La madre di tutte le battaglie: “Cambiare la legge elettorale”

di Enzo Palumbo

Nella vicenda politica italiana che si va sviluppando in questi giorni attraverso il duello all’ultimo sangue tra Berlusconi e Fini, c’è un convitato di pietra che è la legge elettorale, quella attuale (il “porcellum”), della quale ogni persona di buon senso dovrebbe volersi liberare, e quella futuribile, su cui non si intravede ancora il necessario consenso.

Parto da una constatazione che a me sembra ovvia ma che fatica ad affermarsi: se non si cambia la legge elettorale, sarà molto difficile cambiare i comportamenti politici di elettori e di eletti, perché nella testa degli elettori vincerà sempre l’opzione del voto “contro” e/o del voto“utile”, e nella testa degli eletti vincerà sempre l’opzione della fedeltà al capopartito che li ha fatti eleggere.

Per eliminare il “porcellum”, il Partito Liberale promuoverà in autunno una iniziativa referendaria che, in mancanza di meglio, mira alla reviviscenza del “mattarellum”, che non è il massimo per garantire un sufficiente pluralismo politico, ma che è comunque assai meglio dell’indecente sistema attuale, che costringe ad essere “bipolarista” anche chi non ne avrebbe nessuna voglia, non sentendosi rappresentato da nessuno degli schieramenti in campo.

Siamo ben consapevoli che quello referendario è un percorso ad ostacoli, disseminato di varie insidie, giuridiche e pratiche, e tuttavia contiamo di superarle, come io stesso ho tentato di dimostrare in un apposito studio che, senza alcuna pretesa di esaustività, è a disposizione di chi sia disponibile ad approfondire la questione ed a contribuire all’iniziativa.

Tuttavia, l’opzione referendaria, costretta com’è nella necessitata prospettiva della reviviscenza del “mattarellum”, a sua volta non privo di difetti, potrebbe non bastare, se non sarà accompagnata da un forte consenso politico tra le forze politiche e nel Paese.

E se questo consenso ci fosse, allora la cosa migliore sarebbe quella di sostituire il “porcellum” per la via legislativa ordinaria, potendo così fare di più e meglio rispetto al risultato della mera reviviscenza del “mattarellum”.

E’ noto che l’attuale governo, ormai di “minoranza parlamentare”, non ha alcuna intenzione di cambiare l’attuale sistema elettorale, ma soltanto, al limite, di peggiorarlo, come già si sente dire a proposito del premio di maggioranza per il Senato, che da regionale qualcuno vorrebbe trasformare in nazionale, in palese violazione dell’art. 57, 1° comma, Cost., che testualmente recita “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale”.

Berlusconi non ha alcun interesse a cambiare questo sistema, perché è quello che gli consente di vincere a mani basse giocando sulle divisioni altrui e sul suo asse preferenziale con la Lega, basato sullo scambio indecente tra la protezione assicurata dalla Lega per le varie vicende giudiziarie di Berlusconi e della sua cricca, ed il via libera di Berlusconi alla Lega per dividere formalmente l’Italia più di quanto essa già non lo sia in via di fatto.

Ed allora, sarà proprio la questione della legge elettorale la cartina di tornasole per capire verso dove il Paese verrà indirizzato da chi può e deve farlo, ed è proprio per questo che occorre dare vita prima possibile ad una nuova maggioranza parlamentare e ad un nuovo governo, con chiunque condivida questo fondamentale obiettivo.

Chi, anche tra gli oppositori di Berlusconi, insistesse per affrontare le elezioni con l’attuale legge elettorale, nella miserabile speranza di lucrare qualche punto percentuale e qualche deputato in più, otterrebbe solo il risultato di fare rivincere l’accoppiata Berlusconi-Bossi, attribuendo a quest’ultimo una “golden share” ancora più determinante di quella attualmente posseduta, in cambio della definitiva impunità assicurata a Berlusconi ed a taluni suoi cortigiani.

