Ai Consiglieri Nazionali, ai Dirigenti Nazionali, ai Coordinatori dei Circoli Liberali del PLI

Il Consiglio Nazionale del PLI è convocato per sabato 21 giugno 2008, alle ore 9,30, presso l’Hotel Palatino, Via Cavour,253 – 00184 – Roma – Tel. 06 4814927 – Fax 06 4747026 – e-mail: info@hotelpalatino.com, con il seguente ordine del giorno:

1) Relazione del Segretario Nazionale

2) Dibattito politico   

3) Convocazione del Congresso Nazionale.

Nel corso del Consiglio Nazionale sono previste due relazioni tematiche che saranno tenute dal sen. Carlo Scognamiglio Pasini sul tema: “Una politica liberale di fronte ai rischi di un ritorno al protezionismo” e dall’ing. Mauro Antonetti sul tema: “Come uscire dalla crisi energetica”.

Vi prego di arrivare puntualmente in modo da poter concludere entro le ore 18,00. L’invito è esteso anche agli amici che si sono impegnati nella recente campagna elettorale. E’ prevista una colazione presso lo stesso Albergo al prezzo di 30 € a persona.

Poiché è necessario prevedere il numero dei partecipanti, Vi prego di prenotare, al più presto, presso la Segreteria Nazionale del Partito.

In proposito Vi segnalo il nuovo indirizzo del PLI: Via Ignazio Guidi 4 – 00147 – Roma  Tel-Fax 06 45505081

Nella certezza che non vorrete mancare, mi è gradito inviare molti cordiali saluti.

On. Stefano de Luca

Informazioni per il pernottamento

Agli invitati del Consiglio Nazionale il coordinamento organizzativo mette a disposizione per un numero minimo di dieci camere, presso un albergo 5 stelle, la possibilità di pernottare al prezzo convenzionato di 86 Euro a notte con possibilità di prenotazione dal 20 al 22 giugno. Chi volesse prenotare e pregato di chiamare il Coordinatore Organizzativo Nazionale al numero 349 6925357.

1 commento

  1. In vista del Consiglio Nazionale di sabato prossimo, Vi invio un mio commento che parte dal risultato elettorale ed affronta le prospettive che ora si aprono.
    Vi sarò grato se vorrete cortesemente pubblicarlo sul sito del PLI.
    Enzo Palumbo

    IL PLI E LA COSTITUENTE LIBERALE

    Ad urne chiuse e risultati ampiamente digeriti, vorrei aggiungere un mio commento ai tanti che si sono susseguiti nelle ultime settimane, ponendomi nell’ottica di un liberale che, senza avere concorso alla sua formazione, si è ritrovata sulla scheda elettorale un simbolo amico, quello del PLI, e, nella disperazione indotta dalla deludente offerta politica che gli veniva altrimenti prospettata, ha deciso di sostenerlo pur senza farsi alcuna illusione in un risultato positivo che, chiaramente, non poteva esserci..

    1) A me pare evidente che l’attuale stagione elettorale non appartenga alla rappresentanza delle opinioni (le ideologie), ma piuttosto alla rappresentanza degli interessi materiali, nazionali e ancor più locali, e che la formazione dell’offerta politica (i partiti che si sono proposti agli elettori) abbia provocato e poi assecondato questa tendenza, all’insegna di un “programmismo senza ideali”, che da tempo avvelena la politica italiana, nutrendosi di promesse progressivamente sempre più demagogiche.
    L’elettorato italiano ha così optato, in prima battuta, per il voto che poteva tornargli utile, e si è perciò indirizzato in grande prevalenza verso le due maggiori coalizioni, le uniche che potevano vincere, pur con diversi gradi di probabilità, e che quindi apparivano potenzialmente in grado di mantenere qualcuna delle tante promesse.
    All’interno delle due coalizioni gli elettori hanno poi privilegiato i partiti più radicalmente caratterizzati in senso settoriale (IdV) e territoriale (Lega e MpA), che hanno raddoppiato i loro voti, piuttosto che i loro più grossi partners, rimasti sostanzialmente fermi alle loro percentuali originarie.
    In questa partita, che vedeva in palio solo la possibilità di perseguire la soddisfazione di interessi concreti, l’offerta dei movimenti di opinione (ideologici) si è rivelata inadeguata ed ha portato alla scomparsa dal Parlamento del partito socialista e di tutta l’estrema sinistra, i cui voti in fuoriuscita hanno consentito al PD di compensare le perdite verso il centro.
    Si è infine confermata la debolezza storica della destra più radicale, che, nonostante la forte esposizione mediatica della sua candidata premier, non è riuscita ad attrarre i voti in fuoriuscita dal PdL, che sono rimasti all’interno della coalizione di centro-destra, indirizzandosi verso la Lega, che ha anche beneficiato di un consistente flusso elettorale proveniente da sinistra.

