Perché l'Italia non è l'America. Di Stefano de Luca

RedazioneLettere

Ostellino ha acutamente osservato sul Corriere che non è la elezione di Obama che ha fatto degli USA una grande democrazia, ma più sempli-cemente che questa elezione è potuta avvenire perché l’”America” è una grande democrazia. La differenza non è da poco, perché non si tratta di una svolta, come hanno sostenuto alcune cicale nostrane, secondo cui, dopo l’oscuro periodo di Busch, l’America ha avvertito il bisogno di fare un passo in avanti.

Sono le istituzioni di quel paese ed il diffuso, generale rispetto per i valori che esse rappresentano che fanno degli Stati Uniti un Paese diverso.

Quella sacralità laica delle istituzioni che impressionò sin dagli inizi dell’ottocento Alexis de Toqueville, fa si che un popolo, una Carta Costituzionale, alcuni valori indiscutibili, siano l’essenza stessa della società americana.

Questa diversità di una democrazia fondata sul rispetto assoluto della verità e dell’autorità in quanto espressione della società, fanno la differenza.

 Lo sconfitto che non pensa neppure un istante alla delegittimazione dell’avversario ed il vincitore che,  in un momento di grave crisi, cerca l’aiuto dell’avversario e di tutti i migliori cervelli del Paese in forma trasversale, dimostrano che negli Usa autorità non significa potere, ma responsabilità per fare grande il proprio Paese, contagiando di ottimismo della volontà l’ intera Nazione per inaugurerà una stagione di rilancio.

Una società luterana e calvinista, quella americana, che dimostra di credere nell’uomo, nelle sue capacità, nella sua affidabilità: Obama non è avvertito come l’uomo di colore che è arrivato alla Casa Bianca, ma come il più adatto a ricevere la fiducia del suo popolo, indipendentemente dall’ apparte-nenza politica e dal colore della pelle.

Quindi alla sua elezione va attribuito solo il valore simbolico, che per la prima volta, un nero ha raggiunto quella posizione.- Ma il vero fatto rivoluzionario è invece pragmaticamente affidato a quello che farà.- Prima ancora di varcare la soglia della Casa Bianca, intanto, ha ottenuto il risultato di aver ridato fiducia agli americani, a Wall streat, all’estabiliment produttivo e amministrativo, al mondo culturale,  a quanto di vivo e pulsante  sostiene quella grande democrazia.

Non lo hanno apparentemente turbato neppure gli attacchi furibondi di Al Quaeda, ai quali ha risposto con la composta fermezza che si aspettavano  i suoi concittadini, dimostrando così di avere  consapevolezza di governare  il più forte paese del mondo.

L’Europa invece ( ad eccezione della Gran Bretagna , anch’essa di tradizio-ne anglosassone e liberale) balbetta.- Si limita a modesti segnali, che arrivano in ritardo.- Basti pensare alla prontezza della Federal Reserve, rispetto alle incertezze della BCE.- In Italia, certo, la questione è più grave, perché c’è il rischio di fare andare fuori controllo il debito pubblico, che è il più grande in assoluto tra i paesi avanzati.- Temendo che una soluzione di stampo liberista possa produrre reazioni di piazza, come è avvenuto per i provvedimenti per la scuola, il Governo ricorre alla politica degli annunci, cui seguono modesti interventi verso le fasce più deboli. E’ anche giusta, ma soluzioni così timide non possono dare alcuna garanzia di ottenere l’effetto sperato dell’espansione dei consumi.

La pur condivisibile pressione verso una maggiore responsabilizzazione dei dipendenti pubblici non basta. I tagli alla spesa devono essere molto più incisivi, mentre coraggiosamente bisognerebbe ridurre la pressione fiscale verso il mondo delle partite iva, che potrebbero determinare investimenti,  dare nuova occupazione, innescare un processo reale di ampliamento dei consumi e delle esportazioni.

In realtà, sia nel campo conservatore, che in quello cosiddetto progressista, è riesplosa la vocazione statalista, dimenticando che essa è proprio la causa del nostro debito pubblico e della mancata innovazione del nostro sistema produttivo,come del permanente, enorme squilibrio tra Nord e Mezzogiorno.

In controtendenza con la ventata statalista, noi liberali siamo convinti che la soluzione della attuale crisi sia da ricercare negli strumenti classici dell’economia di mercato. 

Dopo una lunga fase in cui in troppi si erano definiti liberali e non lo erano, oggi torniamo ad essere i soli che rivendicano le regole dell’economia libera.

E’ sacrosanto che lo Stato in momenti difficili come l’attuale, appronti una rete di protezione per i più deboli, ma allo stesso tempo vanno eliminati gli sprechi ed alleggerita una burocrazia, che per perpetrare il proprio potere, finisce col frenare lo sviluppo.

Allo stesso tempo lo Stato deve incentivare nuove iniziative imprenditoriali, garantendo non le banche, ma i nuovi capitali di rischio per le imprese e la tutela dei risparmiatori.

Inoltre si devono, senza indugi, chiudere gli Enti inutili, abolire le Province e le Comunità montane e mettere sul mercato le aziende e i servizi pubblici locali; ciò anche per sanare i bilanci dissestati dei Comuni.

Inoltre bisogna avviare una massiccia liberalizzazione delle grandi aziende ancora in mano allo Stato, come Enel ed Eni, mentre la Cassa Depositi e Prestiti deve divenire volano per i nuovi investimenti, unitamente alla BEI ed alle altre istituzioni a ciò preposte.

Solo volando alto, come sta dimostrando di voler fare Barak Obama negli Usa, si può restituire fiducia ai cittadini risparmiatori, e, allo stesso tempo, espandere i consumi, e rimettere in moto la macchina produttiva; non certo insistendo nella logica statalista della difesa dell’italianità di Alitalia.-

Tale tipo di scelta significa soltanto spreco di risorse che vengono sottratte agli investimenti produttivi e disagi ai fruitori del servizio a causa della diminuzione degli spazi di concorrenza.

Risulta evidente una sospetta complicità tra maggioranza ed opposizione nella insistente richiesta di interventi statali corporativi ,a volte inutili,con la complicità di  sindacati e  associazioni di categoria.

La ricetta non può che essere diversa.- Se esistono in Italia forze che credono nel mercato e nelle regole della liberaldemocrazia è venuto il momento che si incontrino e facciano sentire la loro voce.-

Prima di parlare di un federalismo, che potrebbe risultare in questa fase deleterio, bisogna ricostruire il tessuto istituzionale, morale ed economico dello Stato in tutte le sue articolazioni e snellire la pubblica amministra-zione.

Altrimenti sarà impossibile avviare una fase che, effettivamente, possa rimuovere le disuguaglianze. Si favoriranno invece l’egoismo delle aree più forti, accentuando la debolezza di quelle meridionali. Tutto ciò produrrà un contrasto violento tra due Italie, tra loro lacerate, che potrebbero persino determinare la rottura del delicato equilibrio nazionale e portare il Paese verso una svolta autoritaria.  

Stefano de Luca, Segretario Nazionale del PLI