E quindi, quella di una legge elettorale diversa dall’attuale è la”madre di tutte le battaglie” per chi vuole realmente difendere in Italia l’unità del Paese, l’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, il pluralismo politico e, in definitiva, i principi basilari di una  buona democrazia occidentale.

Su questo banco di prova, Fini giocherà la sua partita fondamentale, forse con qualche sacrificio personale, dovendo necessariamente modificare l’opzione maggioritaria e bipolarista, che, se ha a suo tempo contribuito ad inserirlo nel gioco politico, è ora diventata una vera e propria camicia di forza che ne ostacola ogni autonoma iniziativa.

In fondo, si tratterebbe di nient’altro che di tornare alla sua antica preferenza per un sistema pluralista e sostanzialmente proporzionale, che lo aveva visto, almeno sino all’aprile del 1993, deciso oppositore dell’iniziativa referendaria di Segni per l’introduzione del sistema maggioritario.

Su questa trincea si misurerà d’ora in avanti la sua volontà di preservare le caratteristiche fondamentali della democrazia liberale, e c’è da sperare che, dopo le tante e positive revisioni critiche sul passato, non si farà mancare anche questa.

A chi chiede se Fini sia sincero nel dire ciò che da qualche tempo va dicendo, osservo che non mi interessa tanto verificare se Fini, nel suo intimo, pensi effettivamente tutto ciò che ora dice, quanto piuttosto se le affermazioni di principio trovino riscontro nei comportamenti concreti.

E constato che, sino ad ora, è possibile individuarvi un’apprezzabile ed evolutiva linea di crescente coerenza, che si accompagna naturalmente alla prudenza suggerita dalla necessità di aggregare consenso (parlamentare ed elettorale) piuttosto che di suscitare dissenso, in particolare nella sua tradizionale area di riferimento, che  non è quella della sinistra parlamentare e politica, ma quella dell’area centrale dell’elettorato italiano.

Ed il tratto unificante della sua linea, sin qui perseguita con comportamenti, l’uno con l’altro coerenti, è la conclamata intenzione di fermare la deriva plebiscitaria del Paese.

Se così è, non dovrebbe essere impossibile convergere con altre forze politiche su alcuni punti essenziali:

a)     l’esclusione dell’attuale assurdo premio di maggioranza (come si fa a governare una società complessa come la nostra con un solo voto in più?);

b)     il ripristino della possibilità di scelta dei candidati da parte dell’elettorato (come si può consentire ai capipartito di nominare i parlamentari, addirittura anche a risultato acquisito?);

c)     e, non ultima, l’eliminazione dell’indicazione sulla scheda elettorale del nome del candidato alla Presidenza del Consiglio (com’è stato possibile espropriare surrettiziamente il Presidente della Repubblica di quella che è la sua principale prerogativa, in chiara violazione dell’art. 92 Cost.?).

Si chiuderà così la pagina ingloriosa di questo forzoso bipolarismo, che ha costretto gli elettori a scegliere il “meno peggio” oppure a rifugiarsi nell’astensione, come ormai vanno facendo in termini sempre crescenti.

E sarà anche possibile uscire dal clima avvelenato nel quale si svolge attualmente la lotta politica, con fazioni schierate pregiudizialmente da una parte o dall’altra, ciascuna pronta a minimizzare qualsiasi nefandezza commessa dalla propria parte, e ad enfatizzare  anche la più piccola delle leggerezze commesse dalla parte avversa.

In un sistema incentrato sullo scontro tra persone (piuttosto che tra partiti), nel quale chi vince per un voto vince tutto, è inevitabile che l’antico spirito italico di fazione trovi il suo naturale brodo di cultura nel quale sviluppare il virus della complicità verso i propri sodali e quello della demonizzazione verso gli avversari.

Al legittimo confronto tra alleati ed avversari, tuttavia accomunati da un “idem sentire” sulle regole fondamentali della vita politica, si è negli ultimi quindici anni sostituito lo spettacolo indecoroso di una mera lotta per il potere, in uno scontro tra amici da una parte e nemici dall’altra, gli uni e gli altri rispettivamente legati da un vincolo fatto di fedeltà verso il capo e di complicità verso i propri sodali, che è poi lo spettacolo che oggi emerge dalla semplice lettura dei giornali militanti.

