare che anche la Democrazia americana stia sprofondando lentamente entro le forme becere e pericolose, espresse nel primo libro di Tocqueville di una deriva maggioritarista plebiscitaria legata al leader di turno (con tanto di scandali al suo seguito).
    La Democrazia è oramai strumento di potere per la conservazione del potere dei politici, non favorisce maggiori libertà nè un suo ricambio naturale, nè tantomeno riforme di contenimento della spesa pubblica o di mercato.
    Se è vero che un partito liberale e liberista (e spero anche libertario) deve promuoversi entro la vita politica e presso il proprio elettorato di riferimento una azione di sensibilizzazione culturale per la libertà di azione; è anche bene che questi si preoccupi di denunciare i mali intrinseci della Democrazia e di promuovere sostanzialmente una maggior apertura nei confronti delle scelte di mercato e di responsabilizzazione individuale anche al di fuori di passaggi politici istituzionali o di garantismo assistenziale.
    E’ auspicabile che il PLI possa mostrarsi partito differente dalla politica di palazzo, in grado di cogliere e analizzare i rischi e le soluzioni necessarie per evitare una degenerazione autoritaria della politica italiana.
    Il PLI deve aprirsi a una maggior attività di informazione e promozione di una sua diversità non solo di nome, passato o di schieramento rispetto agli attuali finti contenitori, ma anche una proposta chiara e netta alternativa nei confronti dell’attuale deriva politica, economica, civile italiana.
    Bisogna quindi proporsi non solamente come baluardi di democrazia o dell’onesta politica ma innanzitutto come difensori integrali delle libertà individuali e di mercato, contro un sistema statale, politico e “democratico” che oramai considera la democrazia parte sostanziale dei propri sondaggi e della propria legittimazione.
    Il PLI sia un partito einaudiano, non uno crociano; in quanto il principio di mercato e di libertà (e proprietà) economica implica intrisecamente anche la componente liberale; non altrettanto avviene con la seconda strada.
    Difendere la democrazia solo per una sua idealistica visione di funzionamento retto e giusto magari autorappresentato anche statalmente, non è sufficiente a garantire voti o consensi, anche perchè il PLI non deve essere succursale di un ridicolo PD autocratico!.
    Cordiali saluti LucaF.

Comments are closed.