Diritto a conoscere chi fa il furbo o diritto alla privacy? Quando si delinea anche lontanamente una contrapposizione del genere, un vero liberale difende senza esitazioni il diritto a conoscere. Ci sono analogie stringenti: pensiamo solo al diritto a conoscere i bilanci delle aziende concorrenti, magari per condurre una operazione sui titoli o l’acquisto dell’azienda. Ve lo immaginate uno strano “mercato con privacy”? Che succederebbe se i bilanci dell’Alitalia fossero segreti? E anche lì ci sono nomi e cognomi, con tanto di stipendi. Suvvia, non diciamo sciocchezze “politically correct“, che razza di diritto è il “diritto alla privacy”? E’ un diritto minore che deve cedere il passo di fronte a diritti maggiori che riguardano l’ordine pubblico, la giustizia e l’economia di una Nazione. 

Un vero liberale, perciò, dovrebbe essere contrario alla decisione del Garante che ha considerato illegale l’esposizione dei redditi degli Italiani sul web, per… inadeguatezza del mezzo usato. Strana questa motivazione: chissà se uno studente di giurisprudenza sarebbe promosso all’esame con una tesi del genere. Un documento o è riservato o pubblico, ma in quest’ultimo caso, specialmente in tempi di globalizzazione immediata delle conoscenze, la pubblicità segue i canali tecnologici che vuole. 

E poi il web, si noti per noi liberali, è una stupenda bacheca a costo zero. Il povero ing.Stanca fece tanto per modernizzare i rapporti tra Amministrazione e internet, ed ora una sentenza oscurantista riporta tutto in alto mare? No, tanto non si riuscirà a bloccare nulla. Non si andare contro l’uso della tecnologia.
Quello che consola è che non solo le Associazioni di difesa dei consumatori, ma una volta tanto anche la stragrande maggioranza degli Italiani (finalmente non reazionari o corporativi!) sono d’accordo con la divulgazione dei dati. Purtroppo c’è il rovescio della medaglia. Psicologicamente è un brutto segno: vuol dire che la larga maggioranza è povera e forzatamente “onesta”. Non ha nulla da nascondere.


Meraviglia, invece, che alcune frange di “liberali dell’ossimoro”, i sedicenti liberal-conservatori del Centro-destra, abbiano gridato allo scandalo di lesa riservatezza, come se fossero stati spiati in camera da letto. Ma così si tradiscono, ipso facto, rivelando anche ai ciechi che hanno qualcosina di losco da nascondere. Altro che pericolo di rapimenti,  non facciamo ridere: quale bandito andrà mai a scorrere le false, falsissime dichiarazioni dei redditi? No, è chiaro che a preoccupare sono le grandi evasioni o elusioni, ora visibili. 

Riservatezza fiscale? Ma non è certo lì che deve risiedere il famoso pudore italico, quello sbrindellato pudore spudorato della nostra cara Nuova Borghesia degli Arricchiti Recenti, che né il pagamento professionale “in nero”, né la raccomandazione, né il pizzo, né l’appalto truccato, né la compravendita di voti, né la corruzione in genere, a quanto pare offende.
Dico cose impopolari? Non mi sembra. Forse dico cose anti-aristocratiche e anti-privilegio. Da buon liberale
Gran parte della Destra politica è insorta con una sola voce, gridando e sbraitando. Anche perché sembrava un un “regalino” ad orologeria dell’odiato Visco, insomma come se l’esercito sconfitto durante la ritirata avesse “avvelenato i pozzi”.

Ma poi proprio i giornali di Destra hanno pubblicato per primi le liste incriminate. Ma i protestanti sbagliano di grosso, come spiego di seguito. Abbiano, per favore la pazienza di leggere fino in fondo. 
Da noi, quando si dice “tutela della privacy” quasi sempre gatta ci cova. E’ come se in un vicolo napoletano qualcuno vi invitasse a fare silenzio: a che cosa pensereste? Del resto, è stata la legge a mettere la privacy in testa agli Italiani, quasi a volerli educare dall’alto all’anglosassone, loro che ne sono geneticamente immuni, com’è noto a chiunque frequenti bus, treni, ristoranti, bar, spiagge e strade italiane. E perciò il Garante cade nel ridicolo dei neofiti, vedi la cancellazione dai rendiconti delle ultime cifre dei numeri di telefono da noi stessi chiamati.


Nei Paesi liberal-democratici dell’Occidente, Stati Uniti in testa, chiunque può prendere visione rapidamente e facilmente (e suppongo, visti i mezzi moderni, ormai anche via computer) dei redditi del vicino, come del personaggio famoso o dell’uomo politico che si è votato. Ma non lo farà, credo, quasi nessuno, perché la curiosità della gente non è così morbosa come in Italia, dove aleggia la mentalità del segreto e l’ipocrita vergogna sociale di stampo innanzitutto cattolico nei confronti del denaro.