Le ultime vicende monegasche, con la forsennata campagna di stampa contro Fini (che almeno alle domande ha provato a rispondere, mentre sono rimaste senza alcun esito tutte le domande poste a Berlusconi, le dieci di Repubblica sul caso Noemi, come le sette di Critica Liberale sull’origine delle sue fortune economiche) stanno lì a dimostrare che il bue di turno non prova alcuna vergogna a dare del cornuto a chiunque gli capiti a tiro!

Uscire da questo bipolarismo personalizzato è ormai un’esigenza politica, civile ed etica, e per chi vuole intendere questa necessità, i sistemi elettorali già sperimentati in Europa sono tanti, ed a portata di mano: c’è quello francese, col doppio turno di collegio (che è un sistema maggioritario), c’è quello tedesco (che è un sistema proporzionale con soglia di accesso e con la metà dei deputati eletti in collegi uninominali a turno unico), e c’è il mattarellum italiano (che, per il 75% dei seggi era un sistema maggioritario in collegi uninominali a turno unico, simile a quello inglese).

Al limite, se si vuole essere onesti con noi stessi e con la nostra storia, ci sarebbe anche il sistema proporzionale della c.d. prima Repubblica che – pur tanto vituperato, e fatta la tara per gli scandali che ne hanno accompagnato l‘ingloriosa fine – ha garantito, in sostanziale continuità politica sia pure nel rapido mutare dei governi, la rinascita del Paese dalle rovine della guerra e la sua governabilità per quasi cinquanta anni.

Laddove il sistema maggioritario, nelle sue varie versioni, non ha garantito un bel nulla negli ultimi sedici anni, con ogni governo impegnato a disfare ciò che aveva fatto il governo precedente, e con tutti i governi variamente impegnati a disfare l’unità del Paese, mentre le ruberie che abbiamo dovuto registrare non sembrano inferiori a quelle della fine della prima Repubblica.

Mantenendo invece questo sistema elettorale, l’Italia diventerà presto un paese di stampo vagamente sudamericano, e subirà una deriva plebiscitaria che diverrà via via inarrestabile, nella quale si perderà ogni idea di separazione e di reciproco controllo tra i poteri dello Stato, introducendo un rapporto vizioso tra il leader di turno ed il c.d. popolo, evocato ad ogni pié sospinto per giustificare i discutibili comportamenti personali ed istituzionali del capo e della sua corte, trasformando ogni scadenza elettorale in una sorta di ordalia medievale destinata a giustificare ogni nefandezza del vincitore, passata e futura.

In tale sciagurata ipotesi, il nostro finirà per non essere più un paese di democrazia liberale, ma piuttosto un regime populista, in cui una persona (attorniato da osannanti yes men, beneficati e beneficandi) deciderà per tutti e sarà in grado di pilotare la volontà popolare attraverso la propaganda subliminale dei mass media, tutti ovviamente (chi più, chi meno) al servizio del potente di turno, e magari con qualche sacca di resistenza confinata in una sorta di riserva indiana, tanto per salvare la faccia.

Se Orwell avesse scritto oggi il suo libro più famoso, piuttosto che all’URSS di allora avrebbe probabilmente pensato all’Italia di Berlusconi ed alla Russia di Putin (non per nulla tanto amici) per collocarvi idealmente l’Oceania di 1984, il magapaese governato dal Grande Fratello, che, non per nulla, è da qualche tempo il programma “cult” della televisione italiana.