    2) Non mi colloco tra coloro che gioiscono per l’esclusione di queste forze politiche dalla scena parlamentare.
    L’assenza dei socialisti è grave, e come liberale me ne rammarico fortemente, non solo perché viene meno un baluardo della laicità delle istituzioni statali, quanto piuttosto perché rischia di contraddire il giudizio della Storia, che ha dichiarato vincente l’evoluzione socialdemocratica del marxismo rispetto agli epigoni della sua ortodossa realizzazione, da questi ultimi, e neppure da tutti, abiurata solo dopo il crollo dei regimi comunisti, nell’ultimo scorcio del secolo scorso.
    E tuttavia, per rispetto alla verità, serve rammentare che eguale rammarico per la prolungata assenza parlamentare dei liberali non hanno mai mostrato i socialisti , che anzi, nella competizione elettorale del 2006, pur essendo stati richiesti di coinvolgere i liberali nel processo costituente della Rosa nel Pugno, hanno scelto di escluderli preferendo l’effimero abbraccio dei radicali, ed addirittura provando ad usucapire la sigla “liberali” contenuta in quel simbolo elettorale.
    L’assenza delle due estreme è, in prospettiva, forse ancora più grave, perché priva di rappresentanza parlamentare un malessere sociale ed un antagonismo politico che continuano tuttavia ad esistere; le frange più estreme di queste tendenze, una volta che abbiano maturato la convinzione di essere divenute stabilmente extraparlamentari, potrebbero essere tentate di passare alla contestazione globale del sistema democratico, coi tragici effetti sperimentati in passato.
    Io credo che tali esclusioni possono dare effimera soddisfazione ai partiti che hanno lucrato i loro voti, essendosi inventata a tavolino una semplificazione artificiosa che ha loro concesso qualche parlamentare in più ma che ha anche complessivamente impoverito il Parlamento e, in definitiva, il Paese.
    Non possono dare invece alcuna soddisfazione ai liberali, che preferiscono confrontarsi con tutti, anche i più lontani da loro, nelle aule parlamentari, dove si forma la volontà collettiva che si traduce in atti legislativi ed indirizzi di governo.
    E devono fare riflettere tutti sui danni che può provocare un sistema elettorale come quello attuale, che sottrae ai cittadini, oltre alla scelta dei parlamentari, anche la possibilità di vedere rappresentate tutte le opzioni politiche presenti nella società.