Nei Paesi liberali anglosassoni è “interesse” dello stesso cittadino far sapere preventivamente a destra e a manca quanto alto è il suo reddito. Per avere così maggiore credibilità sociale ed economica. In un pub di Londra una volta un tizio grassoccio con cui parlavo di jazz iniziò il discorso (era americano, un inglese sarebbe stato più discreto, e anche più povero…) dicendo subito che lui era uno che guadagnava non so più quante centinaia di migliaia di dollari all’anno.
Ma anche in Italia, si tratta di elenchi pubblici da decenni. Ricordo che quand’ero adolescente i giornali pubblicavano lunghe liste di contribuenti in ordine decrescente di reddito, non so più se dichiarato o accertato. E’ così un lettore poteva scoprire con meraviglia che il noto gioielliere guadagnava ufficialmente poco più del suo capo-commesso, oppure che il signore dell’ultimo piano che piangeva miseria e viaggiava in 500, aveva un reddito triplo del proprio.
Il cosiddetto Garante della privacy, alla cui istituzione sono sempre stato contrario, ha sbagliato di granche facendo disattivare il motore di ricerca sul web, mostrando così di pensarla come il cittadino medio made in Italy, emotivo e irrazionale. Peccato, perché il servizio era non solo utilissimo, ma anche tipicamente liberale.


Le imposte, infatti, per quanto risultino ovunque psicologicamente odiose, e in Italia mai corrispondenti nella nostra percezione individuale ai servizi pubblici erogati dallo Stato (e di questo noi liberali cilagnamo, a ragione, perché ci sono prove obiettive di questa scandalosa inadeguatezza), solo in apparenza sono una questione che intercorre tra il singolo cittadino e lo Stato. Il soggetto vero è la collettività, non il singolo. Lo stesso termine “contribuente” ricorda le antiche tribus in cui era diviso per scaglioni il popolo romano. Erano le tribù a pagare in solido. Naturale che poi si suddividessero al loro interno, tra i membri, il totale dell’onere complessivo.


Insomma, il monte imposte è la somma che la totalità dei cittadini, cioè la Nazione, deve pagare per la gestione della cosa pubblica. Un  come per il conto al ristorante: se qualcuno fa il furbo, e al momento di pagare si eclissa e va in bagno, agli altri tocca di pagare un po’ di più.

E’ normale che ogni singolo si guardi attorno e conti quanti sono i commensali e quanto pagano. Direi che è una funzione da cittadini responsabili, un ruolo di controllo dal basso tipicamente liberale. O preferiremmo che a farlo fosse lo Stato?


Non è, perciò, né collettivismo o socialismo in ritardo, né un particolare sadismo postumo di quell’antipaticone del ministro delle Finanze, Visco. Come in agricoltura – consentitemi l’analogia scherzosa – anziché ai pesticidi chimici che uccidono indiscriminatamente tutti gli insetti e avvelenano il cibo, si ricorre oggi sempre più spesso alla “lotta biologica” contro i parassiti, utilizzando altri insetti predatori dei parassiti.


Ebbene, senza arrivare a tanto, nel campo fiscale un sistema di sottile controllo diffuso basato almeno sulla semplice conoscenza, sarebbe non invasivo e neanche autoritario-statalista, ma a cura degli stessi cittadini, e perciò autenticamente liberale. Anche perché in questo caso una eventuale omertà mafiosa “rispettosa della privacy” si ritorcerebbe contro ogni singolo cittadino: pagherebbe di più, anche per i soliti furbi che se la godono alle sue spalle.

I quali, nella trasparenza totale tipica dei sistemi liberali dove funziona il cosiddetto “controllo sociale” spontaneo (sempre meglio di quello autoritario dall’alto dei sistemi socialisti o fascisti, no?)– devono sapere se i propri concittadini contribuiscono, appunto, o no alla colletta generale. Ed è anche un sano interesse egoistico: più cittadini pagano il dovuto, meno pagano tutti. E perfino sul piano della sana concorrenza tra cittadini, esiste un interesse alla conoscenza da parte del singolo: se il mio concorrente non paga le giuste tasse la sua azienda, la sua famiglia, sarà avvantaggiata rispetto alla mia, visto che usufruisce degli stessi servizi.

La finta “privacy” pelosa opposta in un caso come questo, invece, non può che nascondere furberie, truffe, corruzione, privilegi, pastette e magagne. Ed è profondamente illiberale.

Nico Valerio

3 Commenti

  1. Uno come te dovrebbe sapere bene che il web è sempre approssimazione e mai perfezione, in tutto.

    Bye

  2. Condivido integralmente.Mi sento di aggiungere solo l’augurio che la pubblicazione on-line delle dichiarazioni dei redditi possa essere la via italiana attraverso la quale condurre l’evasione fiscale a livelli confrontabili con il resto delle grandi democrazie occidentali.Cioè che si cominci ad esercitare quella pressione sociale sugli evasori in modo che l’evasione sia percepita come motivo di vergogna e non di vanto.Cosa che altrove è ordinaria,valga come esempio il caso (riportato nel Corriere la scorsa settimana)di un nostro connazionale che trovatosi al Greenwich Village di New York si è imbattuto in un ristorante italiano chiuso per mancato pagamento delle tasse,all’ingreso del qule vi erano apposti due cartelli del Department of Taxation and Finance in cui si dichiarava che l’esercizio era stato chiuso per tale ragione e si ammonivano i cittadini indicando che questo è quello che succede a chi non compie il proprio dovere civico di pagare le tasse dovute.Visti i risultati conseguiti negli Stati Uniti,non ci sarebbe altro da fare che imitarli.O vogliamo continuare così?Non è una caccia alle streghe,ma è un modo per impedire che gli evasori costringano gli altri a pagare di più,a fornire una giustificazione per il fisco a complicare le norme e quindi a rendere meno liberale la società in cui si vive.

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