7 Commenti

  1. Il GAZZETTINO
    di Sabato 26 agosto 2006
    fascicolo di Udine
    sezione LETTERE
    pag XVII (PN 17)
    .
    Lo stato
    della democrazia
    in Regione*
    .
    In merito alle dichiarazioni del senatore Saro devo rimar­care che lui fu il responsabile della débâcle del 2003 del cen­tro-destra nella regione Friuli Venezia Giulia e oggi si erge a paladino della riscossa chia­mando ad un rassemblement i gruppi autonomisti e liste civiche.
    Saranno per caso partorite dai personaggi “no-tutto” dei “local no-global” oppure prodot­te alla bisogna tipo “usa e get­ta”?
    Nel mese di gennaio 2003 inviai una e-mail all’allora de­putato ed oggi senatore dove evidenziavo il deficit di demo­crazia esistente in Forza Italia che d’un tratto privava dell’au­tonomia i gruppi provinciali e regionale, commissariando ogni dove decisionale, annul­lando le ragioni della specialità regionale, per volontà del cen­tro romano.
    Neanche la Dc di Biasutti arrivò mai a tanto.
    Il deputato “furlano” diede fondo a tutte la sue risorse in­tellettuali e creò un inciucio: una lista propria che gli valse la garanzia romana berlusconiana alla sua rielezione al se­nato nel 2006, nel collegio blin­dato ligure.
    Qui di seguito quanto scrissi due mesi prima delle elezioni politiche e amministrative del­la Provincia di Udine dell’anno 2006.
    “Berlusconi è disposto a sacrificare il Friuli in virtù del poco peso elettorale nel conte­sto nazionale (dati regionali 2003: 1.092.125 elettori con po­polazione totale di 1.197.666 abitanti). Non scandalizzi il fat­to che i capi dei due schiera­menti, Berlusconi e D’Alema, contrattino sfere d’influenza politica, economica e sociale.
    Accadde anche a De Gasperi di dover trattare con Togliatti in virtù degli accordi di Yalta, che lo obbligarono a favorire l’egemonia del Pci per evitare una guerra civile: la sola che avrebbe potuto risolvere l’in­gombrante presenza di chi gio­cava a favore dell’Internaziona­le Comunista in un paese schierato con la Nato.
    Storicamente il Comunismo è stato sconfitto per l’implosio­ne del paese egemone, l’URSS di Breznev, Cernienko e An­dropov, a causa del confronto militare con gli Usa di Ronald Reagan.
    Oggi il Friuli Venezia Giulia è campo di un laborato­rio politico di valenza naziona­le.
    La lettura dei fatti accaduti mi fa dire che, nelle elezioni regionali 2003, Berlusconi uti­lizzò il fidato senatore di Martignacco che, con una sua lista sedicente autonomista, scom­paginò il centro-destra e per­mise la vittoria del centro-sini­stra. Questo per risarcire D’Alema di favori resi a Berlu­sconi a livello nazionale in se­guito alla débacle del centro-si­nistra alle elezioni politiche del 2001.
    Oggi il politico dì Martignacco, inviso a livello locale, si vede ripagato da Berlusconi con un collegio senatoriale si­curo, prima prospettato in Ve­neto, poi in Puglia ed infine in­dicato in Ligura.
    E per di più un suo “fidato” carnico viene blindato alla Camera nella lista che fa il pieno di candidati del­la Carnia, a scapito dei candi­dati di Udine e di Pordenone.
    Pertanto il senatore diviene il plenipotenziario regionale di Berlusconi.”
    Oggi, devo dire con urgenza che l’Italia non è più un paese “democratico”, bensì oligarchico. Le ultime elezioni politiche ne sono la prova.
    Il personale polìtico oligar­chico ha organizzato, in puro stile comunista da “centralismo democratico”, elezioni che impedivano all’elettore la scelta del candidato con l’indicazione delle preferenze.
    Ovviamente il centro-sini­stra fu ben lieto di questo me­todo che rientra nel suo siste­ma.
    Mi sono turato il naso, per dirla alla Montanelli e, obtorto collo, ho votato per il centro­-destra, cioè il meno peggio di­sponibile sulla piazza politica.
    Spero che presto lo Stato ita­liano mi annoveri fra gli apolidi come conseguenza delle mie ri­chieste in tal senso al Presi­dente della Repubblica Ciampi, e successivamente all’allora ministro dell’interno Maroni e all’attuale Amato.
    A denti stretti dico che, per responsabilità politiche anche pregresse, il popolo italiano ha vissuto al di sopra dei propri mezzi e mangiato troppe carote: oggi è giunto il tempo che i cittadini le paghino perché, in virtù del consenso democrati­co, hanno avallato col voto co­loro che producevano il debito pubblico allargato, cioè tutto il personale politico.
    Eh che! Credevano che le ca­rote fossero gratis?
    Nell’esercizio di voto dell’an­no 2003 votai disgiuntamente Illy presidente perché in lui in­travedevo un berluschino: pen­so di non essermi sbagliato. È contro i Pacs, per le grandi opere, per il rigassificatore a Trieste, a favore del nucleare**, ecc..
    Insomma un imprendito­re di centro-destra in prestito al centro-sinistra.
    Renzo Riva
    Buja
    .
    *Friùli-Venezia Giulia
    ** Poi sconfessò