    3) In questo quadro politico, fortemente delineato e quindi profondamente diverso da quello precario della scorsa legislatura, i liberali non dovrebbero commettere l’errore di attardarsi in pregiudiziali moralistiche od estetiche rispetto ad un esito elettorale che ha premiato il contenitore elettorale di centro-destra (apparso più credibile quanto alla capacità di mantenere le promesse) rispetto a quello di centro-sinistra (reso impresentabile dal peso dell’esperienza prodiana).
    In fondo, le prime misure annunziate dal governo prossimo venturo (abolizione totale dell’ICI sulla prima casa, detassazione di straordinari e premi di produttività, incentivi per invertire la tendenza alla denatalità) hanno una chiara impronta liberale.
    Se poi a queste prime misure seguiranno una rigorosa politica di tagli della spesa pubblica (a cominciare dall’abolizione delle province e delle comunità montane…. al livello del mare), la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, l’apertura del mercato del lavoro ed il rafforzamento della contrattazione aziendale, ed ancora la riduzione della pressione fiscale (cominciando con la defiscalità compensativa per le zone economicamente più arretrate) ed un virtuoso federalismo fiscale che sia anche solidale verso le regioni meridionali per promuoverne lo sviluppo (ed a tal fine potrebbe essere di una qualche garanzia la presenza del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo), potrà derivarne un determinante contributo al rilancio del sistema produttivo del Paese.
    Rispetto a queste iniziative del governo, se verranno effettivamente prese e poi realizzate, mi sembrerebbe ragionevole assumere un atteggiamento di favore piuttosto che di pregiudiziale ripulsa.
    Se poi vi si accompagnassero anche alcune riforme liberali nel settore della giustizia (separazione delle carriere di giudici e PM, scelta dei membri togati del CSM per sorteggio, semplificazione del sistema processuale civile e penale, blocco del decorso della prescrizione dei reati dopo il rinvio a giudizio), in quello della sicurezza (controllo dello Stato sul territorio, specie nelle zone di tradizionale insediamento della criminalità organizzata, e lotta alla microcriminalità di città senza improprie deleghe a private iniziative) ed in quello dei rapporti interpersonali (una ragionevole normativa in tema di convivenze di fatto, sulla base del buon testo elaborato da Alfredo Biondi nella scorsa legislatura) ne risulterebbe fortemente migliorato anche il livello della nostra convivenza civile.
    Infine, resta l’auspicio che la nuova maggioranza parlamentare, col concorso dell’opposizione, riesca a varare una buona legge costituzionale per la formazione di un’Assemblea Costituente che possa mettere mano ad un complessivo aggiornamento della nostra Carta fondamentale, che è compito non congeniale ad un Parlamento eletto con un premio di maggioranza e non rappresentativo di tutto il Paese.
    La sua elezione in concomitanza con le elezioni europee del prossimo anno sarebbe una grande e positiva novità.
    Se almeno alcune di queste cose si realizzassero, credo che i liberali non potrebbero fare altro che esprimere forte apprezzamento, rivedendo quell’atteggiamento negativo che ne ha contraddistinto il giudizio nel corso dei precedenti governi del centro-destra.

    4) Quanto al risultato del PLI, che nemmeno correva per entrare in Parlamento ma solo per affermare di esistere, mi sento di affermare che la sorpresa sta nel fatto che circa centoventimila elettori (se si calcola un’identica percentuale dello 0,3% anche per le circoscrizioni dove la lista del PLI era stata ingiustamente ricusata), distribuiti in modo uniforme per zone e per classi di età, hanno votato una lista che non aveva alcuna possibilità di ottenere una rappresentanza parlamentare e che, salvo rarissime eccezioni, non aveva alcun reale radicamento territoriale.
    Sia onore a questi eroici elettori, che hanno espresso testimonianza delle loro opinioni, senza nulla attendersi dal loro voto !
    Avevo avvertito sin dall’inizio il rischio che si correva, e cioè che la lista del PLI prendesse troppo poco; e tuttavia, credo che quello 0,3 % sia più di quel troppo poco che personalmente temevo.
    E’ un risultato certamente insufficiente, perché non è stata superata l’asticella ideale dello 0,5 %, normalmente ritenuta come la soglia minima per indurre i media a parlarne, e potere così ottenere, almeno nel breve periodo, un’ulteriore piccolissima finestra di visibilità da saldare con quella, anch’essa ben piccola, propiziata dalla “par condicio” del periodo elettorale.
    Ma non è un risultato irrilevante, se si pensa che i socialisti, ormai unificati, non hanno raggiunto l’1%, nonostante schierassero parlamentari ed uomini di governo nazionale e locale.
    E’ invece un dato su cui si potrebbe costruire qualcosa in attesa che il pendolo delle tendenze elettorali si sposti e maturi nell’elettorato la convinzione che gli interessi particolari e territoriali possono essere nobilitati e resi reciprocamente compatibili solo da una visione generale della società, e quindi dalle opinioni (l’ideologia) di chi si propone per rappresentarli in coerenza con la cultura politica che gli è propria.

