La contromanovra liberale di Stefano de Luca

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Accompagnata dalle polemiche agitate dalle solite corporazioni e consorterie parassitarie, finalmente è stata varata la manovra finanziaria del Governo, predisposta dal Ministro dell’Economia e che è stata avversata da tutti gli altri Ministri e dallo stesso Presidente del Consiglio. Si può così affermare che la montagna ha partorito il topolino, perché il Decreto ha via via perso tutte, o quasi , le norme qualificanti di una volontà riformatrice, per spandere il vero peso finanziario della manovra sui contribuenti con i consueti aumenti di tariffe, pedaggi, oneri e costi vari, a parte un intervento incisivo, ma necessario in materia di pensioni. La riduzione delle indennità di Membri del Governo e Parlamentari, quest’ultima affidata agli Uffici di Presidenza delle Camere, avrebbe dovuto essere accompagnata da uguali sacrifici dei Magistrati, che godono di un trattamento superiore, degli altri vertici delle Istituzioni statali, della burocrazia e delle Partecipazioni Statali.

Una politica fondata non su una visione della società e del suo sviluppo, ma sui sondaggi degli umori popolari, non può avere il coraggio per compiere le dure scelte necessarie ad assicurare una svolta del Paese, in grado non solo di corrispondere alle richieste di rigore che vengono dall’Europa, ma alle esigenze di modernizzazione e ad un complessivo ripensamento del welfare. Riduzione vera della spesa pubblica significa certamente colpire interessi e perdere posti di lavoro improduttivi, come altresì la chiusura Enti inutili ed il taglio di costi  insostenibili. Tutto ciò è doloroso ed impopolare, ma è necessario.

Per i liberali, lasciando strillare Bossi e mettendo allo scoperto un punto debole della sua politica, si sarebbe dovuta cogliere l’occasione per l’abolizione delle Provincie, tutte, non solo quelle più piccole, come era stato proposto e subito accantonato.  Il comportamento della Lega ha dimostrato che il federalismo che essa propone è soltanto pernicioso, perché aumenterà i centri di spesa, la corruzione e le autorità con facoltà impositiva, abbandonando il Mezzogiorno non autosufficiente.

Si sarebbe dovuto disporre l’accorpamento dei Comuni con popolazione inferiore a mille abitanti, riducendone così il numero ed i relativi costi di due terzi e migliorandone l’efficienza con una più efficace utilizzazione delle risorse umane e strumentali disponibili. La manovra inoltre avrebbe dovuto disporre il numero massimo di assessori, in Regioni e Comuni, dimezzando il numero attuale e cancellare Consorzi, Enti Locali vari e Comunità Montane. Si sarebbe dovuto porre un termine perentorio per la liberalizzazione delle Società dei Servizi locali, utilizzando il ricavato per coprire il disavanzo dei relativi Comuni, per estinguere i mutui e per utilizzare eventuali somme residue al fine di incentivare lo sviluppo.

Sarebbe stato necessario vietare la nomina di consulenti nella Pubblica Amministrazione, che spesso sono soltanto trombati alle elezioni o capi elettori dei partiti di maggioranza locali.

Un Governo liberale avrebbe previsto l’accorpamento degli Enti Previdenziali, per realizzare economie di scala e ridurre il numero dei Consigli di Amministrazione. Allo stesso tempo, anche per un obiettivo di moralizzazione e di superamento definitivo del perverso rapporto tra politica e Aziende a Capitale Pubblico, si sarebbe dovuto decidere di avviare un processo di liberalizzazione di ENI, ENEL, Finmeccanica ed altre società partecipate dal Tesoro, comprese le controllate della Cassa Deposito e Prestiti.

La fase di necessaria austerità avrebbe imposto di cancellare le sovvenzioni alla Stampa, imponendo a tutte le testate, anche quelle di partito, di stare sul mercato o chiudere. Analoga linea di rigore si sarebbe dovuta seguire per la RAI, abolendo il canone, tagliando significativamente il suo pletorico Organico e limitando nel massimo le retribuzioni per artisti ed Anchor men. Sarebbe stato il momento per avviarne anzi la privatizzazione, cominciando almeno da una rete. Il Decreto avrebbe dovuto prevedere un onere a carico delle emittenti televisive che, unico Paese in Europa, non pagano un Euro per usare la rete digitale.

Condividiamo, sia pure per ragioni diverse, l’esigenza posta dal Governo di ridurre il numero spropositato ed il costo enorme delle intercettazioni, per tutelare la privacy dei cittadini. Il provvedimento dovrebbe prevedere norme in grado di evitare inaccettabili sperequazioni di costo tra le diverse Procure e rendere  gratuito per legge l’accesso alle telefonate da parte dell’ autorità inquirente, dal momento che sono già pagate dagli utenti.

Bisognerebbe, non soltanto bloccare il turn over, ma ridurre il numero dei dipendenti pubblici in tutte le Amministrazioni, stabilendo seri parametri di rapporto costi – benefici per valutare i loro rendimenti.

Si è persa l’occasione per la necessaria controriforma della Sanità, disponendo la estromissione della politica da tale settore, riducendo le ASL ad una per ogni Regione, disponendo che i prezzi unitari di tutte le forniture e servizi corrispondano a standard inderogabili, definiti, per tutto il territorio nazionale dal Ministero della Sanità, fissando un obbligatorio rapporto numerico tra posti letto effettivamente utilizzati e servizi resi ed entità del personale addetto ed, infine, stabilendo che i primari debbano essere prescelti tra gli idonei di un Concorso Nazionale.

Il divieto assoluto di creazione di nuovi precari, attraverso la pratica clientelare di affidare servizi più o meno inutili a cooperative pilotate politicamente ed il doloroso, ma necessario, blocco della stabilizzazione di quelli esistenti, insieme alla sacrosanta eliminazione dei contributi a pioggia ad Enti, Fondazioni, Associazioni, sarebbe il necessario completamento di una manovra realmente rigorosa. Per le poche iniziative culturali, veramente prestigiose, meritevoli e di grande rilevanza internazionale, si potrebbe stanziare un fondo da destinare con legge dello Stato, auspicando che il Parlamento, anziché lottizzare le somme disponibili, includendo iniziative parrocchiali, festival e bande paesane, fosse in grado di salvaguardare le iniziative di maggiore spessore, come le scuole di restauro, Cinecittà, o alcune grandi istituzioni culturali di fama internazionale.

Una manovra come quella da noi proposta varrebbe non i miserabili dodici miliardi di quella di Tremonti e che dovrà passare attraverso il tritacarne dell’esame parlamentare, dove sicuramente si ridurrà consistentemente, ma almeno sessanta miliardi l’anno e sarebbe capace di avviare seriamente la riduzione del debito pubblico, certo mettendo in ginocchio le corporazioni e le clientele.