  2. Penso che la posizione di Napolitano sia aprezzabile, ma anche che come liberali dovremmo auspicare una ricomposizione della maggioranza, ma su basi riformistiche.
    Le leggi proposte da Berlsconi sulla giustizia, sono superate, gran parte degli irregolari stanno tornando ai loro luoghi d’origine, perchè l’Italia si stà impoverendo, e quindi non conviene più migrare da noi.
    Alla luce di questo, perchè continuare le liti nella maggioranza?
    Trovare un accordo al rialzo, che affronti la crisi economica, mi sembra una buona soluzione; non si può pensare di mandare all’opposizione chi ha democraticamente vinto le elezioni, ma anche la maggioranza deve fare uno sforzo di rinnovamento, ma non certo scendere in piazza, dando cosìun segnale di debolezza politica.
    Saluti.

  3. Onorevole carissimo,da liberale di animo oltre che da tesserato,le confermo la mia stima e la condivisione di molte delle sue idee,ma mi permetta di dissentire sulla eventuale scelta di sostenere Fini.Non entro nel merito al tatticismo di persè discutibile, ma sono convinto che alla fine oltre a lui “I post Comunisti non dimenticano” saremmo scaricati anche noi , i liberali danno fastidio e sappiamo bene il perchè.Penso che verremo fuori dall’isolamento solo quando saremo noi protagonisti e forza di coesione.Un caro abbraccio.

  4. Caro enzo,
    come al soltio le tue argomentazioni sono estremamente lineari e in parte condivisibili.
    L’attuale legge elettorale non ci piace per nulla, espropriando in totto il ns.diritto di cittadini di scegliere da chi farci rappresentare. Che è quanto sostenuto dal ns.mauro ANETRINI nel ricorso presentanto alla Corte Europea, come ben sai, e da molti di noi sostenuto convintamente.
    Come tu ben sai, ci divide il fatto che non da sempre siamo per il sitema uninominale a torno unico, all’anglosassone o secondo il modello in vigore negli USA che nn possono certo essere tacciati di sistemi sudamenricani. Riteniamo che il ritorno al proporzionale possa farci tornare a governi balneari con Presidenti in carica per 6/12 mesi nn di più, come la 1 repubblica ci ha tristemente abituati. Ma mi rendo anche conto, ci rendiamo anche conto, che piuttosto che questa legge elettorale, molto meglio il ritorno alla Proporzionale, che mi sembra sia quello a cui punta il PLI e che vede concordi la maggioranza dei liberali. Troppo piccoli, eveidentemente, per volare alto e puntare ad altro sistema, come quello uninominale a turno secco e primarie regolamentate per legge, ecco la novità da introdurre per il ns.paesese, che potrebbe veramente portarci ad un capo di governo scelto relamente da tutti noi. Senza mediazioni od inciuci vari, post elezioni. E la Costituzione? ecco, anche quella andrebbe cambiata, ormai ha fatto la sua storia, i tempi sono cambiani. Guardiamo avanti, al mondo che si evolve, non a papocchi consociativi. Costruiamo la vera alternativa liberale. Noi non vogliamo ne governi populisti/autoritari, nè, tanto meno governi statalisti/dirigisti/giustizialisti.
    Se è chiedere troppo o se siamo solo degli inguaribili sognatori, beh, sarà la storia a dirlo.
    Un caro e forte abbraccio, e perdona se nn sempre siamo in sintonia, ma da liberali e Uomini Liberi sarebbe grave il contrario!