    5) Qualche commentatore ha tratto da questo risultato la convinzione che fosse il caso di pronunziare il “de profundis” per ogni tentativo di rinascita di una formazione liberale autonoma.
    A me pare invece che l’orazione funebre sia prematura e che il neonato, gracile e non del tutto formato, come accade in tutti i parti prematuri, possa essere rianimato se verrà messo, da subito, nell’incubatrice giusta.
    Che ovviamente, non è quella della nicchia autoreferenziale, ma piuttosto quella della ricerca di più ampie convergenze, creando una sintonia a più voci con tutti i movimenti che si muovono nell’area del “liberalismo disorganizzato”, quale ormai da quindici anni è quello italiano.
    A me pare che la cosa giusta da fare sarebbe quella di mettere il risultato del PLI, per quanto piccolo esso sia, a disposizione di tutti coloro che intendono fare crescere il neonato, dandogli quell’aiuto terapeutico in mancanza del quale finirebbe per morire.
    L’obiettivo che possiamo ragionevolmente proporci è quello di utilizzare il periodo che ci separa dalle elezioni europee del prossimo anno per mettere in piedi , col concorso di tutti quelli che ci stanno, un rete organizzativa radicata sul territorio che possa affrontare l’unica competizione elettorale congeniale ai liberali italiani di oggi, quella europea, in cui è presumibile che possa allentarsi il legame degli interessi settoriali e localistici che hanno condizionato il risultato delle elezioni politiche.
    In questo senso, ho trovato interessante la proposta di Livio Ghersi di coltivare la possibilità di andare oltre il PLI, verso un’aggregazione nella quale tutti i liberali italiani, i pochi di ieri ed i tanti di oggi, possano riconoscersi.
    Si tratta, per la verità, della stessa proposta che mi è sembrata chiaramente emergere dalla lettera di Stefano de Luca del 19 marzo, nella quale il Segretario del PLI aveva detto di volere mettere a disposizione di tutti il simbolo che era fortunosamente riuscito a fare uscire dal dimenticatoio della storia politica d’Italia, “per farne qualcosa di più grande e significativo”.
    Credo che spetti proprio al PLI, “forte” com’è oggi del pur “piccolo” risultato elettorale conseguito, il compito di assumere un’iniziativa in tal senso, promovendo una ideale “tavola rotonda” alla quale possano partecipare tutti i liberali che hanno dato una mano o vogliono ora cominciare a farlo, per dare vita a quell’idea di Costituente, da cui abbiamo preso le mosse poco alcuni mesi fa, per traguardarla alla prima scadenza utile che è quella delle elezioni europee.
    In questa prospettiva, tocca proprio al PLI di intestarsi il progetto della Costituente, mettendo a disposizione di tutti il suo simbolo, pur nella consapevolezza, che è anche mia, che quel simbolo non potrebbe essere abbandonato senza deludere ed abbandonare gli elettori che lo hanno votato con assoluta generosità.
    Al PLI tocca ora di dimostrare altrettanta generosità verso tutti i movimenti liberali che si diranno disponibili in tal senso, mentre a tutti questi movimenti tocca di riconoscere realisticamente che il PLI è riuscito a conquistarsi sul campo una primogenitura che, negli ultimi quindici anni, nessuno era riuscito ad intestarsi.