  5. Caro Enzo è ovvio che condivido totalmente la tua esaustiva analisi sulla situazione “sociale” del nostro Paese, non parlo di situazione politica perchè sarebbe riduttivo. Su questi temi abbiamo discusso a lungo e, mi pare, che siamo stati sempre e totalmente in sintonia. La nostra visone della politica e della democrazia, la nostra cultura ideale, ed il nostro senso pragmatico utilizzato nelle analisi e nelle valutazioni esprime il nostro “idem sentire”.
    Ribadisco che sono totalmente d’accodro su quanto hai scritto e credo che, in buona sostanza ciò possa rappresentare il nostro attuale manifesto politico concreto ed operativo.
    Nutro soltanto qualche dubbio sulla possibilità di ripristinare le preferenze, l’interesse del team di gestione dei vari partiti non penso voglia rinunciare a tale strumento di “persuasione” interna, sarrebbe un salto di qualità di elevatissima onestà intellettuale allo stato poco presente nel panorama politico attuale.
    Comunque il superamento del “porcellum” è ineludibile se si vogliono ripristinare condizioni di “normalità” nel nostro esausto Paese, diversamente convengo con te che il futuro è nero; significhere perpetuare quindici anni di caos che ci impediscono di guardare ad un’orizzonte di normalità ed a un futuro dignitoso per le le generazioni a venire. NOn sarà facile in ogni caso ricostruire il sistema paese, ma non possiamo non provarci.
    Con la stima di sempre
    Salvatore Buccheri

  6. Carissimi liberali, pur condividendo le considerazioni di Enzo Palumbo e la necessità di modificare la legge elettorale, voglio fare una semplice considerazione: temo che gli elettori siano stufi di sentir parlare dei tecnicismi della politica, c’è bisogno di un programma semplice e chiaro che vada ad affrontare i problemi quotidiani di chi non arriva alla fine del mese e non ce la fa a pagare l’affitto o il mutuo ed a garantire un futuro migliore ai propri figli. Una campagna referendaria sulla legge elettorale, io credo, non verrebbe compresa e sarebbe utile soltanto al PDL che si farebbe forte, ancora una volta, della propria capacità (di far credere alla gente) di affrontare i problemi “veri”. In altri termini ritengo che ormai lo strumento del referendum sia inflazionato e percepito come un inutile spreco di denaro pubblico, anche in virtù del fatto che il Parlamento non ha alcun obbligo di rispettarne i risultati, almeno nel lungo periodo, altrimenti non avremmo questa legge elettorale, ma un sistema maggioritario nel rispetto del referendum di Segni del 1993.
    C’è bisogno di stare tra la gente, la Lega e l’IDV ne hanno fatto la loro fortuna elettorale, ma non con i referendum.

  7. che ormai si vada a votare è evidente.
    resta solo da definire quando e come.
    Su quel “come” ci giochiamo tutti gli ultimi scampoli di democrazia in questo paese.
    E’ chiaro che andando a votare con l’attuale legge elettorale B. anche con il 30% dei voti risulterà il primo partito ed avrà il 55% dei seggi.
    Dopodichè la strada per il colle più alto sarà spianata e per noi poveri italiani si apriranno sette anni di disgrazie istituzionali e politiche.
    Il periodo più buio dell nostra storia moderna dopo quello di Mussolini.
    Come fare per evitare tutto ciò?
    Va bene l’iniziativa del referendum ma rischia di arrivare tardi. Meglio la strada parlamentare cercando un accordo tra tutte le forze politiche disponibili.
    Portate in aula la proposta di legge. Se ne vedranno delle belle……..

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