    6) Nel dibattito che si è sviluppato negli ultimi mesi sono emerse tre posizioni critiche rispetto alla prospettiva di una Costituente Liberale:
    — la prima è quella di chi ritiene che il percorso dei liberali vada tracciato all’interno del Partito Democratico, con la costituzione di un’apposita componente interna, e ciò nonostante la scarsa considerazione che ai liberali è stata riservata nella formazione dell’offerta politica ed elettorale di quel partito;
    — la seconda è quella di chi ritiene che la prospettiva debba essere quella di creare in laboratorio un movimento liberalsocialista per difendere la laicità delle istituzioni, che tuttavia, in questo momento, a me sembra il tentativo di mettere insieme due debolezze (quella liberale e quella socialista) per creare un movimento monotematico piuttosto che un partito, col rischio di non fare neppure la somma degli addendi;
    — la terza è quella di chi sostiene che il PdL può ancora diventare quel partito liberale di massa che molti avevano sognato al momento della nascita di Forza Italia, il che però confligge col suo dichiarato obiettivo di rappresentare la sezione italiana del Partito Popolare Europeo.
    Si tratta di posizioni che rispetto ma non condivido, ovviamente pronto a ricredermi laddove risultasse dimostrato che queste opzioni politiche non sono ciò che esse oggi appaiono essere.
    Sul piano culturale il dibattito è destinato ovviamente a proseguire, ma sul piano politico la discussione in corso non può impedire di trarre qualche interlocutoria conclusione, che a me pare sia di prendere atto che, al momento, queste tre posizioni non appaiono compatibili con l’obiettivo che i liberali devono oggi darsi, e che è quello della formazione di un movimento liberale autonomo che possa presentare una propria lista alle elezioni europee con qualche probabilità di successo.

    7) E tuttavia, quello delle europee non può essere solo un traguardo elettorale, ma deve diventare anche e soprattutto un obiettivo politico.
    Sarà necessario creare un organico collegamento col partito liberale europeo (ELDR) e con l’Internazionale Liberale (IL), senza di che verrebbe meno la principale delle ragioni sociali che giustificano questo tentativo.
    La presenza nel gruppo liberale del parlamento europeo di alcuni parlamentari che fanno riferimento all’Italia dei Valori ed all’ ex Margherita, la dichiarazione di voto, prima di Graham Watson (presidente del gruppo liberale al Parlamento Europeo) e poi del presidente di L.I. Lord John Alderdice, a favore di Veltroni e del Partito Democratico, la recentissima dichiarazione di Di Pietro di volere ancorare il suo movimento all’ELDR (quand’anche fosse strumentale rispetto al suo rifiuto di sciogliersi nel Partito Democratico), e, infine, il collegamento già in atto tra i liberaldemocratici (con o senza Dini) e l’ELDR, mentre rendono evidente che in politica ogni vuoto finisce per essere, anche impropriamente, riempito, pongono problemi che vanno previamente risolti in sede europea, se non si vuole apparire millantatori di un legame politico che, per essere credibile, non può essere unilaterale.
    Si rischia altrimenti di apparire come quel sempliciotto che sosteneva di essere fidanzato con la più bella ragazza del paese…..all’insaputa di questa!

    8) Riunire i liberali che ci stanno, creare un movimento coeso partendo dal PLI e cercando di andare anche oltre il PLI, accreditarlo presso ELDR e I.L., presentarlo all’opinione pubblica, preparare liste rappresentative per le elezioni europee: queste sono alcune delle cose che, in sequenza, sono da fare e subito, con l’aiuto di tutti quelli che possono e vogliono dare una mano.
    Se non ci riusciremo, l’orazione funebre per il neonato PLI non sarà la conseguenza dello 0,3 % del 14 aprile, ma dell’ incapacità dei liberali italiani di nutrirlo e farlo crescere nel periodo che va da oggi alle elezioni europee del prossimo anno.

    Enzo Palumbo

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